Nazione sarda come concetto storico e teorico, suo uso nel tempo, sua utilità politica attuale

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Ricevo da Francesco Casula questo ampio commento al mio ultimo post Indipendentismo, intellighenzia sarda e fraintendimenti colpevoli, da cui è estrapolato il passaggio citato in testa alla dissertazione. Il testo è riportato integralmente così come l’ho ricevuto. Subito appresso, la mia replica.

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La nazione sarda nella storia
di Francesco Casula

Sostenere, come fanno molti esponenti indipendentisti (non solo Devias), che la nazione sarda esista da sempre, o da epoche comunque lontane, è un’asserzione indifendibile in qualsiasi dibattito minimamente serio (Omar Onnis)

Ma non è così. La “Nazione sarda” attraversa la storia politica, intellettuale e letteraria almeno dal 1300.

1.La nazione sarda nel periodo giudicale
L’espressione “nazione sarda” comincia a ricorrere con frequenza e poi sempre più insistentemente in documenti (trattati e carte diplomatiche) che accompagnano le relazioni e i conflitti fra il Giudicato di Arborea e il regno d’Aragona (1353-1410) 1. Ma anche prima si iniziano a cogliere alcuni elementi distintivi della Sardegna che si presenta all’Italia e all’Europa: primo fra tutti la lingua con il volgare sardo, appunto fin dal 1080-85 (nel Privilegio logudorese) e poi nei diversi Condaghi ma soprattutto nella Carta De Logu. Il termine naciò sardesca viene usato la prima volta nel documento che sancisce l’atto di pace il 24 Gennaio 1388 fra i rappresentanti di Eleonora con gli inviati del re aragonese Giovanni I il Cacciatore e sta a indicare “la Sardegna non regnicola, la parte avversa alla corona, il territorio sardo riconquistato dai giudici e annesso allo stato arborense. Cioè la Sardegna auctotona” 2. L’uso del termine nazione sarda è comprovato dalle stesse carte della corona di Arborea: esso sarà alla base di quel monumento storico, giuridico e linguistico della Carta, come sosterrà Camillo Bellieni. La lotta sanguinosa fra naciò sardesca (o nassione sardisca) e naciò catalana non si può considerare chiusa con la battaglia di Sanluri (1409), dopo di essa infatti si continua a parlare ugualmente di nazione sarda (traditrice e ribelle secondo il re di Aragona Martino il vecchio). Affermatosi definitivamente il dominio aragonese a seguito della sconfitta dell’ultimo marchese di Oristano Leonardo Alagon (1478) la contrapposizione fra naciò sarda e naciò catalana non scompare: è presente negli atti dei parlamenti isolani e nelle richieste avanzati da questi cioè nei Capitoli di corte che erano dei patti fra la nazione e il re3.

2. La nazione sarda nel ‘500-‘600
L’intellighenzia isolana, dal canto suo, se una parte rimane accecata di fronte agli splendori dell’impero spagnolo e da ascara si prostra servilmente ad esso ed evita con grande cura lo stesso termine di nazione sarda, penso allo storico Giovanni Francesco Fara4 che usa il termine natio (scrive in latino) per indicare “nascita”, il poeta ecclesiastico Gerolamo Araolla(1545-fine secolo XVI), alle lingue castigliana e catalana contrappose una lingua sarda che potesse vantare una sua dignità sul piano letterario. Non è questa la sede per verificare i risultati del tentativo di Araolla: certo è che in lui si inizia a delineare un embrionale coscienza del rapporto fra nazione e lingua. Che sarà ancor più forte nello scrittore Gian Matteo Garipa, orgolese (?-1640) che scriverà « Totas sas nationes iscrien & istampan libros in sas proprias limbas naturales insoro…disijande eduncas de ponner in platica s’iscrier in sardu pro utile de sos qui non sun platicos in ateras limbas, presento assos sardos compatriotas mios custu libru »6. Invito a notare i termini, estremamente chiari e significativi: parla di lingua naturale – oggi diremmo materna – che tutte le nazioni, compresa la sarda, hanno il diritto-dovere di utilizzare per rivolgersi ai “compatrioti”, ovvero ai sardi, abitanti dunque della stessa “patria”.

