Se tocchi il sardo muori, e muore anche il sardo

Un’azienda di gelati usa il sardo per un suo prodotto, ne nasce un disordinato dibattito sui social, per lo più senza capo né coda. Il sardo divide: è materiale tossico? O siamo noi che non abbiamo ancora imparato a fare i conti, in modo sano e sereno, con noi stessi?

Il sardo viene usato da anni nella pubblicità. Anche, se non soprattutto, da aziende non sarde. Al contempo, molte realtà economiche sarde stanno recuperando l’uso della lingua nella propria comunicazione. È un fenomeno recente, su scala storica, che inverte la dinamica degli ultimi due secoli. Da lingua maggioritaria, diffusa, universalmente usata a vario livello e in tutti i registri, il sardo è stato relegato progressivamente alla sua attuale condizione di dilalia. Il passo successivo è l’estinzione.

Forse, per certi versi, sarebbe meglio. Il recupero del sardo come lingua morta lascerebbe campo libero a una sua ricollocazione sociale e teorica, nonché alla sua standardizzazione. L’attuale condizione di lingua moribonda, ma non ancora morta, lo rende un oggetto difficile da maneggiare. Naturalmente, questo è un discorso paradossale.

Il problema è che la stessa riscoperta della questione linguistica sarda, negli ultimi cinquant’anni, ha assunto connotati che la rendono sterile o addirittura controproducente. L’enfasi identitaria, l’averne fatto un feticcio ideologico anziché un problema di diritti e di democrazia, uno strumento di conflitto anziché un terreno di auto-riconoscimento collettivo e di conciliazione, sono tutti errori che stiamo pagando a caro prezzo.

Le polemiche si scatenano spesso da un nonnulla e trascendono facilmente, a causa dei meccanismi indotti dal funzionamento dei social (ma soprattutto da Facebook). Per altro, riguardano aspetti secondari o falsi problemi, che però si ricoprono immediatamente di strati e strati di livore, competizione tra ego, scempiaggini spacciate per verità storiche o scientifiche, e così via.

Nel caso in questione, pare che il detonatore sia stato l’uso della locuzione “s’oru”. S’oru inteso come l’oro. È la resa grafica della pronuncia meridionale della parola “oro”, che resta così anche in sardo, ma con pronunce diverse a seconda della zona. Il fatto è che “s’oru”, in sardo, vuol dire anche (e, in molta parte della Sardegna, soltanto) “il bordo”, “l’orlo”, ecc. Nello scritto scompaiono le sfumature fonetiche, la pronuncia. Una “o” aperta si scrive comunemente come una “o” chiusa. Ma questo è solo un lato della faccenda.

Scatenare un’aspra diatriba per questa cosa, con tanto di scomuniche incrociate tra Capo di Sopra e Capo di Sotto, tra fautori della standardizzazione e fautori dell’intoccabilità delle “varianti”, tra adepti della LSC e seguaci di Is Arrègulas, mi pare sconcertante. Sarebbe anche ridicolo, se in realtà la faccenda non fosse così importante.

Ci sono problemi di fondo che non si possono ignorare né eludere, se davvero si vuole trovare una via condivisa per restituire legittimità e piena libertà d’uso alla lingua sarda.

Il sardo soffre storicamente della sua mancata istituzionalizzazione. In epoca spagnola questo fatto – dovuto alla sconfitta del giudicato d’Arborea nella lunga guerra contro la corona d’Aragona – non aveva assunto una rilevanza ancora decisiva, perché non aveva compromesso l’uso diffuso e la trasmissione tra generazioni della lingua. Aveva però causato il processo di dialettizzazione e parcellizzazione localistica del sardo. Esiti che, in epoca contemporanea, complici l’imposizione dell’italiano ad opera dell’amministrazione sabauda e poi l’unificazione statuale italiana, hanno assunto un carattere determinante.

La mancanza di un uso istituzionale, liturgico (fattore importantissimo e sempre sottovalutato), scolastico e mediatico ha privato il sardo della legittimazione e delle strutture materiali e immateriali di cui invece dispongono tutte le lingue ufficiali. Finché il suo uso è stato diffuso e maggioritario a livello popolare, il sardo ha resistito. Lo stigma negativo addossatogli nel corso dell’Ottocento, e poi ancora sotto il fascismo e, in forma più organizzata e sistematica, in età repubblicana e autonomista (con la scolarizzazione di massa e la “modernizzazione passiva” subita dall’isola), ne ha costantemente eroso la trasmissione intergenerazionale e gli ambiti d’impiego.

