Deriva oligarchica e prospettiva della democrazia in Sardegna

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La vera notizia, circa le nomine ai posti di viceministri/e o sottosegretari/e che dir si voglia, è che non c’è un sardo come sottosegretario alla Difesa. Potremmo fare molte ironie, sulla faccenda.

Però temo che limitarsi alle ironie non basti. Il governissimo Draghi mostra il suo vero volto conservatore, arcigno, oligarchico, anti-popolare, vincolato ai grumi di interessi particolari che dominano sempre la scena in Italia e dettano l’agenda ai governi.

Il paradosso, nella colonia oltremarina sarda, è che diventa plasticamente evidente come il gioco politico di Palazzo sia una messa in scena. Tutte le forze politiche rappresentate in Consiglio regionale, maggioranza e (pseudo)opposizioni, a Roma sostengono il medesimo governo. Con tanti saluti alla retorica di comodo sul “battere le destre” e sul “voto utile” che da troppo tempo inquina il dibattito politico in Sardegna.

Tutte cose che avevamo già detto e ampiamente toccato con mano già nel 2013, quando fu compilata in fretta e furia una nuova legge elettorale che limitasse l’accesso alla rappresentanza democratica, trasformandone l’evanescente declinazione sarda in una palese oligarchia mediocratica e rapace.

Non torno sul discorso del post precedente, che caso mai risulta ancora più avvalorato dai fatti. Spendo però qualche ulteriore parola per esprimere l’urgenza di chiarezza e al contempo di azione suscitata dall’evoluzione politica in corso.

I dati demografici relativi alla Sardegna mostrano che negli ultimi anni l’isola ha perso diverse migliaia di abitanti, con una sofferenza marcata per i centri minori e dell’Interno. L’età media è sensibilmente più alta della media italiana, già elevata di suo. Una conferma delle tendenze note da diverso tempo sul destino demografico e sociale dell’isola. L’incidente dell’epidemia di covid-19 – pure perfettamente integrato nell’ordine delle cose di quest’epoca – non fa che aggravare una situazione che era già allarmante anche senza il coronavirus.

Nel frattempo nessuna delle partite strategiche sarde è stata non dico risolta, ma nemmeno affrontata, propaganda e annunci retorici a parte. Né è ragionevole aspettarci che col governissimo Draghi le cose vadano meglio, per l’isola. Non credo che andranno meglio nemmeno per l’Italia, se è per quello.

La definizione dei posti di sottogoverno è emblematica. Figure di bassissima qualità personale, ruoli chiave distribuiti con sapienza, un orientamento deciso verso il controllo delle leve principali del potere (finanze, forze dell’ordine, intelligence). Il tutto volto a sedare e reprimere, all’occorrenza, possibili, o probabili, manifestazioni di dissenso.

La Sardegna esce malissimo anche da questo scenario. Il fatto che manchi un sottosegretario alla Difesa sardo può essere un caso, nel gioco della distribuzione dei posti, ma può anche voler dire che non serve più avere un intermediario e un indoratore di pillole. E non perché si voglia rinunciare al controllo militare dell’isola. Non sperateci.

Purtroppo, su questo tema, sono decisive la sostanziale inerzia della politica sarda, la complicità delle università (con l’entusiastica quanto grottesca adesione ai programmi di greenwashing tipo “Caserme verdi” o alla riverniciatura pseudo-civile della ricerca militare spacciata per ricerca aero-spaziale) e la disponibilità propagandistica dei mass media.

A questa partita si riconnettono anche i disegni a proposito dell’ennesima servitù energetica in programma, con la panzana dell’idrogeno, e probabilmente altre forme di land grabbing e di saccheggio e sfruttamento che ancora non immaginiamo o di cui abbiamo solo un vago sentore.

Come potrà la politica sarda istituzionale essere controparte di un governo che le stesse forze a Roma sostengono insieme? Come si articolerà la stessa dialettica tra una maggioranza e un’opposizione che erano già fittizie e puramente sceniche già prima e che ora non hanno nemmeno più bisogno di nascondere la propria intima concordanza ideologica, di metodi, di obiettivi?

Non è un caso che sulle manovre diversive di grande respiro (insularità in costituzione, nuraghi patrimonio dell’UNESCO, finta mobilitazione contro il deposito unico delle scorie nucleari italiane, ecc.) l’intero arco politico in Regione agisca unanime.

Nessuna nuova, invece, ma solo tanta confusione, sulle attese proposte sarde per la destinazione dei fondi europei del Recovery plan. Non sono mica lì per prendere davvero delle decisioni importanti. E comunque devono aspettare ordini da Roma o da Milano o da chissà dove.

Come sappiamo da tempo, in Sardegna, l’unica vera iniziativa politica, sociale e culturale, se c’è, sta fuori dal Palazzo. Non possiamo nemmeno dire che non si manifesti, di tanto in tanto, sia pure a segmenti, occasionalmente. Forse sarebbe il caso di ragionare di più e meglio in termini anche pragmatici sulla costruzione di un fronte comune per la democrazia, l’eguaglianza, i diritti, il mutamento di paradigmi produttivi ed energetici, mettendo insieme le forze, senza aspettare i pochi mesi a ridosso della prossima campagna elettorale.

