Il campo minato della nostra storia, tra archeologia, divulgazione, polemiche e mancate risposte

I Giganti di Mont'e Prama. Un mistero Mediterraneo - Gente ...

La storia sarda più antica è uno dei temi scottanti del nostro dibattito culturale. Al pari della questione linguistica.

Sarebbe interessante indagare questa passione popolare per epoche così lontane, spesso assunte come decisive ed emblematiche ben oltre ogni ragionevolezza.

È un fenomeno meritevole più di attenzione e di studio, che di stigma negativo.

Ovviamente, va tenuto conto che il nostro passato, specie antico, è fisicamente molto presente nell’esistenza dei sardi. È una presenza monumentale ingombrante, difficile da ignorare.

L’evidenza di questa monumentalità, la percezione di una grandezza trascorsa ma ancora così presente, si scontrano con la penuria – reale o solo immaginata – di conoscenze.

Uno dei motivi di scontento, presso la larga platea degli appassionati, è la preminenza – anche questa forse vera, forse no – data agli studi sui Fenici, rispetto a quelli sulla civiltà nuragica.

Una certa feniciomania esiste, in Sardegna. Non è un’invenzione propagandistica di cultori fanatici o di biechi complottisti.

Lo sviluppo degli studi sui Fenici, la stessa ampiezza della ricerca archeologica in quest’ambito, sono dati evidenti, di per sé non scandalosi, né in assoluto negativi.

Lo diventano, agli occhi di tanti, se paragonati alla trascuratezza con cui viene curata, studiata e divulgata la ricerca sulla civiltà nuragica, il suo pregresso, le sue trasformazioni.

Certe punte eccessive di fenicio-mania, anche politica, sono evidenti. Pensiamo alla scelta di denominare il Golfo di Oristano come Golfo dei Fenici, o altre trovate di questo genere.

Senza considerare la vulgata, veicolata però dalla manualistica scolastica e da molta divulgazione, secondo cui in Sardegna qualsiasi innovazione o persino qualsiasi elemento di banale cultura materiale appena evoluta siano stati “portati dai Fenici”.

E senza dimenticare che ancora troppe volte si legge, anche in contesti ufficiali, didattici e/o informativi, di una presunta “dominazione fenicia” (o fenicio-punica!) sull’isola, prima nella lunga serie di dominazioni che scandiscono l’intera storia dell’isola e la denotano impietosamente (nonché alquanto ideologicamente).

Ora, non essendo uno specialista e non amando particolarmente le polemiche che accompagnano questi temi, vorrei qui limitarmi a rimandare a una trattazione che mi sembra puntuale e documentata sull’intera controversia.

Due articoli usciti di recente sul blog Prama nuragica (questo e questo) rilanciano la discussione, mettendo in fila fatti, testimonianze, ipotesi e interpretazioni, specie relativamente alla sorte del sito di Monte Prama e agli studi che lo riguardano.

Mi piacerebbe che gli addetti ai lavori, senza spocchia ma con la giusta dose di acribia, rispondessero ai rilievi argomentati che vi si possono leggere.

La socializzazione del sapere è un dovere democratico e la partecipazione, coi dovuti modi, al dibattito pubblico ne fa parte integrante.

Ci sono fatti e problemi che non possono essere ignorati, né derubricati a fissazioni da fanatici.

Noto invece, con immutato disappunto, che troppo spesso l’ambito istituzionale degli studi archeologici e storici ha poca dimestichezza con questo versante dell’impegno intellettuale.

Prevale un atteggiamento difensivo e molto spesso brutalmente corporativo. È un atteggiamento sommamente sbagliato, che fa torto sia alla sete di conoscenza storica così diffusa in Sardegna, sia alle stesse discipline che, con esso, si vorrebbero difendere da invasioni di campo e cialtronerie (vere o presunte).

Il fatto che sia così diffusa e radicata una forte domanda di conoscenza storica dovrebbe essere un bel segnale, uno stimolo culturale forte, che le istituzioni dovrebbero cogliere nei termini giusti.

