La discriminante democratica

Le parti di opinione pubblica e di elettorato più critiche verso “l’ordine presente delle cose” non formano un fronte compatto. In Sardegna non più che altrove. Le varie sensibilità di sinistra e l’indipendentismo, che siano organizzati o no, concordano su diverse questioni, almeno in teoria, ma sono anche divisi su altre, non di poco conto. Esempio massimo di questo dissenso è la guerra in Ucraina. Le ragioni sono diverse, ma c’è un elemento che emerge come dirimente.

Chi critica in termini radicali l’ordinamento socio-politico attuale, sia sul piano dei valori e degli ideali, sia su quello degli obiettivi pratici e degli interessi da perseguire, lo fa sulla base di alcune evidenze storiche difficilmente contestabili.

Che il mondo si stesse avviando verso una concentrazione inaudita di ricchezza in mano a pochi soggetti e verso regimi politici sempre più autoritari, anche dentro le scatole formali delle democrazie di stampo occidentale, era una possibilità segnalata da molti sintomi sin da subito dopo il crollo del Muro di Berlino (e per certi versi anche da prima).

Nonostante la deriva rapace del tardo capitalismo e dei regimi politici che ne rappresentano gli interessi costituiti, in questi decenni non è emersa alcuna forza teorica, etica, organizzativa sufficientemente forte e diffusa da contrastare l’ondata anti-democratica generalizzata, nelle sua varie incarnazioni concrete.

La riesumazione di Marx ha avuto parziale successo solo sul piano teorico, nell’analisi del funzionamento dei meccanismi economici, ma non ha fornito alcuna soluzione praticabile a livello sociale e politico. Il movimento no-global si è scontrato sia con la repressione a vario livello sia con le sue stesse contraddizioni.

Lo sviluppo del pensiero post e de-coloniale ha messo in luce le distanze epistemologiche e le diverse posture nella visione delle cose tra le porzioni di pianeta che si sono avvantaggiate dal colonialismo e dall’imperialismo e quelle che li hanno subiti.

I discorsi emancipativi di stampo occidentale hanno fallito miseramente nel riconoscere voce in capitolo a popolazioni che cercavano e cercano una propria capacità di agire fuori dai canoni stabiliti dalla cultura europea e nord-americana.

Così è successo a più riprese che le organizzazioni e i movimenti di sinistra anti-globalizzazione, anti-capitalisti, pacifisti abbiano disconosciuto sistematicamente movimenti popolari di liberazione in contesti non europei solo perché non risultavano categorizzabili dentro i loro vecchi schemi interpretativi.

Si è arrivati all’aberrazione di parteggiare per regimi terribili come quello siriano degli Assad o per quello nord-coreano, si sono etichettate come azioni eterodirette (di solito dalla CIA) rivolte popolari e movimenti di liberazione che nascevano da dinamiche locali e su richieste legittime di democrazia, solo perché ostili a qualche “nemico del mio nemico”.

L’ostinazione ad applicare a fenomeni nuovi, in un contesto internazionale drammaticamente mutato, schemi interpretativi del passato, ha portato anche a non riuscire a comprendere movimenti popolari spuri, meticci, contraddittori ma vitali, come i “gilet gialli” francesi, o la mobilitazione italiana contro il “green pass”, o anche, in questi ultimi anni, la resistenza popolare contro la speculazione energetica in Sardegna.

C’è tanta difficoltà, nel progressismo borghese come nella militanza più radicale, a darsi conto di quel che succede partendo dai fatti, dalle relazioni tra soggetti reali, operanti nel contesto dato, piuttosto che elaborare risposte stereotipate, fondate su principi e dogmatiche largamente superate dagli eventi.

Con l’invasione russa dell’Ucraina questo fenomeno ha toccato il suo culmine. Per restare in Sardegna, una parte consistente della militanza di sinistra e/o indipendentista ha sposato convintamente la causa della Federazione russa e del suo regime autoritario e oscurantista, sorvolando sulla sproporzione di forze e sulla circostanza oggettiva che la Russia ha attaccato uno stato sovrano per sottometterlo alla propria volontà.

