Fantasie storiche, cialtronaggine politica e pavidità degli intellettuali

Fa discutere quest’uscita del presidente della RAS Solinas. Ma non si va al di là di sfottò sui social media e mugugni privati, ben lungi dal dibattito pubblico aperto, documentato e ben argomentato di cui ci sarebbe bisogno.

Che l’attuale repubblica oligarchica italiana discenda dal Regno di Sardegna inventato nel 1297 da Bonifacio VIII e provvisoriamente realizzato da Giacomo II d’Aragona nel 1324 non è vero, ma anche se lo fosse non me ne vanterei troppo.

Attribuirsi meriti per aver subito una conquista dolorosa e poi per essere stati infilati, un po’ a casaccio e in posizione subalterna, in una nuova compagine statale, di cui si è tuttora periferia marginale, non mi pare questo gran motivo di rivendicazione. Specie da parte di un (sedicente) sardista.

In ogni caso si tratta di una ricostruzione scorretta di eventi storici complessi, che abbracciano epoche molto diverse tra loro.

Quel Regno di Sardegna, quello del 1324, fu sconfitto e ridotto a quasi nulla per decenni nella lunghissima guerra contro il regno giudicale di Arborea. Quando infine fu realizzato, nel 1421 (un secolo dopo!), da Alfonso il Magnanimo, era già qualcosa di diverso. Ma anche ammettendo una continuità lineare dal basso medioevo all’età contemporanea, dovrebbe essere chiaro a qualsiasi storico – del diritto (come si è definito Solinas medesimo) o tout court che sia – che la sua storia finisce tra 1847 e 1848, con la Fusione Perfetta e lo Statuto albertino.

Non c’è alcuna continuità, nemmeno formale e giuridica, tra Regno di Sardegna e repubblica italiana attuale. Con buona pace del massimo teorico di questa tesi, Francesco Cesare Casula.

Solinas, da buon democristiano d.o.c.*, sa come scegliere i suoi argomenti. Non si cura tanto del fatto che sia una panzana imbarazzante, dato che è una panzana autorevolmente diffusa che gli fa comodo.

Non mi ci vorrei dilungare troppo, però, dato che su tutto ciò ho già ripetutamente espresso la mia opinione, negli anni scorsi, sia politicamente sia in termini storici (per es. qui e qui). Come si vede, benché abbia letto, non so dove, qualche lamentela circa la mancanza di critiche pubbliche su queste tesi, in realtà qualcuna esiste ed è reperibile. Invece c’è un altro problema sul tappeto, che vorrei far emergere in modo chiaro.

Credo che fosse Ettore Petrolini ad apostrofare un suo disturbatore in teatro dicendogli: “Non me la prendo con te, ma col tuo vicino che non ti butta di sotto”. Ecco, a me non disturba tanto il pressapochismo furbo di Solinas, o la sua incoerenza politica: fanno del tutto parte del personaggio e non abbassano più di tanto il livello generalmente infimo della politica sarda. Non mi inquieta nemmeno il fatto che uno storico come F.C. Casula, per anni molto potente nell’ambito accademico sardo, proponga tesi discutibili e politicamente orientate. Può capitare. Mica è l’unico.

Quel che mi preme sottolineare invece è: a) la mancanza di dibattito pubblico su questi come su tanti altri temi, b) la fatale carenza di una narrazione storica pubblica onesta e di qualità e c) la latitanza su questo come su altri temi dell’intellettualità accademica sarda e in particolare di quella di ambito storico. (Ne avevo scritto in modo articolato qui, per Filosofia de Logu.)

L’ambito storico sardo ha sempre avuto, mi pare, troppo poco coraggio civile e ha sempre manifestato troppo conformismo e troppa pavidità politica. In queste faccende non basta limitarsi a fare il proprio mestiere (che comunque è già qualcosa). Al cattivo uso pubblico della storia vanno contrapposti con intransigenza robusti anticorpi culturali e civici, che tuttavia non si formano spontaneamente. Di sicuro non si diffondono automaticamente dalle discussioni in privato, o dai post affidati ai propri profili social. Non bastano nemmeno la ricerca e le conseguenti pubblicazioni, fondamentali ma sempre destinate a un pubblico ristretto di specialisti o di appassionati; né l’attività convegnistica o le conferenze, che hanno grosso modo lo stesso destinatario.

