
Come ogni anno, la fine di aprile ci presenta un momento di necessaria riflessione, tra storia e politica. La vicinanza di ricorrenze diverse ma non alternative, come il 25 aprile (liberazione italiana dal nazifascismo), 27 aprile (morte di Nino Gramsci) e 28 aprile (Die de sa Sardigna), è potenzialmente feconda, ma troppo spesso usata per sminuire o mistificare queste date e i passaggi storici a cui si riferiscono. In Sardegna forse più che altrove.
Uno dei tratti salienti di queste giornate è l’applicazione di cornici interpretative e di parole d’ordine che di solito servono a edulcorarne il senso, se non proprio a mistificarlo.
Sul 25 aprile, in Italia, da più di un trentennio è in corso un processo di svuotamento e di malintesa pacificazione “nazionale” che toglie alla ricorrenza tutto il suo significato più profondo.
L’ecumenismo di matrice conservatrice e nazionalista prevale ormai sulla componente inevitabilmente divisiva della celebrazione. Che rievoca la vittoria della democrazia, ivi comprese le sue componenti più radicali, di matrice socialista (in senso ampio), sul fascismo e il nazismo.
Eliminare questa discriminante politica e valoriale profonda significa annullare la portata vitale del 25 aprile. Il che oggi suona ancora più minaccioso che trent’anni fa (e suonava minaccioso anche allora). L’onda nera che sta percorrendo il pianeta, e soprattutto le aree in cui nel secondo dopoguerra si è affermato lo stato di diritto, non è ancora rifluita. Tutt’altro.
Quanto alla Sardegna, al di là delle destre di ispirazione fascista (ce ne sono anche sull’isola, purtroppo), va detto che esiste ancora in certi ambienti politici di matrice indipendentista una certa freddezza sul 25 aprile. Considerata una festa “nazionale” dello stato oppressore, viene rifiutata in quanto malintesa espressione della subalternità sarda. Come se la sconfitta del nazifascismo non fosse una faccenda di significato universale, ovunque sia avvenuta, e come se alla Resistenza non avessero partecipato, sui suoi vari fronti, un discreto numero di persone sarde.
Non mancano poi le dispute su chi sia più legittimato a presentarsi come antifascista, tra le varie sigle e le varie inclinazioni specifiche. Pensiamo alla drammatica confusione sulla guerra in Ucraina o alle posizioni sui regimi nemici dell’Occidente (e dunque automaticamente “buoni”, per certuni). Senza dimenticare le tradizionali divisioni della sinistra, sia socialista, sia genericamente progressista.
La data della morte di Nino Gramsci è la meno ricordata, in questi giorni. Del resto, Gramsci rappresenta sempre un osso duro da rosicchiare, sia per i suoi detrattori, sia per i suoi difensori di inclinazione togliattiana o addirittura rossobruna (ce ne sono, purtroppo). Non è una figura riconducibile a facili etichettature edulcoranti.
Ma è sul 28 aprile che si addensano le nubi mistificatorie più cupe e insistenti. Come scritto e ripetuto più volte anche da queste parti, Sa Die è una ricorrenza estremamente problematica per tutte le componenti dell’establishment sardo, in ambito politico, in quello accademico e intellettuale, in quello socio-economico.
Persino nell’indipendentismo esistono distinguo notevoli sulla ricorrenza, lamentando alcuni che non si sia trattato di una vicenda eminentemente indipendentista, altri che invece andrebbe considerata pienamente tale.
In questo caso, hanno torto tutti.
Il periodo della rivoluzione sarda è uno snodo storico decisivo che ci chiama direttamente in causa, ma non si trattò di un movimento politico che rivendicava l’indipendenza statuale, dato che lo stato esisteva già ed era il Regno di Sardegna.
La leadership del partito novatore, quello più radicale, aveva due scopi fondamentali: abolire il regime feudale e imporre ai Savoia un mutamento drastico della loro monarchia, da assoluta a costituzionale (scopo di tutte le rivoluzioni europee almeno fino al 1848).
Il rovesciamento della monarchia a favore di una repubblica sarda era un esito contemplato come possibile e necessario alla luce dell’impossibilità di riformare lo stato, stante l’ottuso rifiuto della corte sabauda e della classe dirigente sarda che ne era complice a prendere in considerazione le proposte di riforma radicale emerse dalle vicende di quegli anni.
Ciò però non significa che la rivoluzione sarda, benché sconfitta, non fosse una rivoluzione con tutti i crismi, né che si possa ridimensionarla a momento marginale, con tratti addirittura reazionari (come vuole certa storiografia odierna), senza alcun obiettivo politico di largo respiro e senza alcun coinvolgimento delle popolazioni isolane.
Non ebbe nemmeno a che fare – come pure molti asseriscono – con presunte pulsioni “autonomistiche”. *Autonomia* e *autonomismo* sono due delle parole che non si dovrebbero proprio usare a proposito della sarda rivoluzione e della sua rievocazione del 28 aprile.