Uno stato sovrano che avrebbe commesso il peccato mortale di voler uscire dall’orbita dell’egemonia imperiale russa per votarsi all’Europa.

Le argomentazioni usate per difendere questa posizione, aberrante sia sul piano politico sia su quello morale, sono del tutto fantasiose, basate su tesi artefatte, riprese il più delle volte pari pari dalla propaganda russa.

Per esempio la questione del Donbas e le leggende sulla repressione dei russofoni (termine privo di senso, dato che tutta la popolazione ucraina era russofona, come quella sarda è italofona) fatti coincidere arbitrariamente con una presunta maggioranza di popolazione locale russofila (dato falsificato da tutte le evidenze disponibili).

Oppure la natura “nazista” del governo ucraino, tesi basata sulla riscoperta a Kijv di simboli e personaggi del nazionalismo ucraino. Che, sì, fu alleato con i tedeschi nella seconda guerra mondiale, contro l’URSS, ma per ragioni storiche, non tanto ideologiche. Tant’è che la rappresentanza dell’estrema destra nel parlamento ucraino è risibile, al contrario degli aspiranti emuli di fascismo, nazismo, franchismo in molti paesi dell’UE.

Si è arrivati a negare apertamente l’esistenza di un popolo ucraino o se non altro del suo diritto ad essere indipendente. Il che, soprattutto da parte di indipendentisti, è paradossale.

C’è poi l’argomento meschino della “convenienza”: all’Europa converrebbe abbandonare l’Ucraina al suo destino perché conviene di più avere buoni rapporti con la Russia, in termini utilitaristici (esattamente come avveniva fino al 2022, con la Germania in testa a questa relazione di favore).

Inoltre c’è il solito feticcio della NATO ad aleggiare su tutta la faccenda. Se l’Ucraina vuole entrare nella NATO (cosa del tutto lontana dalle agende dei paesi coinvolti, in realtà) e nell’UE (accomunata, non si sa in base a cosa, alla NATO come entità malvagia da combattere) allora vuol dire che è *nostra* nemica.

In tutto questo non c’è la benché minima considerazione per la sorte della popolazione ucraina, in primis quella delle aree occupate dalle forze russe, sottoposte a un regime terribile in stile israeliano.

La stessa somiglianza tra gli imperialismi russo e israeliano è omessa o negata, onde non dover ridiscutere tutto l’impianto argomentativo filo-russo, a dispetto del fatto che i due regimi siano piuttosto complici e che usino metodi drammaticamente coincidenti.

Queste posizioni così diffuse e radicate in una militanza a cui in larga misura mi sento di appartenere, o con cui comunque condivido molte premesse e un certo orizzonte di valori, mi hanno sempre dato da pensare.

A lungo mi sono interrogato, anche qui su SardegnaMondo, sulle ragioni di tale discrepanza, osservando con preoccupazione una certa deriva rosso-bruna di molto attivismo culturale e politico di sinistra e/o indipendentista.

Spiegare tutto con dei cortocircuiti storici e teorici, scattati quasi pavlovianamente nel momento in cui è entrata in scena la Russia, a cui molto immaginario alternativo e radicale è legato sentimentalmente, non basta.

A parte pochi esaltati, a nessuna persona con un minimo di consapevolezza politica salterebbe in mente di negare la natura autoritaria e reazionaria del regime putiniano. Di solito si afferma che nemmeno i regimi politici nostrani sono gran che, perdendo così di vista parecchie cosette molto concrete. Prevale la formula “io non sono putiniano/a, ma…”. Ed è su questo “ma” che vorrei fare luce.

Perché è evidente che nel mondo di oggi tutte le categorie analitiche che potevano avere senso nel corso della Guerra fredda sono ormai inservibili.

Si agita il feticcio della NATO, in Sardegna più che altrove, quando in Sardegna la NATO ha diradato la sua presenza e il suo impatto da un pezzo e in Europa si mette apertamente in discussione l’Alleanza atlantica.