3. La nazione sarda nel ‘700-‘800
Ma è soprattutto nel vivo dello scontro politico e sociale che – a parere di Federico Francioni, storico sassarese prende sempre più corpo l’idea di nazione sarda. E cita il triennio rivoluzionario 1793-1796 che vedrà protagonista principale Giovanni Maria Angioy. I Sardi, prendono coscienza di sé e del proprio essere “popolo” e “nazione” prima quando si battono con successo contro l’invasione francese poi quando cacciano i piemontesi da Cagliari con il “Vespro Sardo” del 28 Aprile 1794. 
“Al di là delle cause che stanno alla base di questo evento – scrive ancora Francioni8 –  e della stessa dinamica di quelle giornate, fu indubbiamente l’esasperazione dell’atteggiamento colonialistico, quasi razzista dei ministri regi (ampiamente documentato da uno storico in questo verso insospettabile come il Manno) la classica goccia che fece traboccare il vaso.”
Il senso di appartenenza identitaria e di nazione sarda sarà fortemente presente nella stampa e negli scritti di quel periodo di grandi cambiamenti. « Gli ordini del regno sono depositari fedeli della sorte di tutta la nazione » si afferma nel “Giornale di Sardegna” un foglio periodico organo ed espressione del gruppo più dinamico e politicamente più progressivo degli Stamenti sardi. Ancor più forte sarà il sentimento di popolo sardo e di comunità nazionale nell’Inno di Francesco Ignazio Mannu “Su patriota sardu a sos feudatarios”; ”nell’Achille della sarda liberazione”; nella lettera “Sentimenti del vero patriota sardo che non adula” in cui l’istanza dell’abolizione del giogo feudale si coniuga con un atteggiamento anticoloniale e un sentimento nazionale sardo.
Ancor più chiaramente tale “Identità sarda” emerge nel Memoriale al Direttorio di Giovanni Maria Angioy  (Agosto 1799) in cui l’Alternoscerca di cogliere e di interpretare i tratti distintivi, peculiari e originali della individualità sarda, cominciando dal quadro geografico e morfologico, proseguendo con cenni sugli usi, i costumi, le tradizioni, i rapporti comunitari, l’atteggiamento dei sardi verso gli stranieri, fino a quello che si potrebbe chiamare un abbozzo “del carattere nazionale” isolano. In queste pagine non c’è solo il risentimento anticoloniale o il rimpianto per gli antichi diritti e i privilegi acquisiti dalla Sardegna nel corso dei secoli: il punto di approdo dell’esperienza e della riflessione angioyna nell’esilio parigino è ormai una repubblica sarda sia pure (come del resto, in quel frangente storico era inevitabile) sotto il protettorato della Grande Nation. Nel solco tracciato da Angioy si muoveranno Matteo Simon che individua le linee di un carattere nazionale sardo più esteso e articolato ma soprattutto consapevole del legame fra nazione e lingua e Francesco Sanna Corda, parroco di Terralba che a nome del popolo e della sarda nazione tenterà una sfortunata spedizione in Gallura nel 1802. Di carattere nazionale dei sardi parlerà il Tola, nello scritto giovanile omonimo rimasto incompiuto e di sardo dialetto parlerà lo Spano.

4. La nazione sarda dopo la fusione perfetta e l’unità d’Italia
In genere fino al 1847 nessuno dubita che la Sardegna sia una nazione: da Carlo Alberto al viceré De Launay, agli storici sardi che lo ribadiscono a chiare lettere: il quadro comincia a cambiare dopo la perfetta fusione: l’idea di nazione sarda è del tutto assente in Asproni e Tuveri, per Mazzini addirittura l’isola è italianissima! L’ingresso della Sardegna nella compagine statale unitaria, la conseguente imposizione dell’uniformismo centralistico da parte dello stato “unitario” non porta però alla completa omologazione o alla scomparsa di quella forte caratterizzazione individuale dell’Isola che viene messa in rilievo soprattutto nella memorialistica della seconda metà dell’ottocento. Ma che soprattutto emergerà sul fronte nel primo conflitto mondiale con la “Brigata Sassari”. A questo proposito infatti – scrive Lilliu – Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi “piemontesi” fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli” 10
Qui mi fermo: il problema della Sardegna come nazione in Antonio Simon Mossa – vero teorico dell’indipendentismo sardo moderno – e nel cosiddetto “neosardismo” degli anni Settanta, avrebbe bisogno di un’altra lunga disamina.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
1.A. SolmiStudi storici sulle istituzioni della Sardegna nel medioevo, Cagliari 1917
2.Francesco C. Casula, Breve storia della scrittura in Sardegna, Cagliari 1978
3.Antonio Marongiu, I Parlamenti Sardi,  Milano 1979
4.G. F. Fara, De rebus sardois libri quatuor, Torino 1835
5.G. Araolla, Sa vida, su martiriu et morte de sos gloriosos martires Gavinu, Brothu et Gianuari, Cagliari 1582
6. Gian Matteo Garipa, Legendariu de santas virgines et martires de Iesu Christu, Ed. Ludovico Grignano, Roma 1627, ora ripubblicata dalla casa editrice Papiros di Nuoro nel 1998 con l’introduzione di Diego Corraine e la presentazione di Heinz Jürgen Wolf  e Pasquale Zucca 7.Federico Francioni, Storia dell’idea di nazione sarda, in La Sardegna Enciclopedia, a cura di Manlio Brigaglia vol.II, Cagliari 1989
8.A. Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti, Sassari 1925
9. Matteo Simon , Memoire pour Napoleon, 1803
10. Giovanni Lilliu, Costante resistenziale sarda, Cagliari 2002