Inutile girarci intorno: le elezioni hanno un peso e le elezioni regionali, per la Sardegna, sono le uniche vere elezioni politiche che contino. È una scadenza che va presa in considerazione e adeguatamente preparata. Consci di quali siano le regole del gioco.

Mi trovo d’accordo, sostanzialmente, con quanto scritto su S’Indipendente da Cristiano Sabino. Bisognerebbe avere il coraggio di aggiungere che ormai non si può più ragionare di indipendentisti versus resto del mondo. Non è la prospettiva più corretta per inquadrare i processi socio-politici attuali e non è nemmeno la più efficace sul piano della mobilitazione popolare e del consenso elettorale.

Una piattaforma politica condivisa va costruita a partire dalle cose, dai propositi, dalle priorità a cui ci si vuole dedicare, dai valori e dagli obiettivi che si intende promuovere. Quello è il terreno su cui incontrarsi. Indipendentisti, spiriti democratici senza fissa dimora, esponenti dell’associazionismo civico, sociale, culturale e del mondo del lavoro.

L’obiettivo deve essere la realizzazione di una compiuta democrazia nell’isola. Che questo percorso porti un giorno – e secondo me inevitabilmente – a ridiscutere il rapporto con lo stato italiano è una possibilità storica. Gli indipendentisti ne fanno un obiettivo strategico, altri magari no, ma sono il percorso e il processo che contano, i suoi contenuti, non i suoi esiti formali e giuridici finali.

Quando sostengo che va fatta chiarezza, intendo che vanno precisati tutti questi aspetti, proprio per non perdere tempo appresso a contrapposizioni strumentali, a falsi problemi sollevati con meri intenti sabotatori, a settarismi e velleitarismi vari.

Inutile sperare nelle forme assembleari del “tutti dentro o non se ne fa niente”. L’assemblearismo è un male, è solo un buon modo per far finta di averci provato, salvo poi alzare le braccia e rinunciare. È un metodo inefficace, foriero solo di derive conflittuali. Molto meglio partire in pochi, ma coesi, con una piattaforma ben delineata, su cui chiamare a discutere altri, allargando il cerchio, mobilitando forze e intelligenze, chiarendo a tutte le persone di buona volontà, con idee operative nei vari ambiti (sociale, produttivo, tecnico, culturale), che non c’è spazio per le proprie aspettative nel minestrone rancido della politica coloniale dominante. Non è questione di centrodestra e centrosinistra o di M5s: come vediamo, vanno fin troppo d’accordo tra loro. D’altra parte, chi si illude di poter sfruttare l’ambito indipendentista per costruirsi una posizione robusta a proprio vantaggio nelle negoziazioni con i padroni della politica podataria avrà un amaro risveglio. O almeno me lo auguro. Facciamo che succeda.

Intanto però comincerei, appunto, con l’avere le idee chiare e col pretendere uno sforzo di onestà intellettuale e politica da parte di tutt*. Siamo pochi, ci si conosce, non prendiamoci in giro; va anche recuperata un po’ di memoria collettiva sul passato, lontano e recente (e prometto che mi ci impegnerò io stesso direttamente); ma non possiamo semplicemente starcene a recriminare e a criticare le scelte altrui. Il pessimismo co(s)mico che attanaglia indipendentisti vecchi e nuovi e imperversa sui social è insopportabile, oltre che paralizzante. Molliamo Facebook e rinnoviamo relazioni più sane e costruttive, immaginiamo una prossima occasione in cui far valere una nuova “alleanza dei corpi”, appena sarà possibile. Cerchiamo l’intelligenza e la generosità ovunque siano e rendiamoci accoglienti, sia pure nell’intransigenza dei valori e dei parametri etici. Sinceramente, non vedo altra strada.

2 Comments

  1. Ciao Omar! Sono d’accordissimo con te e con i contenuti del post.

    Discutendo online con alcuni ragazzi che si riconoscono nella sinistra indipendentista, ho trovato una certa resistenza a riconoscere nella questione idrogeno l’ennesimo progetto colonialista. Inoltre, quando ho espresso perplessità su dove sarebbe stata presa l’acqua per produrre l’idrogeno, e se questo avrebbe avuto un impatto sull’ecologia marina, mi è stato risposto un secco: “tutti questi problemi sono stati già risolti in fase di progetto” (sic!).

    Secondo te c’è una mancanza di consapevolezza sull’aspetto “pratico” di questi progetti? Forse il mondo indipendentista è troppo concentrato su questioni più “astratte”?

    1. Sì, c’è questo problema, almeno in parte. Inoltre c’è poca propensione a studiare le questioni, eventualmente a chiedere lumi a chi ne sa di più. Aggiungo che spesso ci si limita a decidere se si è favorevoli o contrari a qualcosa, quando invece a volte – per non dire spesso – forse bisognerebbe riflettere meglio sul problema e valutare se non ci siano anche terze opzioni e, in ogni caso, provare sempre ad essere propositivi.
      Questo tipo di problemi e di limiti non sono propri del mondo indipendentista e/o antagonista. La politica istituzionale è spesso molto peggio. Solo che se lo può permettere. Chi aspira invece a cambiare – magari radicalmente – le cose, credo abbia il dovere di essere più preparato, più credibile. Un buon esempio, e diciamo anche un caso di studio, è la lotta NoTAV della Val di Susa. O anche, restando in Sardegna, la vertenza vittoriosa di Arborea contro il Progetto Eleonora della SARAS.

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