Si mostra di credere ancora alla contrapposizione radicale tra USA e Russia, quando è sotto gli occhi anche della persona più distratta quanto vadano d’accordo, ideologicamente oltre che umanamente, Trump e Putin (e Netanyahu), con tutto ciò che rappresentano.

A dispetto di evidenze ormai conclamate e documentate, si fa fatica anche ad ammettere che il regime di Putin è il primo finanziatore di tutte le forze di destra del Vecchio continente, apertamente fasciste o camuffate che siano. Tutte dichiaratamente anti-europee, in quanto nazionaliste e reazionarie. E solo perché anche la stessa UE è uno dei feticci da abbattere. (Vedere persone di sinistra difendere il regime ungherese di Orban, per dire, è stato davvero deprimente.)

Eppure, se si discute in astratto di valori, orizzonti teorici, prospettive storiche, con moltissime persone di sinistra e/o indipendentiste che hanno tali posizioni (ai miei occhi, aberranti), la concordanza è notevole.

Dove sta dunque l’inghippo? Riflettendoci, mi pare che una risposta stia nell’elemento che dà il titolo a questo post: la discriminante democratica.

In gran parte della militanza di sinistra (e in questo caso indipendentisti e non indipendentisti concordano), la critica agli esiti del dominio dell’economia capitalista e delle sue rappresentazioni politiche ha da sempre comportato una critica anche alla democrazia liberale, in quanto “borghese”, strumento di dominio “di classe”.

Tutto ciò che contrasta le democrazie liberali e le loro derive anti-popolari, nonché l’imperialismo occidentale e soprattutto quello USA, è benvenuto. Poco importa che sia un male ancora peggiore.

La legittima critica alle nostre scalcagnate e sofferenti democrazie porta molta militanza a desiderare che esse siano distrutte. Chi si prefigge di farlo, di colpo diventa un amico, o un nemico-del-mio-nemico appunto, pertanto, in quanto tale, da sostenere.

Ho sentito e letto a più riprese persone che definirei senza problemi “compagne” auspicare una dissoluzione anche traumatica della democrazia di stampo europeo. Addirittura è diventato lecito preferire i fascismi a qualsiasi discorso democratico liberale.

La dissoluzione dell’Unione Europea è esplicitamente desiderata da molti, sia pure a volte facendo molta confusione su cosa sia l’UE, chi ci sia dentro, cosa rappresenti. Ignorando insomma la dialettica interna ai vari stati e all’UE stessa.

C’è anche tanta attenzione ossessivo-compulsiva per le questioni geo-politiche, come se davvero la geo-politica fosse una scienza (sociale o umana, quel che volete) e non una serie di paralogismi fondati su una visione del mondo umano davvero asfittica e monodimensionale.

Ogni volta che un analista geo-politico azzecca una previsione, se ne fa un guru, diventa subito un oracolo da interrogare. Non si trae invece la conclusione più sana e conseguenziale, ossia che di solito non ci azzeccano nulla. E però quanto piace la geo-politica alla militanza di sinistra e/o indipendentista! Piace tanto più quanto meno si ha idea dei posti e delle popolazioni di cui si blatera.

In generale è come se in molta sinistra e in molto indipendentismo la democrazia non fosse più una condizione necessaria. Dato che la nostra democrazia fa schifo, meglio niente.

Io su questo punto non sono affatto d’accordo. Sono in prima fila a criticare i nostri regimi politici, sempre più votati all’autoritarismo, sempre più anti-popolari (anche e soprattutto quando dominati da forze populiste), sempre più funzionali a dinamiche di dominio planetario da parte di ristrette élite super ricche e fuori controllo.

Ma proprio per questo io vorrei PIÙ democrazia, non meno. Più diritti sociali e civili, più decentramento, più cura dei beni comuni, più intervento pubblico (che non vuol dire necessariamente statale) su fattori economici strutturali, più autodeterminazione dei popoli, più solidarismo internazionale, più organizzazioni sovralocali, democraticamente responsabili, che affrontino le crisi globali in corso.

L’UE fa schifo? Benissimo, trasformiamola in una vera confederazione democratica di popoli liberi, pacifici e collaborativi (e, sia chiaro, non in quella schifezza padronale e oligarchica chiamata Stati Uniti d’Europa).

