Che storia è questa?

La sottovalutazione dell’importanza della conoscenza storica favorisce, tra le altre cose, un uso pubblico della storia sotto forma di propaganda o mitopoiesi: nessuna delle due ha un intento informativo/formativo, bensì prevalentemente manipolatorio.

È un problema enorme del nostro tempo. In Sardegna, come in tutti i casi di subalternità culturale e di rapporti asimmetrici tra territori e comunità umane, è uno dei nodi più intricati della nostra contemporaneità.

Avevo appena finito di guardare un video di Alessandro Barbero, estratto dalla sua partecipazione a una conferenza in Sardegna la scorsa primavera, quando mi sono imbattuto nel video di promozione turistica rilasciato dalla Regione Sardegna. Inevitabile metterli in connessione e trarne qualche ragionamento.

Il montaggio relativo all’intervento di Barbero a Sanluri è rilevante su due livelli. Il primo è quello diretto e contenutistico: ciò che dice Barbero. Il secondo riguarda invece i commenti in calce al video. YouTube è anche un social medium e come tale alimenta un commentario variegato e spesso senza filtri, il cui studio può essere utile, a certi scopi.

Pur nel suo carattere quasi colloquiale, Barbero in questi interventi, in cui risponde evidentemente a sollecitazioni del pubblico presente, dimostra un’onestà intellettuale non comune, oltre alla solita abilità espositiva.

Non comune, soprattutto per la semplicità con cui affronta temi e problemi che invece in Sardegna sono spesso – o appaiono – ostacoli insormontabili e fonti di continue diatribe. Parla della Sardegna come di un “paese” dalla storia peculiare, molto stratificata e ricca di fatti e di lasciti materiali. Dichiara che la storia di un luogo – e in questo caso dell’isola – possa essere studiata compiutamente e dunque anche ricostruita e raccontata solo da chi quel luogo lo conosca bene, nei suoi aspetti geografici, nelle sue espressioni culturali, nei suoi caratteri intimi. Fa una disamina sulla natura delle identità collettive, tracciando coordinate di base per definire concetti come quello di nazione o di lingua (contrapposta a dialetto). Fa affermazioni che suonano contro-intuitive per molte persone, in Sardegna (specie del ceto medio istruito), smontando con semplicità luoghi comuni e complessi di inferiorità radicati.

Lo fa Barbero, in questa circostanza, attingendo a nozioni e concetti collaudati, per nulla scandalosi, nel mondo delle scienze umane; eppure sono contenuti tutt’altro che inediti, nel ristretto dibattito culturale sardo. Fanno però fatica ad emergere nel dibattito pubblico mainstream, quasi sempre relegati a nicchie di interesse marginali o etichettati come posizioni radicali e/o ideologizzate.

C’è una notevole dissonanza tra l’accoglienza riservata al discorso di Barbero e l’accoglienza che un analogo discorso, fatto da studiosi e studiose sardə in Sardegna, di norma riceverebbe. Ciò evidenzia due ordini di problemi.

Il primo è relativo al pessimo stato della divulgazione storica in Sardegna, a sua volta *conseguenza* di problemi più complessi che ne stanno a monte e al contempo *causa* della scarsissima e quasi sempre pessima conoscenza storica diffusa tra la cittadinanza.

Barbero sembra involontariamente mettere un dito nella piaga, quando nota con estrema naturalezza anche cose banali, ma stupefacenti, per orecchie poco abituate. E solleva il problema della scarsissima valorizzazione culturale che accompagna la carenza di consapevolezza storica di cui soffriamo.

È una questione che produce conseguenze ad ampio spettro, pressoché tutte negative.

È il doloroso problema della nostra patetica e patologica subalternità. Per un’amministrazione locale, per un’associazione culturale, per lo stesso pubblico sardo risulta estremamente attraente la parola dell’estraneo famoso, possibilmente portatore di fama televisiva, che parla di noi. Qualsiasi cosa dica. È un complesso di inferiorità chiarissimo ed anche il segnale di un’ignoranza istituzionale (in senso lato) diffusa e profonda su cosa si muove in Sardegna nei vari ambiti culturali. Qualsiasi cosa o persona arrivi da fuori, e soprattutto dall’Italia (possibilmente del Nord o al massimo da Roma), è sicuramente più importante e più vera di qualsiasi cosa abbiamo nell’isola.