La mancata ufficializzazione e l’assenza di scolarizzazione e alfabetizzazione in sardo, inoltre, hanno indebolito la lingua anche in chi la usa comunemente, come L1. Hanno inoltre favorito la perdita di confidenza con le parlate diverse dalla propria e impedito che si formasse l’esigenza diffusa e spontanea di uno standard sovralocale pansardo.

Il guaio è che la popolazione sarda non si percepisce come “comunità immaginata”, dunque bastante a se stessa. Quando Gramsci parlava di “nazione mancata”, si riferiva proprio al fatto che in Sardegna non si sia mai compiuto il processo di nation building, come invece accaduto altrove, nel corso dell’Ottocento. La questione linguistica è strettamente legata a questo andamento contrastato. Oggi non esisterebbe l’italiano, così come lo conosciamo, se non si fosse compiuta l’unificazione italiana, al contrario di quanto sostengono i nazionalisti (anche sardi), per i quali la nazione, con la sua lingua, le sue usanze e il suo legame di sangue, è una realtà sostanzialmente permanente e di lunghissima durata, a volte sempiterna.

Le persone sarde si concepiscono come sarde, a volte in termini esclusivi, a volte in termini parziali e concorrenti con l’appartenenza italiana, ma questo senso di identità collettiva non è mai del tutto autosufficiente e non supera per forza attrattiva le altre appartenenze: quella del circuito parentale/amicale, quella del proprio villaggio o della propria città, quella del proprio gruppo sociale, a volte nemmeno quella del tifo sportivo. In molti luoghi dell’isola – faccio l’esempio della mia città, Nuoro – l’identificazione preponderante è con il proprio vicinato/gruppo e con la città, mentre è debolissima l’identificazione con tutto il resto della Sardegna. Prevale di gran lunga l’identificazione con l’Italia, sia pure vista dalla posizione di provincia “speciale”, “specifica”, bisognosa di riscatto, magari persino orgogliosa.

Dentro questo complesso processo di identificazione è molto difficile che trovi accoglienza un discorso sulla lingua che non risenta dei particolarismi e di argomentazioni fallaci. A Nuoro la lingua sarda è solo la propria parlata locale. Non è percepita come necessaria la standardizzazione del sardo e la possibilità di usarlo universalmente come lingua di grande comunicazione, nei mass media, nei libri, nella comunicazione commerciale e via dicendo. Eppure difficilmente troverai a Nuoro una persona nativa del posto che non si dichiari prima di tutto sarda. E Nuoro è solo uno dei tanti esempi possibili.

La sardità è una qualifica astratta e astorica, sentimentale, ma senza referenti concreti, mentre l’italianità, veicolata – a tratti ferocemente – tramite le istituzioni, la scuola, i mass media, la stessa odonomastica, è percepita come una condizione ordinaria, ovvia. Ancorare la sardità – qualsiasi cosa sia – alla lingua sarda, come pure fanno molti commentatori e persino alcuni studiosi, non solo è sbagliato in termini politici o teorici, ma prima di tutto è inutile o dannoso sul piano pragmatico.

Senza immaginarci come comunità storica a sé stante non riusciremo a fare della lingua sarda un medium maturo, riconosciuto e percepito come necessario. Non è del tutto vero il contrario. Ossia, anche un uso massivo e diffuso del sardo non basterebbe a ridefinire il nostro senso di appartenenza. Forse aiuterebbe, a patto però di non generare nuove divisioni. Per esempio con le comunità sarde, le famiglie e le singole persone non sardo-glotte. Che esistono e di cui è indispensabile tenere conto e anzi coinvolgerle nel processo di definizione della questione linguistica odierna.

La diffusa ignoranza storica ha il suo peso, in tutto questo. La marginalizzazione della Sardegna nel discorso pubblico, persino in quello istituzionale sardo, ne ha altrettanto.

Su questo secondo piano, pensiamo a cosa significhi, a livello di immaginario collettivo e di senso comune, la battaglia politica a favore dell’insularità in costituzione. Che, per di più, in questi giorni si sovrappone, del tutto impropriamente, con gli indirizzi dell’UE a favore delle isole. La costante affermazione della subalternità e della perifericità della Sardegna (perché la battaglia per l’insularità questo è) è un fattore decisivo della nostra politica podataria. Nel proprio interesse, naturalmente. La questione linguistica, in tale contesto, che fine fa? Diventa un espediente retorico, da tirare fuori all’occorrenza per fare discorsi fumosi o per darsi un tono. Diventa orpello flokloristico. Diventa oggetto di umorismo auto-denigratorio.

