Iniziano le grandi manovre e non promettono nulla di buono, ovvero provincializing PD

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Come sempre, allo scollinamento di metà legislatura, iniziano le grandi manovre di assestamento del sistema di potere sardo, in vista delle prossime elezioni regionali.

È una dinamica complicata, ma non incomprensibile, solo che si disponga di quel minimo di informazioni e dello sguardo allenato necessari a leggere il senso di azioni, dichiarazioni, posizionamenti tattici.

Dal famoso caso del pranzo di Sardara (su cui è calata una bella cappa di silenzio e omertà), alle recenti elezioni amministrative, qualcosa è successo. Il ridisegno degli assetti interni all’oligarchia sarda è stato avviato, sperimentando qualche nuova formula trasformista, in vista del grande spettacolo in preparazione per il 2024.

Non stupisce dunque l’uscita di un documento a firma del presidente dell’ANCI Sardegna (l’associazione dei comuni), Emiliano Deiana, su un rilancio del PD in salsa neo-autonomista e addirittura autodeterminazionista.

È perfettamente logico e direi scontato che le forze dominanti in Sardegna, data la loro natura di intermediari coloniali, debbano di volta in volta cercare di darsi una ripassata di credibilità, per legittimare la loro aspirazione alla supremazia. Tale credibilità può essere attinta solo laddove ci siano contenuti, temi, prospettive, proposte di natura realmente politica, fuori dal circuito della mera gestione e spartizione dei ruoli di potere, che è l’unico, vero oggetto sociale delle fazioni egemoni nell’isola.

Non è la prima volta che le filiali podatarie dei partiti italiani cercano di riverginarsi in salsa sardista, autonomista o addirittura (pseudo)indipendentista. Dovrebbe essere ormai chiaro che si tratta di mero maquillage retorico.

Il documento proposto da Deiana rispecchia un andamento prevedibile e previsto. L’esordio suona così:

La Sinistra vince quando si fa Progetto collettivo e convince quando pensa e costruisce il cambiamento attraverso meccanismi di Partecipazione e Condivisione avendo come obiettivo estendere le opportunità, restringere le disuguaglianze ed includere le periferie sociali, territoriali e di prospettiva.
Se il progetto lo si costruisce partendo dalla Sardegna non si può guardare al domani senza recuperare il meglio della elaborazione politica progressista e autonomista che ha provato, talvolta riuscendoci, a dare voce alle nostre istanze, con il coraggio di stravolgere dinamiche, percorsi, relazioni consolidate, spazi, tempi e modalità.
Stravolgere, non cancellare ciò che è stato, interrogandosi con Libertà e Responsabilità sull’utilità di percorrere sentieri già battuti ovvero individuarne di nuovi, senza dimenticare che il nostro essere Isola oltre a determinare maggiori costi, gap infrastrutturali e isolamento configura anche la nostra forza.
Infatti, la nostra Isola è uno dei principali Centri geografici nel cuore del Mediterraneo, naturale punto di relazione fra la sponda sud del Mondo e l’Europa il cui sviluppo necessita della capacità di sovrapporre Capacità dirigente e di proposta in ambito ai processi di Perequazione infrastrutturale, Transizione digitale, ecologica e sociale che, nei prossimi decenni, caratterizzeranno il percorso di sviluppo a valere sul PNRR e i sui Fondi europei 2021-2027.

A parte l’eccesso di maiuscole e il tono eccessivamente retorico, va quasi subito al sodo: ci sono molti denari da spendere, meglio metterci le mani noi. Quale sia invece “il meglio della elaborazione politica progressista e autonomista” da recuperare e riproporre non è dato sapere. A giudicare dai risultati, tale elaborazione, se pure è mai esistita, deve essere stata largamente ignorata, in quest’ultimo trentennio.

L’accenno ai divari infrastrutturali e all’isolamento come condizione inevitabile per la Sardegna impone fin da subito una cornice interpretativa che omette tutte le cause storiche e materiali di tali divari, non li problematizza, anzi assolve surrettiziamente la classe politica sarda di questi decenni da ogni responsabilità. Come inizio non c’è male.