Tanto meno è lecito associare la sarda rivoluzione, i suoi prodromi, le sue cause e i suoi sviluppi, al Risorgimento italiano, con cui davvero ha ben poco a che fare, sia per contesto, sia per motivazioni e obiettivi, sia per svolgimento.
Associarla alla rivoluzione napoletana del 1799 è ugualmente improprio, dato che nel caso sardo i moti popolari e gli scopi perseguiti dalla leadership rivoluzionaria discendevano da cause del tutto endogene e si basavano su forze interne (a parte la speranza – e ad un certo punto la richiesta esplicita, emersa dopo il 1796 – di un intervento della Francia). La brevissima parentesi della rivoluzione napoletana fu invece sostenuta, alimentata e garantita dalla presenza di truppe francesi e infine, dopo pochi mesi, sconfitta da un movimento popolare avverso.
Con tutto ciò, è comprensibile che rievocare quel periodo e riportarlo alla luce nella conoscenza diffusa della cittadinanza, farlo diventare un momento significativo della nostra storia relativamente recente, che ancora ci interroga, può essere fatto senza timori e senza nulla da perdere soprattutto dall’ambito politico-culturale indipendentista e sardista (in senso lato).
Per la classe dirigente attuale è invece una minaccia, una messa in discussione di dinamiche sociali e politiche consolidate, per essa congeniali e vantaggiose, che però ci hanno portato al disastro.
Sminuire il periodo rivoluzionario sardo come insieme di vicende di piccolo conto, prive di significato politico, è sia un torto alla storia, sia una mancanza di rispetto per le migliaia di persone isolane che in quegli anni misero in gioco se stesse, disposte a pagare il prezzo più alto, pur di cercare di cambiare “lo stato delle cose presenti” in meglio.
E non in meglio per alcuni limitati ceti sociali o per l’élite che aveva assunto la leadership, bensì per l’intera isola, per la “Nazione sarda”, come veniva esplicitamente richiamata nei documenti e nei propositi del tempo.
Per questo, è indispensabile scrostare le narrazioni su quegli eventi dalla patina normalizzante e deformante di cui sono stati ricoperti e tornare alle fonti. I documenti non mancano. Anzi, sarebbe magari opportuno che l’ambiente storiografico sardo lasciasse perdere l’ossessiva e occhiuta vigilanza sul racconto pubblico della storia fatto da altri, fuori dal suo controllo, e si dedicasse con maggiore sollecitudine e acribia alla ricerca e allo studio.
Al momento, gli unici avanzamenti nella conoscenza delle vicende rievocate e riassunte dalla celebrazione del 28 aprile sono dovuti alla meritoria opera di studiosi e studiose fuori dai percorsi accademici. Penso in particolare a Adriana Valenti Sabouret e a Piero Atzori.
Del resto, basterebbe leggere e comprendere bene, contestualizzandoli adeguatamente e cogliendone significati, rimandi e connotazioni, a due testi fondamentali di quegli anni decisivi: Su patriotu sardu a sos feudatàrios e L’Achille della sarda liberazione.
Il primo è noto, ma poco studiato e in realtà pochissimo conosciuto nel suo testo integrale. Le sue 47 sestine in ottonari, oltre a rappresentare una notevole opera poetica (di poesia civile, nello specifico), sono anche un vero catechismo politico rivolto al popolo.
Raro esempio – e molto scomodo, oggi – di un’élite intellettuale e politica disposta a mescolarsi con le istanze dei ceti svantaggiati, a fornire loro parole d’ordine, concetti chiave, obiettivi, leadership. Leadership anche nel senso dell’affrontare in prima persona e in prima linea i pericoli derivanti dall’impegno sul fronte rivoluzionario.
L’Achille della sarda rivoluzione nacque certamente nello stesso ambito intellettuale, probabilmente concepito dalle stesse persone che affidarono alla penna di Francesco Ignazio Mannu la messa in versi di quei temi. La sua prosa asciutta, la sua stesura per articoli e per punti, in italiano, ne fanno un’opera di respiro sovralocale. È il vero manifesto politico della sarda rivoluzione.
La sua connessione con Su patriotu sardu è evidente, solo che li si legga in modo sinottico, uno accanto all’altro. Le concomitanze tematiche sono fortissime e il modo stesso di esprimere i concetti è così consonante che non può essere revocata in dubbio la loro concezione unitaria. Non mi risulta, tuttavia, che questi aspetti siano mai stati esposti in questi termini in alcuno studio relativo ai due testi.
Resta il fatto che si tratta di due documenti fondamentali, che sarebbe bello venissero conosciuti e studiati da tutta la cittadinanza sarda, a scuola, nei corsi universitari e nelle occasioni di Public History.
In essi, più che in ricostruzioni a posteriori e spesso tendenziose, è legittimo e anche tutto sommato facile trovare le parole più adatte a raccontare il periodo rivoluzionario sardo e a restituire un senso autentico, storicamente accurato e politicamente fecondo a Sa Die de sa Sardigna.