Le nostre amministrazioni pubbliche e il nostro associazionismo soffrono molto di questo provincialismo auto-colonizzato. Il problema è che sono loro a gestire (anche in termini di disponibilità economiche) molta parte delle attività culturali, in Sardegna. Il mondo della comunicazione di massa in questo non aiuta. Le pagine culturali dei giornali sono sempre più povere e più conformiste e gli spazi di informazione e di dibattito limitati. Prevale l’uso, spesso molto dilettantesco, dei social media, con esiti non di rado grotteschi.

La faccenda dei commenti in calce al video è un corollario e anche una specie di esperimento dal vivo di quanto detto fin qui. Mostro giusto qualche esempio:

La supponenza di tante persone italiane, quando si tratta di Sardegna, è fenomeno acclarato. Persino quando è benevola assume un tono paternalistico che tradisce la natura dello sguardo da cui deriva. Le risposte di tante persone sarde sono o grate/partecipi (perché si viene gratificati di una conferma esterna, dunque autorevole, dei propri pregiudizi su noi stessi) o piccate/polemiche (con tanto di argomentazioni basate su mitologie “di reazione” spesso megalomani, oppure vittimistiche).

In tutti i casi, il fondamento stesso di queste dispute è una crassa ignoranza storica, su cui i pregiudizi e gli stereotipi, da entrambe le parti, si innestano con facilità.

Notevole anche la facilità con cui scoppia il conflitto quando si passa a parlare di lingua.

È un esempio limitato di una discussione molto più lunga e accesa (come si può constatare accedendo direttamente ai commenti). Inevitabile che il tema linguistico susciti tanta partecipazione. È un nervo scoperto sia in ambito italiano (il nazionalismo banale italiano si serve molto del discorso linguistico), sia in ambito sardo (non c’è bisogno di spiegare perché). Del resto, come diceva già Gramsci, il discorso sulla lingua è sempre un discorso politico.

Anche in questo caso, agli svarioni di parte italiana, o alle vere e proprie nefandezze quasi razziste (e a volte anche senza il quasi), spesso da parte sarda si risponde con molta ostilità ma con argomentazioni debolissime. In qualche caso addirittura si fa a gara per confermare, anziché confutare, i pregiudizi dell’osservatore estraneo. Anche qui, l’ignoranza diffusa, condita di stereotipi e false conoscenze entrate nel senso comune, fa molti danni.

È singolare che anche persone a detta loro interessate ai temi storici o alla questione linguistica mostrino di non avere la minima idea di quanto pubblicato, discusso e acquisito negli ultimi vent’anni. Nessuna menzione, tanto per dire, della ricerca socio-linguistica pubblicata dalla Regione nel 2007, pure liberamente accessibile sui siti istituzionali. Benché meritevole di aggiornamento, dovrebbe essere la base di partenza minima per qualsiasi discussione in materia.

L’ignoranza sulle questioni storiche e linguistiche è una spia di un’ignoranza diffusa su tutto, in Sardegna. Per certi versi, anzi, tale ignoranza fonda tutte le altre. Persino le lenti con cui leggiamo la cronaca spicciola sono deformate da tale carenza basilare. Di fatto, la stragrande maggioranza della popolazione sarda non capisce quasi nulla di quello che succede, tanto più quanto più ha maturato filtri culturali e armamentario concettuale tramite gli studi e la frequentazione dei media italiani.

In una condizione come questa non può stupire se la massima istituzione politica sarda, la Regione, si senta legittimata a partorire prodotti comunicativi di pessimo gusto e dai contenuti aberranti. Non è una novità. Già con la giunta “dei professori”, nella scorsa legislatura, alla vanagloria e alla presunzione che ne guidavano l’azione si accompagnavano esiti a dir poco deludenti, se non deleteri. Basti pensare alla solita promozione turistica a base di cartoline molto scenografiche ma pochissimo aderenti alla realtà sarda contemporanea. Cartoline in cui perlopiù a mancare era la gente, era la vita delle nostre comunità, le relazioni, la creatività materiale e culturale.