L’impostazione del discorso è chiara: affastellare costrutti retorici apparentemente significativi per dare l’idea che si sta parlando di qualcosa di nuovo, che si sta proponendo un cambio di rotta, lo stravolgimento “di dinamiche, percorsi, relazioni consolidate, spazi, tempi e modalità”. Possiamo prendere sul serio questi propositi, avendo anche solo una vaga idea di cosa sia il PD sardo?

Perché è al PD che Deiana si rivolge in prima istanza:

Il Partito democratico della Sardegna, in occasione della sessione congressuale che si apre in questi giorni e che proseguirà con la celebrazione, alla fine dell’anno, delle primarie per l’elezione del/della Segretario/a e dell’Assemblea regionale e nei primi messi del 2022 con il rinnovo degli organismi provinciali e comunali, può e deve utilizzare questo momento di Discussione interna per aprire un dibattito in e sulla Sardegna mettendo in campo una Agenda politica, delle Parole d’ordine, per contribuire alla costruzione di uno spazio politico dove incrociare forze politiche e movimenti con cui condividere il confronto e la sfida per le Prossime elezioni regionali così come per il Governo locale.
Le domande sono allora: quale agenda politica, quali parole d’ordine e, soprattutto, quale il perimetro di alleanze e con quale modello di Partito e di organizzazione istituzionale?
In sintesi: come, con quale funzione e strumenti il Partito democratico intende animare e guidare il dibattito e l’elaborazione sul futuro della Sardegna.

La preoccupazione è di costruire un agglomerato di sigle e portatori di voti sufficientemente robusto da vincere le prossime elezioni. E, fin qui, niente di clamoroso. Certo, può suonare sorprendente che alla fine del 2021 il PD sia ancora in cerca di una “Agenda politica” e di “Parole d’ordine”: a cosa stavate pensando, fino a oggi?

La preoccupazione per la debolezza del partito e dei satelliti che ruotano intorno è reale e traspare anche in questo documento:

L’emergenza sanitaria e il Governo Draghi scompaginano, ancora una volta, nella nostra storia recente, il sistema partitico italiano. Si ridefinisce il campo dell’anti-politica assumendo sempre più un marcato profilo di destra. Verso la destra sovranista e, come si evince dalle recenti inchieste, neofascista vira anche il Centro-destra a trazione meloniana.
Il M5S, che nel 2013 e poi nel 2018 (tenendo come riferimento le elezioni politiche che hanno segnato i principali traguardi pentastellati) ha ricevuto la fiducia di pezzi di elettorato che in altre fasi votò il centrosinistra, completa la sua evoluzione in partito di sistema scegliendo, con Giuseppe Conte, di collocarsi nel campo del Centro-Sinistra.
Il Partito democratico resiste, nonostante le varie scissioni. Resiste, ma non non convince. Anche in Sardegna.
I dati elettorali a partire dalle politiche 2013 mostrano una costante erosione di consensi. A livello nazionale il nostro Partito, secondo i più recenti sondaggi, si attesta intorno al 20%. A livello regionale le ultime consultazioni di rilevanza politica attestano il Pd al 13,5% (96 mila voti). Questo dato ci indica la strada da intraprendere. Sciogliere i nodi che da troppo tempo tarpano le ali ad un partito le cui potenzialità vanno ben oltre quel dato percentuale. Con generosità e slancio favorire e facilitare le risorse e le idee che ci consentano di connetterci con la società sarda e di portarla fuori dalla disperazione in cui si trova dopo la pandemia e la Giunta Solinas.

I limiti strutturali del PD sardo, con la zavorra dell’ipocrisia che ne denota immancabilmente azioni, scelte, selezione del personale, tattiche, rischiano di vanificare la corsa alla vittoria delle prossime elezioni, a dispetto dell’apparente facilità a porsi come controparte dell’attuale disastrosa maggioranza. La facilità è apparente perché in realtà il PD stesso non è estraneo all’assetto di potere oggi rappresentato dalla giunta Solinas: semplicemente, uscito sconfitto nell’ultima tornata elettorale, il PD ha dovuto accettare il ruolo di secondo piano riservato a chi perde.

