Riassuntone di due anni difficili e una sbirciata sul futuro. Terza parte: e la Sardegna?

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Il passaggio da 2021 e 2022 non sarà più drammatico di altri, per la Sardegna. Tante cose sembrano la stanca ripetizione di fatti e andamenti già visti e vissuti. Con sempre meno ottimismo (posto che ce ne sia mai stato).

La pandemia, di nuovo al centro delle cronache, non sembra suscitare più la stessa emozione dei primi tempi. Al limite, fastidio e insofferenza. Con tutti i problemi che abbiamo in Sardegna, persino il covid sembra giusto l’ennesima disgrazia a cui far fronte. In questo, siamo più vicini ai paesi “in via di sviluppo” (definizione senza senso) che a quell’Occidente a cui vorremmo tanto appartenere. E comunque basta il matrimonio un po’ trash di un (aspirante) potente (non ne parlerò, sarebbe precisamente quello che vogliono) perché l’opinione pubblica si distragga e parli d’altro.

Nulla sembra intaccare questa specie di atarassia maturata dal popolo sardo nel suo insieme, dove più dove meno.

La periodica riproposizione di lotte sociali e di vertenze (contro l’occupazione militare o contro la speculazione energetica, per esempio) lascia poche tracce in superficie. Serve, sia chiaro; ma i suoi effetti non sono misurabili dalla cronaca quotidiana.

Anche i problemi dei trasporti interni ed esterni, o quelli del lavoro, o della scuola, suonano ormai come un problema strutturale e sostanzialmente di ordinaria amministrazione. E la sanità fa sì notizia, ma meno di quanto dovrebbe, specie perché si evita accuratamente, sotto l’occhio vigile delle lobby dominanti, di andare fino in fondo nelle analisi sulle responsabilità e sulla natura profonda del problema. Paradossalmente, la pandemia è stata usata per mascherare le magagne strutturali di questo ambito nevralgico. Intanto, entrerà in vigore l’ennesima riforma del settore, non meno stupida e dannosa delle precedenti.

Ci si è rassegnatə persino al ripetersi quotidiano degli incidenti stradali mortali. Sarebbe invece interessante studiare le cause di questo fenomeno drammatico, al di là delle circostanze contingenti.

Ci fosse almeno qualche bella distrazione, qualche bel successo sportivo, ad esempio, con cui rincuorarsi o occupare la mente e il tempo. Invece, manco su questo versante ci sono soddisfazioni, vista la situazione in cui versano la Dinamo Sassari nel basket e (soprattutto) il Cagliari nel calcio (un mio vecchio compagno di coro, a Nuoro, usava spesso, quasi come intercalare, tra il rassegnato e l’apotropaico, l’espressione: “petzi perdende“).

Con queste premesse, il 2022 minaccia di riproporsi come un pasto indigesto; in mancanza, per ora, di rimedi gastrici adeguati al malessere. Tanto la nostra classe digerente manda giù tutto, senza problemi.

Anzi, si ingrassa, se può. Nomine clientelari, sprechi, rifinanziamento di enti inutili, disorganizzazione, elargizioni a pioggia con effetto sedativo, ricerca ossessiva di scappatoie per favorire speculazioni e arricchimenti indebiti dei propri gruppi di riferimento: ecco a cosa si dedicano la nostra politica e chi la guida (fuori e dentro il Palazzo). E, se c’è qualche intoppo, si fa sempre in tempo ad invocare la ribellione contro Roma, almeno fino al prossimo “a cuccia” del padrone oltremarino.

Per di più il 2022 sarà un anno di avvicinamento alla nuova tornata elettorale regionale (primi mesi del 2024). Non c’è da temere che la maggioranza sardo-leghista-democristiana-affarista in Consiglio regionale ceda prima del tempo: a chi gioverebbe? Non certo alla finta opposizione, che esprime un personale politico analogo e a volte peggiore di quello dell’attuale maggioranza. A nessuno (e mai il maschile esteso è stato più appropriato che in questo caso) farebbe comodo la chiusura anticipata della legislatura. Tuttavia, le grandi manovre sono già iniziate, in molti casi con stupefacente sprezzo del ridicolo e con una capacità trasformistica da manuale.

Bisognerà aspettare – anche riguardo allo scenario sardo, comunque dipendente e subalterno – l’esito dell’elezione del presidente della repubblica, tra poche settimane, e quello delle elezioni politiche del 2013. Sempre che il cambio di regime in corso non ne decreti l’abolizione.

Il quesito è: come affronteremo tutto questo, in Sardegna? Passivi e disinteressati, benché incattiviti? O in preda al panico e disposti ad accogliere qualsiasi soluzione apparentemente comoda e deresponsabilizzante? Servirebbe forse una bella scossa, una scintilla che dia fuoco al materiale combustibile accumulato negli anni. Non è necessario qualcosa di cruento, ma un po’ di gazzosa sociale e politica forse ci risveglierebbe dal torpore e dalla rassegnazione.

Può essere qualsiasi cosa: una decisione governativa sull’ubicazione del deposito unico statale delle scorie nucleari; un incidente nel corso di qualche esercitazione militare; l’ennesima prepotenza coloniale accettata e avallata dalla nostra pessima classe politica… Spesso, storicamente, hanno fatto da detonatore le difficoltà materiali, come l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Sarà così anche questa volta? Non è mai prevedibile dove si creerà l’incrinatura che poi farà crollare l’intero muro, né in quali circostanze avverrà. E comunque è necessario che qualcuno politicizzi il malessere diffuso, lo traduca in parole chiare e lo trasformi in energia collettiva.

Oppure non succederà nulla e ci trascineremo seguendo quest’inerzia debilitante attraverso le manipolazioni dei mass media, le prepotenze dell’apparato militar-industriale e del governo italiano, aggravando i danni ormai endemici prodotti dalle nostre deficienze materiali e politiche di lungo corso. E, all’avvicinarsi delle scadenze elettorali, assisteremo al risveglio improvviso dei nostri politicanti in cerca di successo locale e – meglio ancora, benché assai meno probabile – sovralocale.

La messinscena pre-elettorale (per le elezioni statali e per quelle regionali) potrebbe essere anche uno spettacolo divertente, guardandola con distacco e un minimo di undertatement. Se non fosse che è uno spettacolo costoso e dalle conseguenze concrete fin troppo rilevanti.

Altre volte ho manifestato il sentore che qualcosa di succulento bollisse nel pentolone della storia, in Sardegna e tutt’intorno all’isola. A giudicare da quanto successo fin qui, sono stato sempre smentito. Ma non si sa mai. Sia come sia, a questo giro evito di sbilanciarmi e che vada come vada. Se ci saremo ancora, vedremo il da farsi. Se è vero che al peggio non c’è mai limite, è anche vero che tutto sommato viviamo in tempi interessanti. Me lo faccio bastare. Bonos printzìpios e mègius fines!

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