La scarsissima abitudine al pubblico dibattito e la mancanza di una divulgazione storica e di una Public History mature e di qualità non sono casuali. Evidentemente, chi dovrebbe alimentare e tenere alta la qualità del pubblico dibattito non lo fa; e chi dovrebbe promuovere la divulgazione e fornire temi e materiali alla Public History latita. Manca nel nostro ceto intellettuale la solerzia civile nell’assumersi questi ruoli pubblici; ed è deficitaria, al di là di singole eccezioni e di casi sporadici, l’abitudine a prendere posizione, soprattutto su questioni controverse, scomode, specie laddove siano usate dal potere per orientare l’opinione pubblica.

Nessun politico, nessun potente (uso un termine generico), si azzarderebbe a proferire scempiaggini storiche (o di alto tipo) sulla Sardegna se sapesse di non poter contare sul silenzio di chi ha la competenza e la credibilità intellettuale per smascherarne l’infingardaggine. Invece il potere in Sardegna si sente libero di praticare qualsiasi nefandezza, di propinarci qualsiasi discorso strampalato ma utile ai suoi scopi, certo dell’impunità.

Non c’è solo quest’ultima birichinata di Solinas. Tante volte sarebbe stata necessaria una voce critica, una folata di parresia, da parte dell’ambito storico, su fatti di cronaca, su scelte politiche, su imposizioni o anche solo dichiarazioni di stampo coloniale e/o razzista. Quante ne abbiamo visto e subito, nel corso anche solo degli ultimi anni?

Quanto sarebbe importante la voce della storia su questioni delicate e strategiche come la campagna cialtronesca e manipolatoria dell’insularità in costituzione, o a proposito delle dichiarazioni pubbliche, infarcite di pregiudizi al limite del razzismo, di giornalisti, magistrati, vertici delle forze dell’ordine? E sul tema dell’asservimento militare dell’isola? O sul neo-colonialismo energetico? E sulle drammatiche questioni sociali? E sul pesante bombardamento propagandistico di stampo nazionalista (italiano) costantemente riversato sull’opinione pubblica sarda, dalla scuola, dai mass media, dalle istituzioni pubbliche?

A che pro sghignazzare oggi, rigorosamente al riparo da qualsiasi sguardo indiscreto, sulla provocazione di Solinas, se non si ha il coraggio di assumere posizioni pubbliche sui temi più delicati, in cui la voce di storiche e storici avrebbe un peso culturale e politico notevole, forse decisivo?

L’unica fonte di preoccupazione, per molta parte della storiografia e dell’archeologia accademica sarda, sono da anni le frange di appassionati ossessionati da mitologie megalomani e da fantasie identitarie, come se rappresentassero qualcosa di diverso da un fenomeno inevitabile quanto residuale e marginale. Per altro, interpretato in modo del tutto scorretto, ascrivendolo, come elemento decisivo, a un’ipotetica “galassia indipendentista”, dipinta sempre come brutta, sporca e ignorante. E malintenzionata. Come se i malintenzionati veri mancassero, in Sardegna (e non stanno a chiacchierare sui social!).

Qui chiaramente emerge una visione distorta della realtà che fa torto a chi la realtà dovrebbe studiarla con metodo e con rigore. Forse si manifesta anche una certa attitudine corporativa: la storia è mia e me la gestisco io. Non so. So solo che da parte di chi studia la storia mi aspetterei ben altra partecipazione civica e ben altro coraggio intellettuale e politico. Senza alcun timore di prendere posizione contro il potere e al di là delle convenienze personali immediate.

Guardata da quest’altra visuale, la sparata pseudo-storica di Solinas, più che indignarci, dovrebbe sollecitarci a lavorare di più e meglio a una condivisione storica maggiore e migliore, contribuendo alla crescita culturale della nostra collettività, in termini emancipativi, senza paura di mettere in discussione lo status quo. Che, dopo tutto, non è questo gran che.

*Sì, lo so che è il segretario nazionale del PSdAz, che a sua volta è un partito nominalmente indipendentista (art. 1 del suo statuto); ma la scuola politica di Solinas è quella di Mariolino Floris, e la sua preparazione, la sua attitudine e i suoi metodi sono oggettivamente democristiani.

1 Comment

  1. E’ sempre un piacere intellettuale e politico leggere ciò che scrivi. La chiarezza e l’arguzia delle tue parole sono sempre una luce che rischiara i momenti piú bui della riflessione e ci spronano a non arrenderci davanti al l’idiozia servile della borghesia comporadora che si autoappella sarda ma che altro non è che ascara. Senza tregua fino alla vittoria

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