Riassuntone di due anni difficili e una sbirciata sul futuro. Seconda parte: la deriva

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A due anni dall’inizio della pandemia, con tutte le altre questioni aperte, c’è da chiedersi a cosa diavolo abbiano pensato fin qui le classi dirigenti mondiali e in particolare quella italica.

Mi pare chiaro, a questo punto, che la classe dominante italiana non stia pensando a risolvere la pandemia salvaguardando la maggior parte possibile di vite umane o la sfera dei diritti e la qualità della vita della popolazione. La pandemia è un fattore contingente da gestire a proprio vantaggio, scaricandone effetti negativi e responsabilità verso il basso. Chi guida il Paese prevede che, con quattro balle in croce e un nuovo capro espiatorio da additare alla pubblica opinione, potrà guadagnare altro tempo.

Sembra sempre più difficile riuscirci a buon mercato, va detto. Le contraddizioni sono troppe, a questo punto, e troppo palesi, e l’aumento dei contagi di queste settimane sta facendo crollare le principali mitologie imposte dal sistema politico/mediatico/padronale. Ora dovranno rimangiarsi un po’ di cose e far finta di niente su altre. Magari all’occorrenza verrà fatta cadere qualche testa (come a suo tempo per il mega-commissario all’emergenza Arcuri, di cui il generalissimo Figliuolo è stato comunque un degno successore). E intanto sperare di riuscire ad occuparsi indisturbati di ciò sta davvero loro a cuore.

La questione su cui si sta giocando la partita principale è la trasformazione – almeno di fatto, se non di diritto – di quel che resta della repubblica italiana in un’oligarchia piuttosto chiusa, che esprima, al riparo dalle oscillazioni del consenso elettorale, un governo di natura autoritaria sotto false sembianze. Una sorta di fascismo senza camice nere e olio di ricino. Per ora. Non è detto che prima o poi non risultino di nuovo utili anche loro.

Suona pazzesco? Solo se si rinuncia a guardare in faccia le cose. Vi risulta che, nonostante i grandi proclami e gli annunci roboanti seguiti all’assalto squadrista alla sede della CGIL romana, Forza Nuova e Casa£ siano state sciolte?
O vogliamo parlare della serenità con cui i vertici del PD, dando seguito a un andazzo consueto del loro partito a livello locale, simpatizzano con i neo-fasci di Giorgia Meloni, senza alcun imbarazzo e nemmeno la minima necessità di dare spiegazioni?

E, in uno scenario del genere, dovremmo meravigliarci che Berlusconi si candidi a presidente della repubblica (minuscole volute)? Perché non dovrebbe, in fondo? C’è della coerenza, in tutto questo.

Il vero problema per questa gente – ognuno/a per la parte in commedia che gli o le è assegnata – è contribuire ad azzerare la democrazia senza darlo a vedere, anzi convincendo un congruo numero di persone, e possibilmente la maggioranza, che è per il loro bene e anzi che tutto avviene col loro stesso consenso.

Il mantenimento e l’incremento del dominio politico non rappresentano un’ambizione fine a se stessa. La base di tutto questo “gioco del trono”, come sempre, è molto, molto materiale. Ci sono in ballo prima di tutto i miliardi di euro del PNRR, su cui robusti appetiti hanno messo gli occhi. L’intenzione, abbastanza evidente, è di fare in modo di incanalare le decine di miliardi di euro stanziati dall’UE (ossia, soldi di tuttə) verso una destinazione che non modifichi gli attuali rapporti di forza sociale ed economica e anzi li garantisca. I ricchi non devono perderci nulla e, se possibile, guadagnarci, come è avvenuto in questi due anni magici (per loro) di pandemia.

L’andazzo complessivo ha però una natura più strategica e a lungo termine di così. La pandemia è solo un episodio della drammatica transizione storica in cui siamo coinvolti. I diversivi e i capri espiatori servono, a vario livello, per deviare l’attenzione del volgo dalla cruda realtà delle diseguaglianze e del disastro ambientale, in modo da poter lucrare anche dalla crisi sistemica in corso.

Del resto, l’erosione di tutta la sfera pubblica, specie laddove costituisca la concreta risposta a diritti civili e bisogni diffusi, è una costante dell’ultimo trentennio. Benché i suoi effetti si stiano palesando oggi in tutta la loro drammaticità, i governi e i grandi gruppi privati a cui rispondono non hanno alcuna intenzione di cambiare rotta. Anzi, la pandemia fornisce un’ottima occasione per abituare la cittadinanza a rinunce e a forme di limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali che altrimenti avrebbe ingoiato molto più a malincuore.

Se il governo italiano avesse avuto interesse nel benessere della popolazione e nella salvaguardia di diritti e garanzie democratiche, avrebbe indirizzato i suoi sforzi al rafforzamento dei presidi sanitari pubblici, ai servizi sociali, al risanamento ambientale, a scuola, università e cultura, a una vera transizione energetica. E avrebbe messo in agenda, come priorità, la salvaguardia di livelli di vita dignitosi per le masse impoverite, l’attenuazione degli effetti dell’inflazione e del caro vita sui ceti deboli e indeboliti, la drastica riduzione della precarietà del lavoro, una risposta decisa alle conseguenze sociali e relazionali della pandemia. Invece si concentra – e con la legge di bilancio in approvazione diventa palese – sulle solite mega opere inutili e dannose (ma lucrose per pochi), sul mal dissimulato rilancio delle fonti fossili e del nucleare, sul finanziamento diretto o indiretto di corporazioni influenti, su nuovi sgravi fiscali per i ricchi.