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REPLICA (O. Onnis)

Il concetto di nazione, così come lo intendiamo noi, nell’ambito della cultura europea contemporanea, è un concetto storicamente situato, che non può essere esteso arbitrariamente ad epoche in cui, se pure veniva usato, non veniva usato con la stessa accezione.
La naciò sardesca dei Catalani del Trecento non è la stessa cosa della nazione sarda del primo Ottocento o dell’indipendentismo odierno. Da notare, in ogni caso, che le fonti sarde medievali non usano questo termine, né lo usano le fonti di Età moderna, nemmeno quelle del periodo rivoluzionario.
La nascita del concetto contemporaneo di nazione è databile alla Rivoluzione francese e alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, dell’agosto 1789:

Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.

Tale principio si contrapponeva all’assolutismo monarchico, per cui la sovranità apparteneva al re, per diritto divino (“lo stato sono io”, affermava Luigi XIV di Francia, appunto).
Il termine nazione, nel senso di comunità umana legata da vincoli di sangue, lingua, cultura, religione, con un territorio di riferimento (magari anche solo di origine, magari mitica), conquisterà un enorme successo, in Europa, nell’Ottocento romantico, nel contesto della grande transizione demografica e della rivoluzione industriale, del colonialismo e delle rivoluzioni borghesi e – appunto – nazionali. I nazionalismi allora si intersecano e mescolano con l’ideologia razzista, fondamentale per giustificare la supremazia economica e politica europea sul mondo e legittimarla come giusta. Inoltre, all’interno, alimentano la costruzione o la riorganizzazione dello stato contemporaneo, pretendendo – e ottenendo anche a forza, laddove necessario – l’adesione delle masse (lo storico G.L. Mosse in un famoso libro del 1975 parlava appunto di “nazionalizzazione delle masse” tra epoca napoleonica e nazismo, ma possiamo richiamare anche A.M. Banti e il suo Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, 2011). È un processo a cui si opporranno sia il pensiero socialista sia quello anarchico, ostili al nazionalismo e favorevoli alla solidarietà tra i popoli.
Cosa abbia rappresentato il concetto di nazione e il nazionalismo almeno fino alla seconda guerra mondiale, dovremmo saperlo bene. Persino le lotte dei popoli sottomessi e delle minoranze linguistiche a lungo hanno evitato di presentarsi come “nazionaliste” o comunque hanno provato a distinguersi dai nazionalismi istituzionalizzati, ufficiali, dominanti. Ancora oggi questo è un problema teorico, in tutte le circostanze in cui esista un conflitto etno-regionalista e sia viva qualche istanza indipendentista. Con qualche equivoco inevitabile e la continua necessità di problematizzare e precisare la questione.

Come si vede, già solo su questa base fare del termine nazione un concetto universale e storicamente duraturo risulta come minimo complicato. Del resto, se è vero che la nazione sarda è esistita da sempre, nella storia, non si vede perché cominciare a farla esistere solo dal Trecento e dal suo riconoscimento ad opera dei Catalani conquistatori. Si può parlare di nazione sarda nell’alto medioevo? E nell’epoca antica? E nella proto-storia nuragica? In tutta onestà direi proprio di no. Allo stesso modo è destituibile di ogni significato storico e di qualsiasi utilità interpretativa la pretesa che esista una “nazione italiana”, anch’essa fin da tempi remoti, come minimo dall’età romana. Un chiaro costrutto ideologico, semplicemente più di successo ed egemonicamente imposto come fondativo in ogni angolo dell’attuale stato italiano, a prescindere dalle evidenti e spesso stridenti differenze. Problematizzare la storicità e la portata concettuale della nazione sarda non significa dunque necessariamente aderire all’ideale nazionalista italiano, come invece capita spesso ai critici dell’indipendentismo. Tutt’altro. Significa solo prendere atto di una difficoltà teorica e politica, da non eludere.