Non è così. Né dal lato politico, né da quello accademico.

Se dalla politica sarda – quella del Palazzo, votata alla subalternità interessata, alla perpetuazione dei propri immeritati privilegi garantiti dalla nostra condizione para-coloniale – non mi aspetto nulla, se non qualcosa di male, dalle istituzioni culturali mi aspetto qualcosa di radicalmente diverso.

Non tanto dalle Soprintendenze, organi periferici dello Stato (meglio: del Governo), apparentemente (stando alle loro sortite pubbliche) votate più all’ostinata difesa della cornice nazionalista italiana in ambito culturale, che alla cura del patrimonio storico-archeologico.

Ma mi aspetterei sicuramente qualcosa di più e di meglio da quelle accademiche, dal mondo della ricerca, dalle istituzioni museali.

Non è nemmeno un problema relativo alle sole epoche antiche. Come segnalato altre volte, riguarda un po’ tutto l’ambito degli studi archeologici e storici e quello propriamente storiografico.

È la stessa sindrome che colpisce spesso il mondo scientifico, sempre un po’ in difficoltà davanti alla mole di ciarpame pseudo-scientifico che circola tra mass media e social media e al relativo dibattito.

Una difficoltà dovuta spesso a errori di impostazione, a livello epistemologico, altre volte a mera difesa di categoria, senza negare anche i casi di pura e semplice disonestà intellettuale.

Un fenomeno che qualcuno ha definito “burionismo”, dal nome di Roberto Burioni, medico virologo molto attivo sui social e gran fustigatore di analfabeti funzionali (o presunti tali), diffusori di bufale, ma spesso anche di semplici cittadini ignari in cerca di risposte.

Lo stesso Roberto Burioni, per altro, non si pone molti problemi ad appoggiare organizzazioni che appoggiano tesi negazioniste sui mutamenti climatici (ambito in cui, evidentemente, l’ipse dixit scientifico non vale).

Ecco, non vorrei che in ambito storico-archeologico, in Sardegna, prevalesse definitivamente questo modello deleterio.

Il sapere è un bene comune che andrebbe coltivato, difeso, promosso prima di tutto dagli addetti ai lavori.

Non importa quante sciocchezze proferiscano o scrivano gli appassionati, i liberi battitori (spesso senza arte né parte), i curiosi.

Queste categorie esistono ed esisteranno sempre. Non è una specialità sarda (nemmeno questa). Ed è un bene che esistano, come più volte ribadito.

Bisogna dare delle risposte e bisogna darle in termini metodologicamente inappuntabili, ma allo stesso tempo accessibili, aperte al dialogo.

Si può fare. Basti pensare al lavoro enorme di divulgazione che fa uno storico accademico come Alessandro Barbero (e, in un altro campo, un biologo e filosofo come Telmo Pievani), per capire come siano del tutto conciliabili il rigore scientifico e la socializzazione delle conoscenze.

La supponenza, l’affermazione del principio di autorità, il rifiuto del dialogo e il fastidio per la curiosità degli incolti sono tutti approcci sbagliati.

Tanto più in ambito storiografico.

Rifiutare il dibattito con il pretesto delle connotazioni politiche delle obiezioni e delle argomentazioni extra-accademiche non è una scelta che migliora la situazione.

Non esiste una oggettività scientifica da contrapporre a una pretesa tendenziosità delle tesi minoritarie.

Le cornici interpretative generali, le scelte di ricerca, non sono fatti neutri. C’è sempre una dose di arbitrio, di soggettività, anche negli studi più puri e più onesti.

In più, in Sardegna esiste un enorme problema, ormai storicizzato, di subalternità culturale e di conformismo verso la non sempre inappuntabile organizzazione del sapere italiana.

E non tiro in ballo gli aspetti più prosaici – umani, troppo umani, potremmo dire – che sempre accompagnano l’attività di ricerca e il lavoro intellettuale (carrierismi, nepotismi, dinamiche baronali, invidie e/o gelosie, ecc.).