La visione è sempre quella neo-liberista, sia pure riformulata in termini apparentemente più interventisti (ma non è che con Thatcher o Reagan lo Stato non avesse un ruolo negli orientamenti economici di fondo): non far pagare i ricchi e mettere a profitto, in termini di puro lucro, ogni aspetto possibile della vita umana. Siamo sempre lì.

Non è nemmeno una deriva tutta italiana. Fosse così, ci sarebbero forse vie di fuga, possibilità di opposizione efficace. Invece è una consistente inerzia storica che si sta muovendo verso un aggravarsi della crisi globale e verso esiti drammatici.

Il pensiero magico che ha sorretto la globalizzazione neoliberista e l’arricchimento smisurato di un’esigua minoranza di esseri umani ai danni di tutti gli altri è ormai entrato in crisi. Il potente dispositivo ideologico che ha consolidato il divario di classe, non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma anche all’interno delle aree economicamente avvantaggiate del pianeta, mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte a una realtà troppo critica e troppo conflittuale.

La pandemia, se fin qui è stata un fattore favorevole all’erosione della democrazia rappresentativa (sempre meno utile al capitale globalizzato) e all’ulteriore consolidamento del capitalismo finanziario, “estrattivo” e delle piattaforme, potrebbe trasformarsi presto in un detonatore di lotte sociali e politiche. A questo le classi dominanti si stanno preparando. Il resto dell’umanità un po’ meno.

Ci sono stati segnali di insofferenza, è vero. Le mobilitazioni del 2011, per esempio. Per lo più finite male, ma non del tutto sterilizzate. I populismi, soprattutto di destra ma anche di sinistra, hanno provvisoriamente tenuto a bada il conflitto latente, incanalandolo su binari morti. Ma anche i populismi sembrano arrivati al capolinea. In Cile le masse popolari non hanno nemmeno aspettato l’esplodere della pandemia, per scatenare un sommovimento i cui esiti, oggi, sono l’elezione di un presidente giovane, socialista, femminista, anti-razzista e anti-colonialista come Gabriel Boric. Non è un fatto di poco conto. Bisognerà vedere se rappresenta una nuova tendenza più o meno generalizzata o solo un episodio circoscritto.

Il contesto mondiale non è rassicurante. I giochi di guerra – per ora fredda – tra USA e Cina e tra USA e Russia (vedi dossier ucraino) al momento non sembrano il preludio a uno scontro epocale a livello planetario, ma infrangono l’illusione, anch’essa di matrice neo-liberista, sulla “fine della storia”. La stessa Unione Europea – entità tecnocratica e anti-popolare – risulta sempre meno in linea con la forte pressione storica di questo periodo; non si sa se e fino a quando potrà reggere ancora senza implodere o (esito meno probabile, ma su cui varrebbe la pena lavorare) senza riformarsi radicalmente in termini confederali e democratici.

Non che i singoli stati se la passino meglio. Non è solo il pastrocchio italiano a mostrare segnali di sbandamento e di possibile riassetto autoritario, ma è tutto un corso degli eventi a livello complessivo che suggerisce una deriva tutt’altro che rassicurante.

Che fare, in tali circostanze? Far finta di niente? Cullarsi sulle baggianate rassicuranti del consumismo compulsivo (per chi può permetterselo) o nelle deresponsabilizzanti fantasie di complotto? Isolarsi e barricarsi in casa, magari armati? Affidarsi a qualche dio o a altre entità tra il trascendente e il mitologico? O arrendersi?

I dogmatismi servono a poco, a parte rassicurare chi vi si affida. Vale anche per le ideologia anti-capitaliste scaturite dal XIX secolo e sconfitte nel XX. Tuttavia, applicare in modo ragionevole la lezione del materialismo storico sarebbe probabilmente utile, a patto di non tradirne le premesse. Ossia che per capire e possibilmente modificare la realtà non bisogna partire dai modelli astratti e farne discendere prescrizioni normative, ma partire appunto dalla realtà e su di essa calibrare l’esperimento di nuove forme di convivenza, di produzione, di scambio. Tenendo conto che il nostro pianeta, l’unico a nostra disposizione, è ormai molto più antropizzato e molto più usurato di un secolo fa.

Per come la vedo io, una delle possibili risposte – non la più facile, ma forse la sola che può funzionare – è ostinarsi a costruire relazioni (tra persone, tra comunità, tra popoli) su basi più sane e pacifiche, alimentare la solidarietà e la cooperazione, coltivare il buono e il bello di cui siamo capaci, sconfiggendo sul campo, nelle pratiche, l’ideologia della competizione e dell’egoismo ossessivo. Al contempo, non rinunciare alla comprensione, al libero esercizio della ragione e dell’empatia, fuori da ogni strettoia scientista ma anche a debita distanza da qualsiasi forma di superstizione metafisica.

Se i ricchi e i potenti (che esistono, non sono entità astratte o di fantasia) ci vogliono deboli, disunitə, ignoranti, impauritə, facciamo in modo di deluderli. Se l’egemonia culturale e politica spinge verso forme di dispotismo (finto)illuminato, verso la fascinazione dell’uomo solo al comando, facciamo in modo di non cadere nelle sue trappole e al contempo di smascherarne le menzogne e i dispositivi di consenso.

A un futuro prossimo di autoritarismo, classismo conclamato, neo-colonialismo e ulteriore devastazione degli ecosistemi ci si può e ci si deve opporre. A patto di essere coscienti di quel che succede e di mettere insieme le forze. Dal livello locale a quello internazionale.

[continua]

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