Sul concetto di nazione, le sue implicazioni e le sue connotazioni esiste una vasta letteratura, sia storica, sia filosofica e politologica, sia giuridica. Il dibattito sull’uso e sulla portata storica del concetto di nazione si è sviluppato nel tempo, specie dal secondo dopoguerra in poi. In generale, la discussione, a livello internazionale, si è polarizzata intorno a due nuclei tematici/teorici principali: da un lato chi, sulla scorta di Anthony D. Smith, difende un’origine etnica, dunque storicamente di lunga durata, delle nazioni; dall’altra chi, come Eric Hobsbawm, considera la nazione come un’astrazione ideologica prettamente otto-novecentesca, senza un vero referente concreto nella realtà umana così come si è dispiegata nel tempo. In particolare, per questa seconda scuola di pensiero, di matrice marxista, il concetto di nazione sarebbe stato uno strumento di affermazione e dominio delle borghesie europee, a discapito tanto dei propri stessi popoli quanto, soprattutto, dei popoli sottomessi con le conquiste coloniali. A questi due poli, si aggiunse, negli anni Ottanta del secolo scorso, la riflessione del filosofo Benedict Anderson, che, pur ponendosi anch’egli nel solco della tradizione teorica marxista, coniò il concetto di “comunità immaginate”, a cui la stessa idea di nazione farebbe capo. Tale concetto nasceva, non a caso, dalle impressioni suscitate dal processo di decolonizzazione, col suo portato di conflitti tra nazionalismi vecchi e nuovi con i suoi esiti contraddittori.

Proprio gli studi post-coloniali e de-coloniali hanno discusso molto dell’idea di nazione e di nazionalismo, di appartenenze e identità, di dialettiche complesse tra comunità umane dominate e dominanti, ecc. Nascendo in contesti come quello asiatico, mediorientale e latino-americano, questi grandi e articolati ambiti di studi hanno ulteriormente problematizzato il concetto di nazione, a cominciare dalla sua difficile estensibilità universale e dalla sua (come minimo dubbia) utilità analitica.

Che esistano i popoli, le culture, le identificazioni tra collettività umane e certi territori, così come le lingue, le usanze, le religioni, ecc. è un dato di fatto, apparentemente banale e tuttavia non privo di problemi e contraddizioni. Che le comunità umane, nei tempi storici (quindi, diciamo al massimo negli ultimi cinque millenni circa, ossia una porzione minima della nostra esistenza sul pianeta) abbiano avuto sempre bisogno di segni e di elementi di appartenenza ulteriore, rispetto alla famiglia, al clan, alla tribù, è vero. Ma in moltissimi luoghi e per periodi lunghissimi non è esistito nemmeno un concetto come quello contemporaneo di nazione. O, se esisteva, si riferiva al proprio villaggio, al più alla propria città. La stessa appartenenza etnica, linguistica e/o religiosa, a varie latitudini, anche in tempi recenti, non è sempre stata una discriminante decisiva; ha assunto un senso distintivo e conflittuale solo ed esclusivamente nelle circostanze in cui è stata politicizzata e usata come strumento di consenso e/o di dominio.

Quanto detto fin qui corrobora l’obiezione alla tesi per cui esista storicamente e da tempi lontani qualcosa che possiamo definire e che si è sempre definita “nazione sarda”. Non è possibile affermarlo a cuor leggero e con pretese di assiomaticità.

