Ai confini della realtà

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Immagine di Michele Keki Ladu

Chi e cosa rappresentano la politica e i media, in Sardegna? Di cosa parlano? Che connessione esiste tra le loro priorità, i loro dispositivi retorici e comunicativi, l’opinione pubblica che vorrebbero orientare e la realtà storica in cui agiscono?

Ne avevo già parlato. Più che altro, perché non riesco a non stupirmi di tanta capacità di mistificazione.

Mentre vengono al pettine ancora una volta alcuni nodi mai sciolti (continuità territoriale e collasso della sanità pubblica, per esempio), politica e media si gingillano con tutt’altre faccende.

La tattica è sempre la stessa: diversivi, retorica da strapazzo, finto conflitto politico. Intanto si perseguono i veri obiettivi (accaparramenti clientelari, giochi di potere, favori fatti e ottenuti, intermediazioni opache: cose così).

In questo quadro si inserisce coerentemente l’ultima trovata del governo centrale, la celebrazione dei cento anni del Milite Ignoto. Una circostanza in cui riemerge per l’ennesima volta tutto lo spirito reazionario e grettamente nazionalista che caratterizza da sempre lo stato italiano.

Il “governo dei migliori” guidato dall’alieno Draghi fa le sue scelte, prende decisioni, gioca la sua parte nello scenario internazionale, ben al riparo da qualsiasi vera dialettica politica, senza alcun controllo, figuriamoci contrasto, da parte del parlamento e dei mass media e con l’avallo del sopravvalutato e fin troppo incensato presidente Mattarella. Non si sa con quale agenda politica, in rappresentanza di quali interessi, con quali prospettive. O forse, a ben guardare, si sa benissimo.

Puntare ancora una volta sul nazionalismo spicciolo, sulla scia dei successi sportivi dell’estate scorsa, evidentemente sembra sempre un’ottima soluzione.

Ma la retorica del sangue versato per la Patria è sempre una trappola. Sempre. Se poi sei destinato al ruolo della vittima sacrificale, è proprio una fregatura. Se, da vittima sacrificale, arrivi addirittura a vantartene, vuol dire che su di te hanno fatto proprio un buon lavoro.

Naturalmente, alludo all’adesione incondizionata, direi entusiasta, dell’establishment politico e mediatico sardo a questa trovata repellente. Non sembra vero alla nostra classe dominante quando da Roma (o da qualsiasi altro posto a cui rispondono) arrivano indicazioni così chiare su cosa fare, per togliersi dagli impicci.

Non dimentichiamo che poche ore prima c’era stata la prima approvazione (in Senato) del disegno di legge sull’inserimento dell’insularità in costituzione: grande giubilo unanime. In realtà il testo è stato radicalmente modificato e totalmente depotenziato in sede di commissione. A leggere il dispositivo approvato dal Senato, si evince che tutta la pompa retorica che sorreggeva la richiesta del nostro intero arco politico, di tutti i media e di gran parte dell’intellighenzia accademica, è stata sgonfiata brutalmente, come un palloncino troppo gonfio con un ago. Sia come sia, difficilmente questa pagliacciata arriverà fino in fondo. Mancano ben tre votazioni, la seconda al Senato e due alla Camera. Non è detto che vadano tutte nel senso sperato dai promotori. Non si sa nemmeno se ci sarà il tempo per svolgerle tutte.

In questa sede non intendo scendere in particolari. Tuttavia è doveroso accennare ancora una volta alla cialtronata insularista perché anch’essa è un diversivo e si sposa molto meglio di quanto sembri con la prosopopea patriottarda delle celebrazioni del Milite Ignoto.

Ricordiamoci che solo poche settimane fa i promotori del’insularità in costituzione (ossia quei geni del male dei Riformatori) avevano minacciato la “sardexit” in caso di mancata approvazione parlamentare. Una sceneggiata grottesca, com’è evidente.