Il PD dunque deve fare lo sforzo, nei prossimi due anni, di ricostruirsi un’immagine diversa, meno compromessa, più spendibile mediaticamente. Per farlo deve cercare di apparire diverso da com’è in realtà. Ossia:

Un partito radicalmente alternativo ai partiti che governano attualmente la Regione, al partito che oggi esprime il Presidente, alla destra populista e con venature razziste della Lega e di Fdi. Un partito che apre il dialogo alle forze moderate che vorranno rompere la peggiore stagione della storia dell’Autonomia speciale e che ricostruisce un dialogo positivo con le forze autonomistiche, dell’autodeterminazione e indipendentiste di governo. La precondizione al dialogo con le forze autonomiste e indipendentiste dipenderà anche (e soprattutto) dalla capacità del Pd sardo di ripensare se stesso, i rapporti col Pd nazionale, con lo Stato italiano e con la vocazione, naturale e popolare, all’autogoverno del popolo sardo.
Il Pd sardo non può lasciare al Psd’az a trazione leghista il tema dell’autodeterminazione, dell’autogoverno, della Nazione sarda, ma deve interpretarli nella modernità, in chiave europea e mediterranea, per una Sardegna aperta al mondo e non chiusa né in sé stessa né nei meccanismi del potere per il potere.

Si rilancia, insomma, la ricetta della coalizione che sostenne la candidatura di Francesco Pigliaru, magari con l’aggiunta di Giorgio Oppi e di qualche spezzone dell’attuale maggioranza (un posto ai Riformatori, per dire, si trova sempre).

La cosa più interessante, per quanto mi riguarda, è l’accenno agli “indipendentisti di governo”. Evidentemente c’è una porzione dell’ambito indipendentista che ha tale vocazione, a differenza di altre porzioni che invece sarebbero per loro natura “di opposizione” o “radicali”. Vorrei sottolineare l’importanza di queste definizioni, perché nascondono una mistificazione e una trappola che vanno rivelate.

I presunti indipendentisti di governo sono soggetti singoli o associati, ma di scarsissimo peso elettorale, disponibili a farsi cooptare dentro un calderone consociativo e trasformista, pur di “entrare” a Palazzo, magari spacciandosi per la parte più matura e competente del movimento indipendentista. Se riavvolgete il nastro e ritornate a otto anni fa, li ritroverete in azione sostanzialmente nella stessa posizione e con la stessa funzione. Allora le sigle erano quelle del Partito dei Sardi di Paolo Maninchedda e Franciscu Sedda e di iRS di Gavino Sale, con l’aggiunta dei “sovranisti” (così si definivano allora) RossoMori di Gesuino Muledda.

Allora quel cedimento alla corte, nemmeno troppo insistente, del centrosinistra venne spacciato per tattica vincente, scelta allo scopo di portare prepotentemente fin dentro il governo regionale le istanze di autodeterminazione. Come siano andate le cose, lo sappiamo bene, al di là delle parole diversive utilizzate per camuffare la reale consistenza dell’operazione.

L’appello di Deiana è chiaramente rivolto non solo al PD ma anche al mondo indipendentista. Chi ha orecchie per intendere farà bene a prepararsi. Non è nemmeno detto che saranno precisamente gli stessi soggetti a recitare quel ruolo. Temo che nel campo indipendentista e autodeterminazionista, per illusione o per convenienza, qualcuno disposto a farsi cooptare si troverà.

Emerge anche, almeno come connotazione extra-testuale, la volontà di rinsaldare la vicinanza tra l’ANCI e Corona de Logu, l’associazione di amministratrici e amministratori indipendentistə. Il ruolo di Emiliano Deiana ha un certo peso, in questo caso. Attrarre a sé qualche amministratore/trice dell’area autodeterminazionista è comprensibilmente un obiettivo tattico rilevante.