Ma il problema che sollevano le tesi di Francesco Casula è soprattutto un altro. Un problema di indole sì teorica, ma più precisamente politica, con risvolti anche pragmatici. La domanda che dobbiamo porci – e che dovrebbero porsi soprattutto le tante persone sensibili alla prospettiva indipendentista o autodeterminazionista – è: ci serve e, se sì, a cosa serve fondare la prospettiva indipendentista sull’idea della nazione? È necessaria o addirittura sufficiente questa concettualizzazione e la sua diffusione massiva per giustificare e avere più forza nella lotta per l’emancipazione collettiva della comunità umana che vive in Sardegna?
La natura dell’asimmetria tra Sardegna e stato italiano, la consistenza dei nostri problemi collettivi, la difficoltà a godere di una democrazia compiuta non sono facilmente comprensibili se ci serviamo come unico strumento analitico del concetto di nazione. Su un altro piano è facile constatare come non sia affatto vero che le persone sarde (nell’accezione larga che questa definizione richiede) siano acquiescenti o addirittura favorevoli verso una sottomissione dell’isola allo stato italiano solo perché sono ignare della propria appartenenza “nazionale”. Dai pochi studi demoscopici fatti in merito si può invece evincere che l’identità sarda è molto solida e ampiamente predominante, anche presso chi si sente “sard* ma anche italian*”. Non esiste un problema di mancato senso di appartenenza per la stragrande maggioranza delle persone sarde, anche di adozione, anche nella diaspora. Vero è che a questa appartenenza si associano spesso contraddizioni complicate e il più delle volte stereotipi degradanti. L’adesione alla nostra mitologia identitaria subalterna è di suo un problema, anche quando esista uno sforzo di ribaltarne il senso in termini positivi, ma senza metterla radicalmente in discussione. Non mi dilungo perché è un tema di cui ho già scritto tante volte, qui su SardegnaMondo e in Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso, oltre che in altre pubblicazioni. Alla questione, affrontata nei suoi vari risvolti, dedica la propria riflessione la comunità di studio e di ricerca Filosofia de Logu.
La questione sarda, per come si presenta storicamente, è in larga misura una questione di rapporti di potere sbilanciati, di forme di dominio di natura coloniale o para-coloniale, di diritti negati da riconquistare o conquistare ex novo, di questioni pratiche di indole strategica e generale (trasporti, ambiente, energia, lavoro e produzione, spopolamento, scuola, questione linguistica, gestione dei beni culturali, ecc.) impossibili da risolvere dentro un rapporto di subalternità come quello esistente tra Sardegna e stato italiano. Ha davvero tutto questo peso la rivendicazione di essere “da sempre nazione” in questa enorme ed epocale questione? Non ha più peso, che so, il banale dato geografico di essere una terra altra rispetto all’Italia? Certamente una terra che ospita una popolazione con una sua lunga storia, le sue lingue (ce ne sono altre, oltre al sardo, a dispetto del principio nazionalista “una terra, un popolo, una lingua”), le sue usanze, la sua peculiare immigrazione (che storicamente è di più lunga durata della nostra emigrazione, senza contare i nuovi fenomeni migratori di questi anni); ma se anche la Sardegna ospitasse una popolazione diversa, ancora più ibrida e con una storia meno lunga alle spalle, non resterebbero in piedi comunque, nella loro portata concreta, pressoché tutti i problemi strutturali discendenti dal dato geografico associato all’appartenenza passiva allo stato italiano? E ancora, ragionando per paradosso, se gli apparati di potere centrali e periferici riconoscessero in qualche modo la natura “nazionale” della popolazione sarda, muterebbe solo per questo la nostra realtà storica? E ha senso accontentarsi di ricorrere a un armamentario concettuale e ideologico ottocentesco per promuovere un’aspirazione emancipativa rivolta al presente e soprattutto al futuro?

Su tutto questo è indispensabile ragionare di più e meglio, aprire il dibattito a temi e tesi ben presenti negli studi storici e politici internazionali, sprovincializzarsi, decolonizzare il nostro approccio e la nostra dotazione teorica, a cominciare dalla necessaria operazione di “provincializzazione” dell’Italia. Attardarci ancora con idee troppo facilmente trasformabili in feticci ideologici reazionari, come appunto il concetto di nazione, e insistere nel farne il nucleo fondativo di una rivendicazione democratica strategica mi pare se non altro una scelta rinunciataria, destinata a soccombere sotto i potenti flutti della storia, se non addirittura a produrre effetti opposti a quelli desiderati.

Ringrazio Francesco Casula per avermi dato modo di puntualizzare queste cose, senza alcuna pretesa che la discussione si chiuda qui.

3 Comments

  1. Si può parlare di “nazione” a partire dal Trecento? Si, se lo si fa come quando si usa la formula Stato nazionale per indicare il lungo sviluppo dell’organizzazione statale in Europa tra la guerra dei Cent’Anni e l’illuminismo, e a patto di non dargli il significato che assunse dopo la Rivoluzione francese (Tenenti, L’età moderna, 1980). Solo da allora si include nel concetto di nazione il popolo, la sua rappresentanza politica e il sostegno libero della maggioranza, specialmente della massa dei ceti inferiori, al governo.

    Perché fare iniziare dal Trecento il concetto di “nazione sarda”? Perché è da questo periodo che più o meno tutti i principi o città-stato europei, con i loro intellettuali, iniziano a costruirsi o rinnovare i miti fondativi delle proprie comunità, solitamente distinguendo la propria discendenza da quella romana o troiana, come avveniva fino ad allora. Iniziò il lento processo di presa di coscienza nazionale, che fece più tardi di ciascuna comunità un nucleo specifico sempre meno riconducibile alle altre. I valori nazionali vennero esaltati, per citarne alcuni, da Bruni e Bracciolini (Firenze), Dandolo e Monaci (Venezia), Valla e Facio (Aragona), e poi Giovanni Dlugosz (Polonia, 1480), Jacob Wimpfeling (Germania, 1528), Ferdinando Pulgar (Spagna, 1500), Girolamo Zurita (Spagna, 1580), Alberto Kranz (Germania, 1517).