La giunta Solinas purtroppo sta facendo rimpiangere chi l’ha preceduta. Non era facile, ma ci sta riuscendo. Il video promozionale linkato più sopra (e solo io so quanto mi costa dargli ulteriore visibilità) è solo l’ennesimo esempio di una cialtroneria sistemica, ben spalmata in tutti i gangli vitali dell’amministrazione regionale, specialmente ai suoi vertici (leggi assessorati). Così, mentre il presidente della Regione Automa (non è un refuso) Sardegna va a fare omaggio ai suoi boss padani (mi sanguinano i polpastrelli al solo scriverlo), dagli uffici di Cagliari esce in pompa magna questa colossale montagna di escrementi. (Ed è un giudizio sobrio e misurato, rispetto a quello che mi è passato per la testa quando mi sono costretto a guardarlo.)

Agli stereotipi grossolani e ai deragliamenti contenutistici che infarciscono il montaggio si somma, amplificandone l’effetto grottesco, quasi comico, la pretenziosità della confezione.

E sì che di esempi virtuosi di promozione territoriale ce ne sarebbero parecchi, anche solo facendo un rapido giro su internet. In Italia molte realtà locali sono ben attrezzate in questo senso. Si poteva non dico copiare, ma almeno prendere spunto. Invece noi dobbiamo fare per forza i gradassi. E cadere nel ridicolo da altezze vertiginose.

Non ho voglia di fare un’analisi puntuale di tutte le corbellerie presenti nel video. Mi limito a trarne la considerazione, a conferma di quanto detto più sopra, di quanto l’ignoranza diffusa, specie tra la nostra classe politica e amministrativa, produca disastri. Disastri che inevitabilmente si riverberano, con un effetto moltiplicatore devastante, sul senso comune della cittadinanza.

Mi chiedo se esista un contraltare a tutto questo schifo. Mi chiedo che ruolo abbiano di fatto le nostre istituzioni culturali, dato che non riescono ad avere mai voce in capitolo, se non in episodiche prese di posizione personali sui social. Dei mass media ho già parlato e non ci torno su.

Se mettiamo in connessione questa desolazione culturale con il livello politico (siamo sotto elezioni, come tuttə sanno) e con i problemi che affliggono la Sardegna, è spontaneo giungere alla conclusione che siamo in guai grossi. Su tutti i fronti.

L’ignoranza, la noncuranza politica e la cialtronaggine istituzionale sono un costo sociale e politico, sempre più gravoso. Non ce lo possiamo permettere. Stiamo già pagando il conto, ma non è detto che potremo farlo ancora a lungo o che potremo contare sulla comprensione altrui o sulla benevolenza della sorte.

Non c’entrano nulla il preteso analfabetismo funzionale delle masse o chissà quali tare congenite nella nostra esotica etnia. Di questo dobbiamo essere coscienti. La responsabilità grava soprattutto sul ceto intellettuale e sulla politica. Non si sfugge. Se in quegli ambiti, specie nelle istituzioni, ci sono ancora forze sane e oneste, sarà meglio che si palesino e che si assumano delle responsabilità una volta per tutte.

3 Comments

  1. Grazie, gran bel articolo! Ma non sono d’accordo con le conclusioni. L’analfabetismo funzionale, e dico io, l’istruzione, stanno alla base di questi problemi. Prima di tutto perché il ceto politico non nasce dal nulla, ma sono tutti i sardi votanti che lo formano, proprio quelli che in maggioranza sono affetti da analfabetismo funzionale. Mentre anche il ceto intellettuale non è una cosa isolata e immutabile, ma viene ristretto, allargato e mutato nell’intellighenzia proprio dai sardi stessi; chiunque può diventare intellettuale o smettere di esserlo. La chiave è sempre l’istruzione. Non intendo solo la scuola ma anche la volontà dei singoli di approfondire un argomento, e saper selezionare le fonti attendibili per crearsi un’opinione ponderata. Su queste basi può formarsi una cultura moderna solida. Perché se dei discorsi sulla lingua, la storia, la valorizzazione dei beni culturali se ne occupano solo gli intellettuali ed i politici, e gli si da a loro la responsabilità, non si fa altro che allontanare ancora di più questi temi fondamentali dal dibattito pubblico, su cui devono partecipare tutti i sardi, a prescindere della loro occupazione.
    Ad ogni modo, grazie ancora di aver aperto questa discussione, di certo hai guadagnato un nuovo lettore.