Il resto del documento di Deiana è dello stesso tenore retorico. Elenca una serie di punti tematici a cui dovrebbe votarsi il PD, assemblati mettendo insieme diverse “idee senza parole” tipiche della retorica politica progressista in salsa sarda, con auspici velleitari e con qualche spunto programmatico che profuma di proposta indipendentista. Non manca l’appello sulla necessità di una nuova normativa elettorale. Ci sta sempre bene, a inizio campagna, salvo svanire poi dal novero delle scelte concrete. Deiana però specifica che la nuova legge elettorale dovrà eventualmente essere maggioritaria, chiarendo così che il fine deve essere comunque la salvaguardia dell’attuale chiusura oligarchica e il controllo feroce dei pacchetti di voti e delle sacche clientelari: nessuno spazio a un’apertura democratica reale.

In tutto il documento non c’è una sola parola, una sola proposta basata su un’analisi onesta e trasparente della realtà socio-economica, culturale e politica dell’isola. Non c’è nemmeno un grande sforzo di fantasia, dovendo necessariamente barcamenarsi tra l’esigenza di presentarsi come una novità appetibile anche all’esterno del PD, almeno per bocche buone, e la necessità di non minacciare troppo scopertamente le relazioni di potere esistenti dentro quell’aggregazione.

È evidente che l’appropriazione di termini come indipendentismo e autodeterminazione sia utile a ri-legittimarsi e al contempo a indebolire qualsiasi possibile alternativa reale che contempli tali istanze tra i propri cardini. Il meccanismo infernale della legge elettorale vigente favorisce le grandi ammucchiate a discapito di terzi incomodi. Il riuscito tentativo del M5S di entrare in Consiglio regionale, alle elezioni del 2019, non è la smentita bensì la conferma di come la combinazione tra riduzione a 60 dei posti in Consiglio e la restrittiva legge elettorale di fatto azzeri il peso e la funzione di un eventuale terzo polo; soprattutto se questo non ha una reale forza politica da spendere, né una prospettiva radicalmente diversa da quelle dei poli maggiori.

(Detto per inciso,, credo che la parabola del M5S in Sardegna sia ormai tramontata, senza per altro lasciare alcuna traccia significativa. È un fatto positivo, perché sgombra il campo da uno dei possibili fattori diversivi, apparentemente all’opposizione ma in realtà a sostegno dell’apparato di potere dominante. Vedremo se ne sarà inventato un altro.)

Quel che si può rispondere alla mossa politica rappresentata dal documento di Emiliano Deiana e alle manovre concomitanti (per esempio la riesumazione della parlamentare Romina Mura come possibile candidata della coalizione) l’avevo già scritto *prima* che fosse partorita. Rimando in proposito ad alcuni post degli ultimi mesi, qui su SardegnaMondo, da leggere se si vuole in sequenza: direi almeno questo, questo, questo e infine questo, in ordine cronologico.

Non ho nulla da aggiungere a quanto già scritto.

Rimane il dubbio sulla reale volontà del variegato ambito indipendentista di costruire una alternativa reale e solida al pastrocchio coloniale dominante. Le dichiarazioni di pragmatismo con cui rivendicare il brutale cedimento al “lato oscuro della forza” sono già state messe in campo in passato e temo che saranno rispolverate nei prossimi mesi. Dovremo leggere e sentire ancora argomentazioni fallaci (ci alleiamo con la controparte per “cambiare le cose dall’interno”) e sorbirci termini di paragone del tutto impropri e persino fraudolenti (la famose alleanze dei partiti indipendentisti catalani con quelli unionisti, usate come precedente giustificativo).

Tuttavia, non cambierà di una virgola, ma anzi sarà confermata, la necessità di aprire e irrobustire un fronte popolare di emancipazione collettiva che sappia coniugare i temi e le prospettive dell’autodeterminazione democratica con quelli dei movimenti sociali e ambientalisti, con le istanze dei territori più in sofferenza e delle categorie svantaggiate. La militanza sociale e politica di sinistra-senza-fissa-dimora dovrà scegliere come schierarsi, se deciderà di schierarsi. Senza dimenticare la vastissima porzione di sfiduciati e disinteressati che alimenta l’astensionismo di massa.