Chi attacca l’UE invece, anche da sinistra, di solito non chiarisce quale sia il proprio obiettivo. A me sembra spesso che coincida pericolosamente con quello delle destre nazionaliste e oscurantiste: un ritorno agli stati-nazione di matrice otto-novecentesca, autoritari al proprio interno e tutti in competizione tra loro all’esterno. Una vera genialata.

Certe porcherie le lascerei ai fascisti, più o meno palesi, che infestano lo scenario europeo (ben sostenuti da Putin e Trump, come si sa). Gli stati nazione di matrice otto-novecentesca sono un relitto storico da abbandonare al più presto. Sono una zavorra che sta facendo affondare la nave.

In ogni caso, ribadisco, non può essere buttata al macero la democrazia come un regime corrotto e inservibile, senza avere un’alternativa *migliore*. Ma non credo che gli stessi propugnatori della dissoluzione dell’UE o della vittoria di Putin in Ucraina, quando sono in buona fede, abbiano le idee chiare su questo punto. E lasciamo stare quelli che non sono in buona fede o che sono banalmente dei fascisti, magari sotto mentite spoglie.

Faccio un appello: possiamo almeno chiarire quali siano gli obiettivi, l’orizzonte a cui si tende? Cosa si vuole? Dove si vorrebbe andare a parare?

La discriminante democratica per quanto mi riguarda è dirimente. Non sono disposto a rinunciare alla nostra faticosa e decadente democrazia, persino in un luogo dove non si è mai realizzata compiutamente come la Sardegna, se non per qualcosa di meglio. Non certo per un qualche grande repulisti caotico, auspicabile a parole, in astratto, ma secondo me molto poco piacevole quando ci sei dentro.

Vediamo di intenderci almeno sui punti fondamentali, altrimenti i nostri sono discorsi irresponsabili, ipocriti o come minimo mal fondati. Poi, se è il caso, si potrà procedere assieme, nel tentativo di cambiare in meglio il mondo.

6 Comments

  1. Omar, il problema della autodeterminazione del Donbass rimane aperta, devono essere loro a decidere, anche se è molto complicato. Penso che tu conosca la proposta di SNI di referendum monitorato dall’ONU.

    Sull’Europa e sulla democrazia ti dò pienamente ragione, anche se l’UE sarebbe da rifondare, perché è inefficace all’esterno e dannosa all’interno.
    Hanno iniziato dalle economie e dalle legislazioni, unificandole hanno piallato i poteri decisionali locali. Dall’altra hanno trascurato l’esterno, cioè difesa comune (senza aumento delle armi) e unica voce a parlare con USA, Cina e Russia. E lasciare morire la NATO.

    1. Ivan, quella soluzione per il Donbas è ormai largamente fuori gioco e fuori tempo. Ora come ora la porzione occupata dalla Russia di quei territori ha subito una pulizia etnica e una russificazione forzata. Ormai non penso nemmeno che la questione sia risolvibile. Quando taceranno le armi e si arriverà a un accordo di pace vero, ci sarà da ragionarci su. Però non si può disconoscere, per onestà intellettuale e politica, che il Donbas il suo referendum l’aveva già votato, nel 1991, e alle ultime elezioni presidenziali aveva dato un’ampia maggioranza a Zelensky. Certo, erano altre condizioni. Non so davvero come se ne possa uscire, al momento. È un dramma di cui la Russia ha una porzione enorme di responsabilità, dato che ha agito sistematicamente per alimentare il conflitto e creare ostilità all’interno di quelle popolazioni da ben prima del 2022. Se vuoi, mettiamoci dentro anche la reazione ucraina, dopo il 2014. Ma anche in questo caso colpe e ragioni vanno soppesate correttamente. Di sicuro è del tutto incoerente con qualsiasi posizione indipendentista democratica fare il tifo per l’occupante russo contro l’occupato ucraino.

