

Difficile occuparsi di cronaca locale quando il mondo umano procede nella sua folle corsa sanguinaria. Eppure è forte l’impressione che ci sia un qualche collegamento tra la parabola discendente della politica coloniale sarda e la crisi di transizione storica che sta attraversando la civiltà europea nel suo complesso.
È uno di quei momenti temuti da Nino Gramsci, quando il vecchio ordine ormai si sta disfacendo, ma non ne è ancora emerso uno nuovo, e in questa incertezza imperversano i mostri.
Nel nostro piccolo spicchio di mondo (se commisurato al pianeta), la Sardegna, continuiamo ad assistere a eventi che sanno sempre più di surreale, senza che questo basti a scuotere una porzione sufficientemente consistente della nostra collettività umana dal suo torpore. O almeno questa è l’apparenza.
Ieri, 28 febbraio, non era solo il duecentotrentesimo anniversario dell’entrata trionfale di Giovanni Maria Angioy a Sassari (28 febbraio 1796), ma anche la data scelta dalla presidente Todde per chiamare l’opinione pubblica sarda a mobilitarsi contro l’ennesima imposizione da parte dello stato centrale, quella delle supercarceri destinate ai detenuti in regime di art. 41bis.
La coincidenza è notevole, ma credo non voluta (dubito che Alessandra Todde, come i suoi colleghi, abbia anche solo una vaga idea della storia sarda). La distanza tra i due eventi – quello del 1796 e quello del 2026 – non potrebbe essere maggiore.
Ho scritto “l’ennesima imposizione”, perché anche solo le cronache di questi ultimi mesi (e non parliamo di anni o decine di anni) allineano una serie di decisioni perlopiù ostili all’isola calate da oltre Tirreno, senza che per altro la politica sarda istituzionale abbia mai avuto qualcosa da ridire. Salvo costernarsi, indignarsi e impegnarsi, per poi gettare la spugna senza gran dignità.
Il personale di partito che occupa i ruoli chiave in Regione e nei Comuni, così come negli enti pubblici e para-pubblici, risponde a indicazioni che arrivano dai vertici dei propri raggruppamenti di riferimento. Ha un ruolo di intermediazione e di mantenimento dello stato corrente delle cose, con la possibilità di garantirsi un reddito molto al di sopra della media sarda e occasioni di carriera altrimenti irraggiungibili.
Non solo non risponde al popolo sardo delle proprie azioni, ma è anche mediocre quanto a qualità intellettuale e umana, nonché per quanto riguarda preparazione e coscienza civica. Dominano arrivismo e cinismo, di pari passo con l’ignoranza e una generalizzata avversione, più o meno esplicita, più o meno cosciente, per qualsiasi cosa sappia troppo di Sardegna.
Al pari della stragrande maggioranza del ceto medio istruito, la politica sarda soffre di un provincialismo subalterno che la spinge ad assumere come unico legittimo, e comunque come unico valido e vero, lo sguardo esterno, la mentalità della classe dominante italiana, a cui tende come modello e come status.
In questo senso, così come per altri versi, è obiettivamente vero che conta pochissimo lo schieramento elettorale di appartenenza: destra, vecchia scuola democristiana, progressismo borghese, sinistra “di lotta e di governo”. Sono tutte posizioni politiche che non hanno nulla di realmente ideale, non hanno un vero orizzonte di valori a cui rifarsi, se non in termini retorici, non hanno alcuna strategia, nemmeno di breve periodo, ma vivacchiano di tatticismi elettorali, di ricatti e complicità opache, di compiacenza verso gruppi di potere e interesse esterni.
In una situazione del genere, per altro ormai incancrenita da decenni di dipendenza e subalternità, non può stupire il penoso esito della mobilitazione chiamata da Alessandra Todde. *Oggettivamente* penoso, al di là dei proclami e della compiacenza di molta parte dell’informazione.
Poche centinaia di persone in una Piazza pure significativa di Cagliari, che è stata anche scenario di ben altri moti popolari.
Senza ancora conoscere il risultato effettivo della mobilitazione, Lisa Ferreli di “Sardegna che cambia”, scriveva giorni fa:
Ci sono alcune domande che in tempo di criminalizzazione del dissenso potrebbero sorgere leggendo la chiamata alla mobilitazione contro la realizzazione di tre carceri dedicate al 41bis in Sardegna, lanciata dalla presidente Todde. La prima è: che cosa succede quando l’invito alla protesta arriva dall’alto? Ma anche: quando è il potere a convocare la piazza, quest’ultima è ancora spazio di conflitto o diventa strumento di legittimazione? E soprattutto: se la chiamata al dissenso manifesto arriva dal potere – la più alta carica politica isolana – idranti e manganelli ci saranno?
Domande legittime e anzi doverose, che nessuno, nei partiti che sostengono la giunta Todde, pare essersi fatto. Lisa Ferreli prosegue così:
La questione è politica, e riguarda invece il ruolo delle istituzioni. Una presidente eletta, investita di un mandato democratico, dotata di strumenti legislativi e amministrativi, non è un soggetto privo di potere. Non è un movimento. Non è un comitato. Non è una realtà marginale che ha bisogno della piazza per esistere. È istituzione.
La risposta a questi interrogativi è che Todde, in un momento di estrema debolezza politica e di crisi interna al suo stesso schieramento, ha provato a chiamare a raccolta abbastanza consenso da ri-legittimarsi sia presso l’opinione pubblica sia presso i suoi sodali istituzionali. Fallendo miseramente.