Resteranno attivi temo anche i soliti posizionamenti “identitari” (quelli per cui *essere* indipendentisti è una condizione soggettiva, antropologica. che distingue da qualsiasi altro essere umano), settari (ci parliamo solo tra indipendentisti duri e puri, qualsiasi cosa questo voglia dire), da avanguardia autoreferenziale (noi abbiamo capito tutto, gli altri nulla: o si convincono o peggio per loro), così come gli equivoci terminologici e le ingenuità teoriche. Chiunque voglia cimentarsi, dovrà tenerne conto e armarsi di santa pazienza.

In tutto questo, una cosa è certa: le forze politiche dominanti, di destra o di (pseudo)sinistra, populiste o tecnocratiche, che siano succursali coloniali dei partiti italiani o aggregazioni locali ad esse ancillari, sono la controparte. Non sono un possibile alleato in nessun caso e per nessuna ragione.

Se non si accoglie questo presupposto, significa che si è già scelto il lato della barricata in cui collocarsi, e non è quello della battaglia a favore di una democrazia finalmente compiuta e di un progresso civile e sociale effettivo e duraturo.

5 Comments

  1. po su chi balit,
    potzu nai ca emu jai imaginau totu custu copioni e finas s’atori principali ca recitat, prus de unu annu a oi: testimongius is cumpàngiu mius de Casteddu.
    Custu po nai ca tenint propriu pagu fantasia. Ddu podiant a su mancu scriri mellus, aciungi callincuna scena prus interessanti…

  2. Oggi la sirena è Emiliano Deiana, “l’alternativo” del PD, ieri era Pietrino Soddu e la fine dell’autonomia. Diversi attori ma il copione è sempre lo stesso. Ieri a cadere nella trappola è stata IRS (suo lo slogan “più sovranità “, anche per, occorre avere l’onestà di dirlo, ambizioni personali. In tutto questo inizio a ravvisare una serie di distorsioni lessicali utili ai manovratori ad attirare nella tela possibili vittime, suggestionabili sia per scarsa cultura politica che per un forte desiderio di arrivare sugli scranni regionali. Purtroppo costruire una alternativa seria, che non sia la riproposizione sic et simpliciter dell’esperienza di Autodeterminatzione, con la frantumazione attuale appare impossibile, stante l’attuale legge elettorale che nessuno ha intenzione di cambiare.

  3. Sullo stesso tema interviene Franciscu Pala, già tra i fondatori di iRS, sul blog Helis.

    Mi pare che la sua sia un’impostazione piuttosto arretrata, rispetto al punto in cui è arrivato il dibattito (oddio, dibattito è una parola grossa, ma va be’) e anche rispetto alle dinamiche correnti. Un posizionamento di retroguardia, a tratti nostalgico. Ma questo è legittimo ed è anche il meno.

    Pochissimo convincente il titolo, che è anche una tesi di fondo: onestamente, chi se ne importa se il PD riconosce o no la Nazione sarda? A parte il fatto che non lo farà MAI, si tratterebbe comunque di un posizionamento del tutto retorico, buono a mascherare una qualche forma di rivoluzione passiva. A cui, per altro, una parte dell’indipendentismo (quello “di governo”, appunto) si presterebbe pure volentieri. Certo, se tale riconoscimento avvenisse, potrebbe avere delle conseguenze come ulteriore legittimazione del percorso di autodeterminazione, ma sarebbe un effetto difficile da misurare e non è detto che ne verrebbe comunque fuori qualcosa di buono, sul piano delle dinamiche politiche e sociali.

    Da contestare radicalmente la ricostruzione, sia pure sintetica, dell’esperienza di Sardegna Possibile 2014 (a proposito della quale ci saranno presto delle novità). Qui evidentemente a Pala mancano informazioni decisive. La sua lettura di quella vicenda è scorretta sul piano fattuale e lascia a desiderare a livello di analisi politica.