      1. Omar, ma quel referendum non era monitorato dall’ONU.
        Devi in qualche modo proporre una soluzione che Putin possa accettare, magari spera di vincerlo. A quel punto sarà il popolo a decidere. Non vedo altra via diplomatica alternativa per uscire dallo stato attuale. Le diplomazie di fatto non hanno nemmeno tentato di trovare delle soluzioni accettabili da entrambe le parti. Di questo passo non rimarranno nemmeno le macerie, questa è la cosa più grave.
        Ci vediamo dall’altra parte, in S’I 😉

        1. In un mondo ideale ti darei ragione, Ivan. Ma Putin non accetterà mai alcuna soluzione che non preveda l’annessione russa (almeno) del Donbas e in realtà anche di Odessa. Storicamente la mentalità della classe dirigente russa ha sempre badato fondamentalmente ai rapporti di forza. È l’unico linguaggio che capiscono o di cui tengono conto. Staremo a vedere. Nessuna guerra può durare in eterno e questa è durata già troppo a lungo.

  2. Chi è pacifista e antimilitarista come me, non può accettare e in nessun caso, la soluzione delle armi. Si. Preferirei morire piuttosto che uccidere qualcuno o distruggere il territorio e l’ambiente dove vengono usate.
    Il problema più grosso dell’Europa, a mio avviso, è questo voler sostenere l’industria delle armi. E noi qui in Sardegna poveretti senza lavoro diamo ulteriore prova del fallimento delle scelte politiche ed economiche di questo vecchio continente che, da saggio come tutti i vecchi, avrebbe dovuto insegnare a tutto il mondo, come si potrebbe iniziare una nuova era, senza armi, senza ricatti economici. Nessun vero tentativo diplomatico, nessuna novità, continuiamo come criceti in gabbia a correre sulla ruota che qualcuno ci ha messo in mezzo ai piedi, non democraticamente parlando.
    Questo commento, è per uno sfogo. Non credo potrebbe sortire nessun effetto positivo condividendolo.
    Buona giornata.

  3. Una cosa di cui non si discute la maggior parte delle volte – da sardi e di sinistra – è la questione linguistica. E pure questa si presenta nella storia come una delle maggiori conquiste della rivoluzione bolscevica. Noi non parliamo della Korenizacija perché poi ci tocca parlare di chi l’ha smantellata; eppure ci affascina il processo linguistico catalano che con la Korenizacija ha molti punti in contatto in termini de de-assimilazione e di standardizzazione. La domanda da fare è la seguente: l’Ucraina post-sovietica aveva il diritto di rivitalizzare la propria lingua? Non è una domanda per loro. È una domanda per noi. Per noi che non ci immaginiamo minimamente che tipo di modello linguistico dovrebbe avere una Sardegna indipendente: quello ucraino, con il sardo lingua dello stato ma riconoscendo l’italiano in Costituzione? O quello baltico, con azioni decisamente più discriminanti nei confronti dell’italiano? Ho l’impressione che ci piacerebbe il modello bielorusso, ponendo le due lingue sullo stesso piano e, di fatto, favorendo, quella dominante. Del resto l’italiano è già dominante nella nostra comunicazione.
    È vero che la questione linguistica ucraina dal 1991 ha avuto diverse fasi (alcune vicine al modello bielorusso, alcune più baltiche): ma in questo alternarsi (e i voti a Zelensky nell’est lo confermano) l’attuale presidente aveva una linea meno rigida, era più portato all’esempio e alle discriminazioni positive, non all’imposizione dell’ucraino.
    Ecco, uno dei punti è proprio questo: siamo fondamentalmente italofoni come è russofona buona parte della popolazione ucraina (uno degli effetti della cd “operazione speciale” è quella di aver democratizzato il nazionalismo ucraino – non c’entra una cippa la denazificazione – e di aver spinto verso una più grande coscienza linguistica). Ma non c’è bisogno di scomodare l’ipotesi della politica linguistica del nostro domani indipendente. Già ora non siamo conseguenti, né abbiamo gli strumenti critici e propositivi di fronte al disastro delle politiche linguistiche odierne.

    Ora non voglio farla troppo lunga, diversamente ci sarebbe da parlare anche dei rapporti linguistici (e non solo politici, economici e militari) tra Russia e Israele

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.