    Il nazionalismo è necessariamente un feticcio ideologico reazionario? No, e qui ci si limita a menzionare un terzo significato del termine che nasce coi movimenti etnico-nazionali a partire dagli anni ‘60 del novecento. Questi mostrano ovvi legami col nazionalismo ottocentesco ma anche forti discontinuità, in quanto assumono in prevalenza esplicite e inusuali connotazioni “di sinistra”: anti-capitaliste, post-industriali, ambientaliste. Senza negare gli elementi di carattere regressivo presenti anche in questa forma di nazionalismo, la sua caratteristica distintiva non è reazionaria: consiste nell’affermazione del diritto di un popolo alla propria diversità e all’autodeterminazione (Melucci e Diani, Nazioni senza Stato, 1983).

    Ci serve fondare la prospettiva indipendentista sull’idea della nazione? Per una prospettiva indipendentista la risposta è positiva per definizione, perché il sentimento di appartenenza collettiva fa riferimento a una nazione quando sta alla base di una mobilitazione volta a ottenere il controllo su un territorio specifico. Altrimenti, se non si ambisce al controllo del territorio, ci si accontenta, come si fa ad esempio con l’insularità in costituzione, della conservazione dell’identità e della difesa degli interessi di gruppo, alla stregua delle rivendicazioni dei popoli indigeni o delle minoranze etniche politicizzate.

    L’idea di nazione è necessaria per giustificare e avere più forza nella lotta per l’emancipazione collettiva della comunità umana che vive in Sardegna? L’idea di nazione come marcata componente etnico-culturale crea intensi sensi di identificazione e appartenenza, senza i quali la mobilitazione collettiva resta un miraggio. La componente “innovativa” dell’identità etnico-nazionale va oltre le rivendicazioni contro la discriminazione e la richiesta di diritti politici: ha una carica culturale propria, una potenza esplosiva nel mobilitare energie individuali e collettive.

    1. Ho già risposto a queste contro-argomentazioni, proprio nella mia replica a Francesco Casula. In larga misura le considero destituite di fondamento storico e come minimo discutibili sul piano politico. Ma ci torno su, con la speranza di essere ancora più chiaro. Dopo di che, ognunə potrà serenamente restare della propria opinione, ma se non altro chi legge potrà farsi un’idea più articolata.