    Anche la valutazione sul Partito dei Sardi è quanto meno problematica. Non vedere i contorni e limiti di quell’esperimento politico è grave per chi aspira a essere un punto di riferimento teorico nell’ambito indipendentista. Poi, chiaro, ci sono le simpatie personali, gli errori in buona fede, le illusioni. Ma i fatti, in questo caso, hanno una consistenza davvero troppo solida per essere travisati anche indossando lenti opache e facendosi guidare dall’emotività, anziché dal raziocinio.

    Non prendere una posizione chiara e definitiva sulle avances interessate – presenti e future – di una parte della politica podataria sarda è un grave limite. Non aiuta la comprensione dei fenomeni in corso, non arricchisce la discussione, non favorisce scelte coraggiose e lungimiranti. Positivo, comunque, che uno dei pochi veri teorici dell’indipendentismo sardo contemporaneo esca allo scoperto e dica la sua.

    1. A Franciscu Pala risponde, su FB (con toni inevitabilmente… da social), Alessandro Mongili, di cui riporto il post:

      DIO CI SALVI DA QUESTI “VECCHI CREDENTI” DELLO SCONFITTISMO INDIPENDENTISTA.

      Gli “unionisti democratici stanno maturando” il superamento dell’autonomismo tradizionale, afferma Francesco Pala, anima storica dell’indipendentismo, la cui linea grafica è onnipresente in quell’area politica. Egli si riferisce alla recente mozione congressuale PD Deiana-Mura-Lecis Cocco Ortu titolata, mi sembra di ricordare, “Confondiamo le acque qualcuno ci cascherà”. Infatti, subito tutti a rincorrere il magico e fondazionale potere attrattivo di questa corrente PD, soprattutto fra gli indipendentisti onusti di sconfitte ma sempre in piedi a ripetere gli errori. Io resterei molto più attento e prudente, invece.
      Il testo è lungo e solo alla fine Pala ci spiega quali siano i suoi orientamenti. Lo fa alla democristiana, senza esporre e senza dire quasi nulla, ma facendo intravvedere simpatia per questa trovata fra Bortigiadas e l’West. Però, prima, si lancia in una ricostruzione sorprendente della storia politica sarda, utilizzando come unica fonte… se stesso. Il che va bene, per me soprattutto, visto che ho una vecchia idea sugli indipendentisti-boyscout oriented come bisognosi di attenzione e indifferenti ai problemi degli altri, in particolare dei Sardi e della Sardegna, di cui non vanno alla ricerca, se non come pubblico o come seguaci. Questa interpretazione della storia comincia con la vicenda di Renato Soru e di Progetto Sardegna, al quale io mi avvicinai solo nel 2007, quindi dopo la chiusura di PS. Lui invece ricorda con fierezza la sua opposizione nel 2005 a una convergenza indipendentista con quella esperienza, ostacolata più seriamente dagli allora Castosauri dentro il PD, da tutto l’establishment coloniale italiano e dai loro podatari sardi, ma vista da tantissimi sardi onesti come una breccia in un sistema di potere da superare. Con tutti i limiti (molti) che oggi è possibile vedere in quell’esperienza in termini di volontarismo e di una sorta di giacobinismo, forse chi si oppose allora dovrebbe fare una riflessione sui costi per tutti noi di cotanta opposizione. Pala se ne fa invece un gran vanto, e sin qui niente da dire, ognuno difende la propria storia, ci mancherebbe. Su questo punto però sarebbe il caso di discutere, perché se ci si oppone a un tentativo di modificare l’agenda politica in senso autonomistico autentico, dopo decenni di Eteronomia, credo che un indipendentista lo debba giustificare con argomenti diversi dal brutto supposto carattere di Renato Soru. La risposta di Pala è che Soru si rifutò di adottare dei punti-bandiera, come il “riconoscimento della Nazione sarda”. Mentre invece oggi si è disposti a correre dietro alla proposta Deiana-Mura-Lecis Coccortu (che per me ha le apparenze di un bluff) perché, pur avendo votato in Parlamento e ovunque ogni misura contro i Sardi, adotterebbero i punti-bandiera (la “Nazione sarda” e, magari, sostituirebbero i Quattro mori con l’Alberello portasfiga).