Non ho mai nascosto i miei dubbi e le mie riserve su un certo modo – a volte più ideologico, a volte più affaristico – di guardare, con una certa dose patologica di ossessione, di mitomania, al nostro passato più lontano (per es. qui, o qui).

Tuttavia, da chi sa di più mi aspetterei una attitudine più pedagogica e più democratica. Anche nell’uso di quegli strumenti demoniaci che sono i social media.

Una risposta argomentata e pacata a una sciocchezza di successo rischia di legittimare quella sciocchezza, è vero. È una legge della comunicazione.

Ma mi sembrerebbe comunque meglio delle reazioni stizzite, polemiche, a volte grevi che si leggono di solito da parte degli addetti ai lavori.

Queste sì reazioni che legittimano e irrobustiscono i dubbi, le teorie del complotto e quant’altro.

Meglio il silenzio, piuttosto. E che le risposte siano affidate al lavoro di pubblicazione dei risultati di ricerca e a una sana divulgazione.

La mancanza di un dibattito culturale, storico e scientifico decente, alimentato nei giusti modi dai mass media e dalle istituzioni, è una delle lacune più gravi e pericolose di cui soffre la Sardegna.

Non possiamo aspettarci che a risolvere la questione sia il grande pubblico, la massa di appassionati, e nemmeno i mass media stessi.

È necessaria un’assunzione di responsabilità civica e democratica (politica, in senso ampio e forte) da parte di chi sa, di chi dispone degli strumenti e delle informazioni.

Con uno sforzo di generosità, di onestà intellettuale e di fantasia che mi sento di poter pretendere.

Prima di tutto contro le mistificazioni che imperversano nella comunicazione ufficiale e mediatica, la cui casistica è ben più consistente delle tesi avventurose di questo o quel dilettante allo sbaraglio o delle mere ipotesi di fantasia, ma in buona fede, degli appassionati ignari.

Lì sì ci sarebbe un terreno su cui far valere, col massimo grado di severità, la correttezza di metodo e la puntualità delle informazioni.

Invece, noto con dispiacere che nessun/a docente universitario/a, ricercatore/trice, professionista delle discipline coinvolte interviene mai pubblicamente a smontare panzane conclamate, pure così autorevolmente propalate, e a ristabilire un minimo di chiarezza.

Mi piacerebbe che (almeno) la stessa dedizione che si pone per contrastare fantarcheologi (veri o presunti), divulgatori improvvisati e/o interessati e dispensatori di mitopoiesi a stracu baratu fosse posta nel contrastare le falsità “ufficiali”, da qualsiasi parte e da chiunque diffuse.

Non ci conto, ma ci spero.

1 Comment

  1. Grazie, tentativo coraggioso per avviare un dibattito, ma naufragato.

    E’ confermata la regolare stesura del cordone sanitario intorno a chi critica la gestione fallimentare di un bene inestimabile come Monte Prama. Un cordone sanitario fatto di accuse di complottismo, fanatismo, nazionalismo, e reprimende di vario tenore verso chi, anche solo si concede il lusso di dubitare, ponendosi semplicemente qualche interrogativo sulle cause del “disastro Monte Prama”.

    di certo la solita risposta che ha come capro espiatorio la politica ottusa, incapace di elargire denaro per il restauro delle statue non basta.
    Perchè la conoscenza e la valorizzazione di un sito non dipendono soltanto dal restauro di importantissime statue, ma soprattutto dipende dalla sistematicità degli scavi e delle ricerche: senza queste neppure le statue possono essere comprese e valorizzate.

    In Valle D’Aosta l’archeologia seppe fare di Saint Martins de Corleans, dopo venti anni di scavi, espropri, vincoli immediatamente apposti, un sito archeologico di successo.
    In Sardegna,gli organismi preposti, ed in particolare la Soprintendenza fece tutto l’inverso di quel che fu fatto in Valle D’Aosta ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

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