      Non è affatto vero, se vogliamo fare un discorso storicamente serio, che dal Trecento inizia a imporsi in Europa l’idea di nazione *nell’accezione contemporanea (ossia otto-novecentesca)*, e cito, perché “è da questo periodo che più o meno tutti i principi o città-stato europei, con i loro intellettuali, iniziano a costruirsi o rinnovare i miti fondativi delle proprie comunità”. I miti fondativi e gli elementi di appartenenza sovra-familiare e sovra-tribale ci sono stati anche in epoche precedenti, ma se pensiamo al Trecento – per esempio al Trecento italiano – vediamo ancora in opera appartenenze molto diverse, che si intersecano e sovrappongono, quasi sempre in modo conflittuale. Le appartenenze di clan e di posizionamento politico spesso avevano la preminenza sulla stessa identificazione con la propria città o il proprio territorio; la lunga lotta tra Guelfi e Ghibellini si intrecciava con legami di parentela e con aspetti socio-economici; l’appartenenza alle varie corporazioni era un elemento identitario e politico determinante; ecc. E non dimentichiamo l’assoluta rilevanza delle gerarchie sociali, la distinzione antropologica e quasi razziale tra aristocrazia e popolo, e poi tra aristocrazia, borghesia e ceti popolari subalterni. Con le lotte religiose, la Riforma e la Controriforma, poi, a tutto ciò si sovrappone, prendendo il sopravvento, l’appartenenza confessionale. Giusto con la fine della devastante Guerra dei Trent’anni (1618-48) si troverà una formula politica di (precario) equilibrio col principio “cuius regio, eius religio” (ogni sovrano stabilisce quale sia la religione ufficiale del proprio territorio), che se non altro conferiva una certa legittimità delle diverse confessioni cristiane. Ma siamo a metà Seicento, il secolo in cui comincia a prendere piede – non dappertutto e non allo stesso modo – l’idea dello stato assoluto e soprattutto della monarchia assoluta (proprio quella contro cui sarà rinnovato il concetto di nazione come depositaria collettiva della sovranità). In Inghilterra la tentazione della monarchia assoluta, ostentata dagli Stuart, verrà bloccata sul nascere, con la Rivoluzione, la decapitazione del re e la Guerra civile; in Francia trionferà nella persona di Luigi XIV; in Spagna stenterà molto ad affermarsi, per via delle dimensioni geografiche dell’impero iberico e dell’estrema diversità dei possedimenti dominati. In questo stesso secolo XVII non si intravvede nulla che somigli anche lontanamente al concetto di nazione posteriore alla Rivoluzione francese, tanto meno una “nazionalizzazione delle masse”, che poi è la cifra distintiva dei nazionalismi contemporanei. E stiamo ancora parlando pressoché esclusivamente di Europa, ossia di una porzione del pianeta estremamente limitata. Insomma, per quanti sforzi si facciano per retrodatare il concetto di nazione e dunque l’esistenza storica delle nazioni, così come sono state concepite nel corso dell’Ottocento e del Novecento, ci si scontra con insormontabili ostacoli di indole culturale, sociale, politica, giuridica. Il che non significa che non esistesse la parola “nazione”. Come detto anche nella mia replica, la parola esisteva e poteva essere usata, di tanto in tanto, ma certo non con lo stesso significato che ad essa attribuiamo noi. Per Dante, la nazione era sì e no la propria città. Eppure Dante concepiva una sorta di continuità culturale e linguistica tra le popolazioni italiche, parlava di Italia, così come Petrarca e altri autori trecenteschi e successivi; ma anche in questo caso non si aveva in mente un concetto di “nazione italiana” così come sviluppato nel Romanticismo e nel Risorgimento.

      Il nazionalismo è necessariamente un feticcio ideologico reazionario per propria natura, anche se è vero che non ha sempre le stesse connotazioni politiche e la stessa portata storica. Gli storici politici, i politologi e gli storici del diritto usano in proposito varie definizioni e varie locuzioni esplicative, per precisare la natura dei movimenti etno-nazionalisti, o di decolonizzazione. Si usa parlare, per esempio, di “nazionalismo civico”, per distinguerlo da quello più propriamente etnico. E così via. Tuttavia, si tratta di espedienti precari, utili nella misura in cui non si riesce a trovare definizioni più calzanti. Il problema del nazionalismo è fondamentalmente la sua facile applicazione in termini di esclusione, di discriminazione, di rivoluzione passiva. Questo rischio è ineliminabile. Rivendicare elementi di sovranità su un territorio definito da parte della popolazione che lo abita non è necessariamente vincolato a un auto- e etero-riconoscimento come nazione. O meglio, abituati come siamo a legare l’idea di ordinamento giuridico sovrano (lo stato) all’idea di nazione (si parla infatti di stato-nazione o di stato-nazionale), non riusciamo a disconnettere i due termini e a discernere il senso con maggiore precisione e aderenza alla realtà storica. Diamo per scontato che le nazioni esistano davvero. Ma è proprio questo che andrebbe sottoposto a esame e messo in discussione. La nazione è uno strumento troppo facilmente utilizzabile come anestetico democratico, come attenuatore del conflitto sociale. Lo è per propria natura ed è statisticamente piuttosto probabile che, dove abbia successo, anche in una rivendicazione autodeterminazionista, finisca per diventare un mezzo di controllo sociale nelle mani di un gruppo dominante a discapito del resto della popolazione. In questo senso è facile constatare la disinvoltura con cui esponenti politici di partiti italiani, rappresentanti a pieno titolo dell’apparato di potere coloniale o para-coloniale che domina la scena in Sardegna, usino i richiami alla nazione sarda. E allo stesso tempo sarebbe doveroso rendersi conto di quanto sia ingenua la pretesa che basti il riconoscimento della nazione sarda da parte di forze politiche tutt’altro che orientate all’autodeterminazione della Sardegna, per considerarle più amiche, potenziali alleate in un percorso emancipativo e democratico. In questo senso il nazionalismo è sempre – almeno in potenza – reazionario. Non possiamo far finta che non lo sia.