      Dunque i simboli contano più della politica reale? Mi ricorda qualcuno che ha fatto dei danni enormi alla Sardegna e all’indipendentismo, ma che lo ha arricchito di tanto trasformismo, sino a soffocarlo.
      E questo a me sembra un punto essenziale, invece. Vogliamo un cambiamento vero o solo che sui pennoni cambi la bandiera? Vogliamo cambiare le apparenze perché tutto rimanga com’è? Non certo io, non certo molti sardi, almeno spero.
      A proposito di Sardegna possibile, non cita neanche Michela Murgia, che ebbe un ruolo di traino, e derubrica tutto a “buon risultato”, “legge elettorale indecente”, come se quell’exploit fosse tutta farina del sacco di Progres. Al contrario, chi ha partecipato a quella vicenda sa bene quale sia stato il ruolo di ostacolo di Progres nell’evitare che quella esperienza maturasse, sia per la sua opposizione alla Lista unica, che avrebbe consentito di entrare in Consiglio regionale (a questo proposito, vorrei informare i nostri amici indipendentisti-orientamento BoyScout che il “parlamento sardo” NON ESISTE, purtroppo), sia per il suo sabotaggio alla trasformazione di quel movimento e di quel risultato storico (mai raggiunto prima, per non parlare del dopo) in qualcosa di meno effimero. Al di là di tutto, un bell’esempio di piccolezza umana e politica. Senza Michela Murgia, quell’esperienza sarebbe stata come ADN, cioè il nulla politico, e le solite percentuali che segnano il fatto che i Sardi, pur simpatizzando per l’indipendentismo, come ogni sondaggio rivela, non stimano gli indipendentisti come votabili, che poi è il vero problema politico che questi dirigenti dello sconfittismo indipendentista dovrebbero affrontare, se avessero un minimo di sale in zucca.
      Pala nel suo testo non spiega inoltre come mai il Partito dei Sardi, che lui dice di aver sostenuto, si sia rivelata una sòla, un pacco, pur ammettendo sotto traccia di essersene accorto (senza però degnarci di una qualche argomentazione). E già aver ammesso di simpatizzare per un’esperienza politica così negativa dovrebbe metterci sull’attenti rispetto alle sue scelte.
      Oggi però considera positivamente la Mozione Deiana-Mura, per cui credo che, visti i precedenti, la nostra prudenza debba raddoppiare istantaneamente, considerato lo sconfittismo seriale della fonte.
      Non sono contro nessuna alleanza o nessun accordo, ma credo che (1) si dovrebbe tornare di corsa al proporzionale e non vedo nessun punto nel Manifesto di Bortigiadas dedicato a questo (2) ogni accordo dovrebbe contenere una serie di punti politici irrinunciabili, come la parità linguistica, la riforma dello Statuto, un modello di transizione economico-sociale che ci porti fuori dalla dipendenza, la fine di ogni discriminazione materiale e simbolica per noi sardi.
      Ma, prima di tutto, come lo stesso Pala riconosce, ci vuole una rappresentanza politica agibile, democratica, fuori dalle camarille, aperta a chi vuole partecipare, ma soprattutto alla vita vera dei Sardi, con personale politico meno improbabile di quello che, infatti, i Sardi si guardano bene dal votare. Un partito, una piattaforma, una struttura politica nuova. Altrimenti, chi si mette d’accordo con chi, se non esiste nessun partito dell’autodeterminazione, al di fuori di piccoli gruppetti?

  4. A proposito dei temi in questione, rilancio anche qui un articolo di Andria Pili, scritto prima della mozione PD di cui al post, ma uscito oggi.
    La connessione è evidente. Ne condivido l’analisi e le conclusioni (a parte il discorso su Sa Die de sa Sardigna, in questo caso accessorio, che andrebbe problematizzato di più e meglio e a mio avviso centrato proprio sulla critica delle critiche a quella ricorrenza).

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