
In alcuni ambienti della storiografia e dell’archeologia, in Sardegna, si stigmatizza spesso la proliferazione di narrazioni fantasiose e nostalgiche di un presunto passato glorioso. Si è addirittura coniato il termine – dispregiativo – “fantarcheosardismo” e sono facilmente reperibili in Rete le invettive contro una pretesa deriva identitaria di tali narrazioni. Pochissima attenzione si pone, invece, rispetto alle forzature o alle vere falsità storiche diffuse da media e fonti a volte addirittura istituzionali, o comunque presuntamente autorevoli. Un interessante fenomeno anche questo.
Da queste parti non è mai mancata la vigilanza sulle tesi storiche fantasiose e sulle vere e proprie mistificazioni relative al nostro passato, da qualsiasi parte provenissero.
Va però chiarito, una volta per tutte, che non tutte le narrazioni false o comunque fantasiose sulla storia sarda hanno lo stesso peso e la stessa portata.
Tesi e ricostruzioni fantasiose sul passato esistono a tutte le latitudini. Senza tornare necessariamente agli antichi miti, è un fenomeno del tutto contemporaneo quello del sensazionalismo storico-archeologico, specie in relazione ad antiche civiltà, ma non solo.
A volte la fantastoria è fine a se stessa, a volte nasconde scopi commerciali, altre volte gli intenti sono più scopertamente – e anche più genericamente – politici.
Intanto, bisogna partire dal presupposto che nessuna storiografia è del tutto neutrale. La disciplina storiografica contemporanea e le altre discipline connesse nascono in epoca romantica, sono coeve e per tanti versi consustanziali ai nazionalismi.
Si potrebbe fare l’esempio delle storiografie “nazionali” degli stati europei. O, con ancora maggiore evidenza, quello della archeologia e della storiografia israeliana.
Ma in questi campi c’è stata un’evoluzione sia nei contenuti sia nei metodi, frutto soprattutto della riflessione interna alle discipline stesse e alla presa di coscienza sul peso politico che hanno gli studi sul passato.
In Italia si è fatta largo a fatica una certa postura critica verso gli elementi narrativi portanti della storiografia “nazionale” e tutto considerato la Grande narrazione storica egemonica e l’uso pubblico della storia risentono ancora in modo molto forte della costruzione artificiosa e pesantemente orientata dell’idea “nazionale” italiana.
Certe tematiche sono state a lungo – e in modo preoccupante sono tornate ad essere oggi – una sorta di tabù culturale. Come la vicenda colonialista dello stato italiano o lo stesso fascismo. Per non menzionare l’insistenza con cui si impone la falsità storica della continuità tra antichità romana e Italia contemporanea.
In Italia ha fatto fatica ad essere accettata e metabolizzata la lezione della “scuola delle Annales” (Bloch, Febvre, Braudel, ecc.). La storiografia italiana ha pochissimo peso a livello internazionale. Paga lo scotto di troppi nodi irrisolti, a partire dalla stessa natura dello stato italiano, e dello scarso favore politico per la scienza e la ricerca.
In Sardegna tutto questo ha avuto un riverbero doppiamente gravoso e per molti versi tossico. Sono temi già affrontati in questo spazio e nei miei libri, non mi ci dilungo.
In Sardegna l’ossessione della storiografia e dell’archeologia istituzionali (chiamiamole così) per le contro-narrazioni, sia quelle più smaccatamente fantasiose sia quelle anche solo critiche o che propongono un punto di vista di partenza diverso, ha un che di patologico.
Non solo, mostra anche un orientamento culturale e politico abbastanza preciso: l’italo-centrismo e la lettura nazionalista italiana come orizzonte culturale necessario e non revocabile in dubbio.
La domanda di conoscenza storica, così presente nell’isola, è dovuta al fatto che la popolazione sarda è deprivata di un accesso ordinario alla sua storia. La stragrande maggioranza delle persone sarde, comprese quelle che fanno parte del ceto medio istruito (o riflessivo), non sa pressoché nulla del nostro passato. A parte poche, vaghe nozioni, molto superficiali, spesso tendenziose o del tutto false.
La naturale curiosità di tante persone si sovrappone poi alla subalternità culturale e a una mitologia identitaria mortificante, così interiorizzate dalla popolazione da essere riprodotte meccanicamente, in modo irriflesso. Ne nasce un cortocircuito che genera oscillazioni violente tra depressione e megalomania.