      A maggior ragione in Sardegna dovremmo stare molti attentə a scegliere con criterio e lungimiranza i fondamenti teorici e politici del nostro processo di autodeterminazione. La Sardegna non ha particolari problemi di identificazione geografica e nemmeno culturale. Ha qualche problema di conoscenza storica diffusa, ha un serio problema di subalternità (economica, politica e culturale: sono tutte legate), ma esistono pochi dubbi, sia nell’isola sia fuori, circa la sua peculiarità. Caso mai tale peculiarità è stata a lungo codificata come esoticità antropologica di una popolazione “arretrata”, “senza storia”, perennemente tributaria, sul piano economico e politico, verso altre realtà territoriali e politiche. Un approccio eminentemente “colonialista”, tipico dei colonialismi interni, oltre che di quelli esterni. Di questo bisogna discutere, su questi temi va attrezzato e diffuso un robusto armamentario concettuale e anche politico. Ma non è strettamente necessario ricorrere al concetto di nazione, specie se si pretende che esso sia fondativo, decisivo e determinante per il futuro. A mio avviso, non c’è alcuna “componente innovativa” nell’identità etnico-nazionale. Farne il fattore decisivo della nostra emancipazione collettiva significa cercare di realizzare ora e nei prossimi anni, in Sardegna, un processo di nazionalizzazione delle masse mai realizzato prima (o realizzato, sia pure molto parzialmente, dall’Italia); che dunque risulta quanto meno fuori tempo massimo, se attuato tramite i soli canoni ottocenteschi dell’adesione a un’appartenenza nazionale prestabilita, univoca, predeterminata nei suoi tratti distintivi. Ricordo che la Sardegna è un’isola grande, piuttosto variegata, con una storia complessa e una ricchezza culturale sua propria. L’ideologia nazionalista soffocherebbe questa ricchezza e rischierebbe di generare conflitti interni di stampo etnico o etnico-linguistico. È un pericolo che ci sentiamo di correre?

      A questo si aggiunge (e lo faccio ora perché nella mia replica sarebbe risultato di troppo) la questione dello stato, di quale forma di stato sia desiderabile e perseguibile, di quali siano le formule di convivenza delle collettività umane a cui dovremmo mirare per il futuro. Siamo in una fase di transizione storica. Ancora per un pezzo le forme statali domineranno la scena politica del mondo. Ma stiamo già vedendo quanto esse siano erose e debilitate, tanto dalla forza delle grandi concentrazioni economiche (ormai del tutto slegate dalla forma-stato, benché se ne servano all’occorrenza), quanto dalle aggregazioni sovra-statali. La scala su cui avvengono le relazioni internazionali ormai è diversa da quella statale. Teniamo conto che le grandi potenze mondiali, consolidate o emergenti, hanno una dimensione diversa dal tipico stato europeo, per quanto grande sia (secondo la scala a cui siamo abituati noi). USA, Cina, India, Russia, ma anche Messico e Brasile, sono paragonabili tra loro ma non a Italia o Spagna (per dire). Del resto, la forma-stato ha rivelato la sua scarsa adattabilità a situazioni culturali e contesti territoriali diversi da quelli europei. E la stessa scala dei fenomeni storici, economici, sociali, ambientali ormai è planetaria. È già in atto una riflessione sulla forma-stato e sulla sua estinzione o evoluzione. Esistono già tentativi di formulare una nuova idea di ordinamento giuridico universale e anche un nuovo concetto di sovranità. Forse dovremmo puntare la nostra attenzione su questo diverso orizzonte, sganciandoci progressivamente ma inesorabilmente da gabbie concettuali e formulazioni nate in un altro contesto storico e che per di più, in Sardegna, abbiamo fondamentalmente subito passivamente, senza una nostra riflessione in proposito e tanto meno un adattamento alla nostra condizione storica.

      Ciò, tuttavia, non cancella le esigenze più strettamente politiche del momento, le necessità della lotta democratica sul campo. Su questo terreno, naturalmente, esiste anche una questione di propaganda e di narrazioni funzionali a un progetto politico. Capisco bene quanto possa affascinare e sembrare utile l’impiego dell’idea di nazione. Ma persino su questo terreno pragmatico a mio avviso si tratta di una soluzione poco efficace e destinata a scarso successo concreto. Credo che anche su questo terreno – e forse, in termini pratici, *prima di tutto* su questo terreno – occorrerebbe innovare un po’ il linguaggio e dotarci di materiali narrativi più fecondi e attrattivi, oltre che meno problematici.

  2. Rantoliamo nel buoi ormai da anni per la mancanza di un progetto politico in grado di raccontare un nuovo futuro la Sardegna. Il linguaggio usato dai i vari guru della Nazione Sarda è trito e ritrito. L’uomo si appresta alla conquista dello spazio e noi Sardi ancora a urlare Libertà! Seguo.

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