Il presidente Solinas, che non si è mai tirato indietro nella promozione di questa porcheria, allo stesso modo non si tira indietro nella celebrazione della ricorrenza militarista odierna, il diversivo del giorno. Come? Sciorinando i soliti stereotipi triti e ritriti sul sangue versato, sull’eroismo dei sardi, sul diritto ad essere italiani per meriti bellici. Senza darsi troppo pensiero per le contraddizioni palesi del suo discorso e dell’intero impianto ideologico da cui discende.

E va bene così a tutti. Anche coloro che tra qualche mese saranno in prima fila a chiedere il voto dell’elettorato sardo “per battere le destre” e che fanno mostra di avversione politica verso Salvini, Meloni e compagnia fascisteggiante in realtà non hanno nulla da dire su tutto questo ciarpame nazionalista. Addirittura la stessa università, e quella di Cagliari in prima fila, si associa alle celebrazioni e ne fa un momento rilevante della didattica.

L’organizzazione “a Foras” segnala infatti questo episodio:

NAZIONALISMO E MILITARISMO PER UN CREDITO UNIVERSITARIO: L’ENNESIMA VERGOGNA DELL’UNIVERSITÀ DI CAGLIARI
È risaputo che la propaganda militarista sia penetrata profondamente all’interno delle aule accademiche, in particolare nell’ateneo cagliaritano. Non dimentichiamo le decine di iniziative e di accordi tra UniCa e gli apparati militari, le industrie di produzione bellica (che compartecipano con le due università sarde nel Distretto aerospaziale sardo) e le università israeliane, come non ci dimentichiamo la gigantesca operazione di greenwashing “Caserme verdi” promossa da istituzioni militari e accademia. Ma la propaganda militarista e nazionalista è arrivata ad un nuovo livello. Uno studente ci ha segnalato, infatti, come quest’oggi è stata inserita dal corso di laurea in Filosofia dell’Università di Cagliari – all’interno di un ciclo di seminari di storia contemporanea – la partecipazione a una iniziativa abbastanza atipica per la formazione accademica. Non si trattava, infatti, di un seminario o un convegno, ma della partecipazione, riportando testualmente dal programma del ciclo, alle “Celebrazioni del centenario del milite ignoto” alla presenza del rettore Mola e del sindaco di Cagliari Truzzu.
Così la celebrazione di uno dei simboli della propaganda fascista e nazionalista, dopo il secondo conflitto mondiale traslato all’ambito patriottico e soprattutto militare, e al suono dell’inno nazionale italiano viene propinato acriticamente alle studentesse e agli studenti cagliaritani. Tutto questo per poter guadagnare un credito formativo universitario e per avvicinarsi di un piccolo passo in più alla laurea, essendo la partecipazione all’iniziativa obbligatoria, assieme ai due effettivi seminari accademici successivi per conseguire il credito.

Siamo circondatə, insomma. È come se la classe dominante sarda, nella sua funzione di mediazione, tramite i suoi portavoce, occupasse compulsivamente ogni spazio narrativo, ogni canale comunicativo.

La domanda è: che grado di connessione esiste, se esiste, tra tutto ciò e la vita reale delle nostre comunità? Politica, media, intellighenzia rappresentano qualcosa al di là di se stesse? E quanta presa hanno, con i loro dispositivi retorici, sull’opinione pubblica, sulle masse?

Probabilmente la presa è sempre più labile, ma in fondo non è tanto essenziale persuadere davvero le persone. L’importante è che non si parli d’altro, che non ci sia spazio per altre narrazioni, per dubbi, critiche, per ragionamenti meno semplicistici e condizionati. Una popolazione mediamente piuttosto anziana, socialmente sfibrata, culturalmente debilitata, che subisce ancora una forte egemonia della televisione italiana, cresciuta nel mito della subalternità e della specialità auto-colonizzata, senza punti di riferimento ideologici, è più facile da controllare. Se non si può convincere, basta distrarla o anestetizzarla.

A questo dedicano tempo ed energie la nostra politica e i nostri media. Con successo sufficiente a disinnescare, per adesso, qualsiasi istanza critica, qualsiasi proposta politica alternativa. Non in termini assoluti, ma quanto meno in termini di adesione di massa. E tanto basta. Al resto ci pensano i social. Chissà se tutto questo funzionerà ancora per molto.

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