    1. Sicuramente l’istruzione e la conquista di una solida strumentazione critica, oltre che nozionistica, sono indispensabili. Ma l’analfabetismo funzionale, così come imposto egemonicamente nel dibattito pubblico italiano e nel senso comune del ceto medio istruito, è un feticcio ideologico, non corrisponde a un fenomeno reale.
      Inoltre andrebbe problematizzata la stessa funzione della scuola in Sardegna, sia in termini diacronici (ossia, nel corso del tempo), sia sincronici (come funziona oggi?). Se l’alfabetizzazione di massa del secondo dopoguerra ha aperto la strada per l’istruzione superiore a un gran numero di persone fin lì escluse, è innegabile che in Sardegna abbia anche costituito un potente processo di acculturazione e di sradicamento. Questioni su cui hanno ragionato molto e bene intellettuali come Placido Cherchi, Michelangelo Pira, Cicitu Masala, Bachis Bandinu e altri ancora. È un problema tutt’ora irrisolto, se sono vere le percentuali di dispersione scolastica e il tasso di bocciature dell’isola (da molto tempo tra i più alti dell’intero stato italiano): tutta colpa delle persone sarde? qualche magagna congenita della nostra popolazione? o c’è dell’altro?
      Anche il discorso che la classe politica rispecchia la qualità dell’elettorato o addirittura del “popolo” che amministra è un’asserzione indimostrata, anzi diciamo pure fallace. Intanto perché i fenomeni sociali sono decisamente più complessi di così. Poi perché andrebbero studiati i meccanismi di selezione e riproduzione del ceto politico e amministrativo. E anche quelli del ceto intellettuale accademico e istituzionale. In Sardegna non è mai esistita una vera democrazia, non si è mai compiuto sino in fondo il processo di democratizzazione, nemmeno nel senso più superficiale e limitato della democrazia rappresentativa (ne ho scritto anche da poco, qui). Non che siano mancati momenti in cui la società sarda ha espresso vivacità politica e persino lotte popolari e rivendicazioni democratiche. Se vogliamo, questo è l’unico dato certo e di lungo periodo. Caso mai è mancata una classe dirigente all’altezza e una politicizzazione adeguata delle istanze progressive ed emancipative espresse dal basso, dai ceti subalterni, dalle fasce più aggiornate e generose della borghesia intellettuale.
      Momenti che non mancano nemmeno adesso, solo che ci troviamo in una fase storica di profonda disarticolazione sociale e politica, dentro una transizione epocale difficilissima. Non mi pare, però, che la classe politica sarda e il suo apparato di potere, di clientele e di legami opachi si stia dando molto pensiero per tutto ciò. E d’altra parte non le conviene nemmeno.
      La mia tesi è che l’ignoranza storica diffusa e la misconoscenza profonda di se stessi, di cui soffre la nostra popolazione, siano uno dei fattori determinanti di questo disastro.

  2. E per veicolare ciò, Sardinia[n] Post informa di come la “Digital Studio”, società realizzatrice dello spot facente capo a due soci – uno dei quali figlio di Salvatore Cicu (Forza Italia) – abbia ricevuto la bellezza di 100mila euro+Iva tramite affidamento diretto da parte della Presidenza della Regione Arresa di Sardegna. Tutto in regola parrebbe – per una spesa inferiore a €150.000 non occorre bando – ma una dimostrazione plastica, l’ennesima, di come la classe politica unionista continui a fare i propri interessi. Letteralmente. Nel silenzio più assordante e nel menefreghismo diffuso: “Sardegna. Una colonia straordinaria”.

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