A quest’ultima – che è pur sempre una reazione indotta da cause storiche profonde – si deve l’attenzione di un certo numero di persone sarde per le ricostruzioni enfatiche del nostro passato, specie lontano. Di cui per altro ci restano testimonianze materiali così visibili e grandiose da suscitare inevitabili interrogativi. Che i mezzi ordinari di conoscenza – dalla scuola, ai mass media principali, alla divulgazione – non soddisfano.
E veniamo all’altra faccia della medaglia, che rappresenta un problema per certi versi più grande e decisivo. Riguarda la congerie di nozioni storiche sulla Sardegna e la cornice generale attraverso cui esse vengono veicolate che si possono trarre dalla manualistica scolastica e dai mass media.
Come accennato più su, vere e proprie mistificazioni entrano senza alcun filtro nel bagaglio di conoscenze di base di tutta la cittadinanza scolarizzata e nel discorso pubblico, anche istituzionale.
Gli esempi potrebbero essere davvero tanti. Mi limito qui a uno recente, riguardante l’emittente Unica radio, web radio dell’Università di Cagliari.
In un post di poche settimane fa reperibile sul suo sito, si reitera la tesi, cara a Francesco Cesare Casula, più volte confutata anche da queste parti, secondo cui l’attuale stato italiano discenderebbe direttamente dal Regno di Sardegna, le cui origini poi sarebbero da ritrovare nella vittoria del Regno di Aragona contro i pisani di Castel di Castro di Calari, nel 1324.
Una continuità pretesa, ma indimostrata, per giunta attribuibile alla circostanza storica di una dolorosa e epocale sconfitta dell’ultimo stato (medievale) sovrano autoctono: il regno giudicale di Arborea (1420).
Il Regno di Sardegna a cui ci si riferisce è esistito, nella sua forma poi consolidatasi storicamente, dal 1421. Anche se non volessimo considerare la discontinuità rappresentata dal passaggio della corona sarda alla Casa Savoia (1720), *quel* Regno di Sardegna finì di diritto e anche di fatto (ma non di nome) nel 1848, con l’entrata in vigore della Perfetta fusione e la promulgazione dello Statuto “Albertino”.
Che il nome del regno sia rimasto lo stesso fino al 1861 rileva poco o nulla, dal punto di vista storico, giuridico e politico. La continuità diretta con l’attuale Repubblica italiana è poi palesemente destituita di qualsiasi fondamento.
Che questa tesi strampalata e priva di qualsiasi consenso scientifico sia di tanto in tanto rispolverata o dal suo propugnatore (F.C. Casula), o dai suoi emuli e allievi, o, per distrazione, ignoranza, conformismo, da commentatori occasionali, sarebbe suscettibile di critica, ma tutto sommato rientrerebbe nella normalità di un dibattito pubblico a tratti surreale come quello sardo.
Che però un medium collegato all’università la rilanci, con pretesa di credibilità, suffragata da argomentazioni al limite dell’auto-caricatura, è ingiustificabile. Salvo credere che si tratti di uno scherzo o, come si usa dire oggi, di una trollata.
Se presa sul serio, rivela una dose mortifera non solo e non tanto di ignoranza e di provincialismo, ma prima di tutto di subalternità culturale.
Sarebbe bello che la storiografia sarda, specie i suoi custodi più intransigenti, assumendosi la responsabilità dovuta al proprio ruolo pubblico, si esprimessero una volta per tutte con chiarezza su questa come su altre false conoscenze.
Non succederà. L’unico nazionalismo (ipotetico) che fa loro paura è quello sardo. Quello italiano è pienamente interiorizzato e come tale veicolato automaticamente, come fosse l’unica cornice interpretativa valida (il fenomeno noto come “nazionalismo banale”).
È la questione sollevata, tra gli altri, dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie nel suo pamphlet Il pericolo di un’unica storia. Oltre che rilavata e analizzata sotto vari profili dagli studi post-coloniali.
Così, ci ritroviamo esposti a panzane grossolane, a volte mortificanti, oltre che insensate come quella in questione, ma pienamente legittimate dalla forza dei mezzi che le diffondono e validate dalla mancata critica degli addetti ai lavori.
Non è un bell’esempio di deontologia, di coscienza civica e di responsabilità democratica. Problema ben più grave, per implicazioni politiche e conseguenze, degli eccessi fantasiosi – identitari o meno – dei fantastorici e dei fantarcheologi sardi.