Il disprezzo mostrato da lei e dallo schieramento che la sostiene verso le mobilitazioni popolari vere – quelle in tema di energia, di sanità, di occupazione militare, ecc. – non ha certo alimentato un riavvicinamento delle masse alla politica di Palazzo. L’atavica diffidenza della popolazione sarda verso il potere non ha certo trovato motivi di ricredersi nel corso di questa legislatura regionale, così come non ne ha mai trovato prima.
Chissà se questo episodio avrà qualche effetto. Sui rapporti interni alla politica istituzionale potrebbe segnare un ulteriore indebolimento della posizione di Todde, ma ciò avrà conseguenze solo nel gioco di spartizione e nella lotta per l’egemonia dentro la coalizione.
Dal canto suo, la destra coloniale sarda canta ottusamente vittoria, come se il fallimento della manifestazione indicasse un sostegno popolare alle sue posizioni. Il che è semplicemente ridicolo. L’insuccesso di Todde non è certo un segnale di diffuso sostegno alle sue (della destra) posizioni pilatesche e opportuniste, così come non può essere preso per una generale e convinta adesione alle politiche del governo Meloni.
Di fatto, la finzione dell’autonomia sarda si basa unicamente sulla forza di interposizione che il blocco storico dominante riesce ad esercitare grazie alla combinazione tra protezioni esterne, una legge elettorale anti-democratica e le sue residue capacità di ricatto clientelare. Non è una posizione di forza inattaccabile.
Ma questa debolezza non basta a sancire l’inevitabilità di un cambiamento radicale. Come nel caso degli attacchi militari USA e israeliani in Iran (emuli di altre avventure belliche più o meno recenti, dal Vietnam in poi, sempre finite in fallimenti clamorosi), non basta la crisi di un regime o di un ordine di cose consolidato per garantire il successo di un’alternativa.
Prima di tutto perché un’alternativa deve esserci e deve essere in grado di manifestarsi e di gestire il passaggio storico. Poi perché comunque anche le rivoluzioni riuscite si sono sempre dovute scontrare con la distanza tra obiettivi dichiarati e necessità concrete, tra ideologia e cruda realtà.
Nel caso dell’Iran, anche se crollasse del tutto il regime teocratico (e a me non dispiacerebbe, anche se non sono iraniano e non ho nemmeno il diritto di stabilire io cosa sia meglio o peggio per quel grande paese), non è detto che ci sia una soluzione pronta, un ceto dirigente nuovo, preparato per assumersi la responsabilità di governare questo frangente drammatico.
Facendo le debite distinzioni, anche in Sardegna, benché sia auspicabile un mutamento drastico e la sparizione in blocco dell’oligarchia coloniale che ci sta portando al disastro epocale, al momento non si intravvede una possibile compagine sociale e politica in grado di sostituirla.
Non è detto che non ci sia del tutto, né che non emerga dalle circostanze, come a volte capita. Ma perché succeda devono esserci almeno le premesse e soprattutto deve esistere un buon numero di persone che abbiano coscienza della situazione, dei rapporti di forza, della consistenza dei problemi concreti, delle possibili soluzioni.
Soprattutto, deve verificarsi un fenomeno che manca nell’isola da generazioni e che si è verificato poche volte – solo due, direi – da più di due secoli a questa parte.
Deve cioè ri-saldarsi la scissione interna alla nostra collettività storica tra strati della popolazione di solito non comunicanti, deve crearsi un reciproco riconoscimento tra ceto medio istruito e ceti popolari, tra città e centri minori, tra la politica e la realtà concreta del nostro territorio, tra varie categorie di lavoratori e lavoratrici, tra gioventù e fasce sociali adulte e anziane.
Il rapporto tra politica e comunità sarda è da troppo tempo una sorta di attrito stridente, appena lubrificato da pratiche corruttive e clientelari, sufficienti a non farlo grippare malamente. Questa modalità deve essere abbandonata.
I cosiddetti ceti produttivi e le loro rappresentanze di categoria – sindacati, associazioni datoriali, ecc. – devono finalmente piantarla di farsi dettare l’agenda dai capi bastone locali e dai boss clientelari, devono chiudere il rubinetto del consenso e dei finanziamenti lobbistici, devono abbandonare il corporativismo e la miopia avida e meschina che troppo spesso ne determina le scelte.
Su un altro piano, i ceti intellettuali, in senso ampio, dal funzionariato pubblico, al mondo della scuola e dell’università, dovrebbero finalmente calarsi nella realtà concreta del loro contesto di appartenenza, ritrovare la connessione con la storia e la geografia (vere, non immaginarie) dei loro luoghi.
Se ciò succedesse e se le mobilitazioni popolari di questi anni si traducessero in una base sociale di sostegno di massa a un progetto politico alternativo, forse riusciremmo a uscire dall’impasse deleterio in cui ci troviamo.
È un forse bello grande, ma non si tratta di un periodo ipotetico dell’irrealtà e neanche di un auspicio retorico. Credo sinceramente che ci sia la possibilità concreta che, magari per circostanze non prevedibili, persino dettate da accadimenti esterni, una simile svolta storica si verifichi. Tutta in una volta o per gradi ravvicinati.
Ma già scriverlo qui, così, temo serva a poco. Sicuramente non basta. Ne sono perfettamente cosciente. Facciamo che è un pro memoria, un appunto attaccato in bacheca, più che un precedente di comodo per poter poi dichiarare: io l’avevo detto.
Quello che serve è costruire relazioni concrete, recuperare la confidenza nell’azione collettiva, incrementare l’alleanza dei corpi, riappropriarci dei luoghi e delle parole, non aver più paura di essere quel che siamo, abbandonare per sempre la vergogna di sé che così tante energie positive ha frustrato nel corso del tempo. Dopo di che, vedremo cosa saremo in grado di fare.