Naturalmente esiste un eterogeneo movimento d’opinione favorevole alla lingua sarda, che ha ottenuto qualche saltuaria, risicata e sempre precaria vittoria. Ma esso stesso è indebolito dalle linee di frattura e dalle fragilità strutturali della nostra collettività.

Che un’azienda italiana o comunque straniera decida di usare il sardo per la sua reclame nell’isola dovrebbe essere salutato come un fatto positivo. Segnala una vitalità della lingua che altrimenti è difficilmente percepibile, per chi non se ne interessi attivamente. Se diventa motivo di dissidio significa che il problema è più profondo e non basteranno mille litigi su Facebook per venire a capo di alcunché.

Non possiamo attenderci soluzioni politiche, perché le istituzioni politiche sarde sono espressione e veicolo di subalternità e dipendenza, un po’ per propria natura ma soprattutto per il tipo di selezione del personale che le occupa da parte dei vari centri di potere attivi nell’isola.

Potrebbe essere il meccanismo del consumo e della mercificazione a imporci, a proprio uso e vantaggio, una qualche forma di normalizzazione e standardizzazione del sardo. Non sarebbe così sorprendente. Ma si tratterebbe di un esito deleterio, che sancirebbe una volta di più la nostra subalternità.

L’unica strada democratica ed emancipativa è trarre insegnamento delle conquiste ottenute e lavorare dal basso, facendo convergere sempre di più l’uso scritto su regole grafiche condivise, a partire dalle sperimentazioni già in atto (di cui la LSC, spiace per i suoi denigratori, è un esempio di moderato successo), ampliando l’uso normale e naturale del sardo in tutti i contesti, allargando la sua sfera d’uso sui media e nella comunicazione commerciale. Più difficile agire nell’ambito letterario ed editoriale, data la mancata alfabetizzazione in sardo. È un ambito che seguirà gli altri, in caso di esiti favorevoli.

Soprattutto è tempo di abbandonare le polemiche e le divisioni ottuse basate su personalismi, campanilismi e particolarismi, che tradiscono sempre la nostra immatura identificazione collettiva come un’unica comunità umana (e poco importano la nascita nell’isola o le origini sarde). Ed è tempo di abbandonare Facebook come medium privilegiato di dibattito. Anche sul tema linguistico (e forse a maggior ragione in tema linguistico) va ripristinata una sana alleanza dei corpi e vanno ricreate tante e diverse possibilità di incontro e di confronto in presenza.

Come del resto sta già succedendo, a dispetto dell’incuria e/o dell’ostilità politica (soprattutto da parte della “cultura di sinistra” all’italiana, borghese, anti-popolare e conservatrice, che affligge la maggior parte delle attività culturali isolane). Qualcosa si muove, insomma. Vedremo se le nuove generazioni, anche su questo terreno, sapranno essere più generose e lungimiranti di chi le ha precedute.

3 Comments

  1. … a partire dalle sperimentazioni già in atto, di cui la LSC è un esempio di moderato insuccesso …

    1. Giudizio soggettivo, Diego.
      In realtà non abbiamo indagini né riscontri che facciano chiarezza sulla questione.
      Io faccio la mia valutazione – altrettanto soggettiva – a partire dal numero e dalla qualità delle pubblicazioni, dall’uso diffuso e dal mio stesso utilizzo personale come traduttore e comunicatore (per iscritto, chiaramente, perché nel parlato faccio ricorso al nuorese, sia pure con qualche interferenza planargese).
      Io penso che abbia più senso un tentativo, sia pure perfettibile, come la LSC, che si rivolge strategicamente a tutto l’ambito sardoglotto (reale e potenziale), delle scelte di normazione localistiche e divisive. Is Arrègulas sono un ottimo lavoro, dal punto di vista dell’elaborazione, ma pessimo dal punto di vista della condivisione e del superamento delle identità locali. Per giunta, condividono con la LSC parecchie soluzioni ortografiche. Su questa comunanza bisognerebbe lavorare, più che sulle differenze (su cui invece si insiste di solito). Ci ha provato Roberto Bolognesi, anche se mi pare che il suo tentativo, pur ragionevole, risulti troppo astratto nelle premesse e complicato nell’applicazione pratica.
      Resta poi il problema strategico di decidere se vogliamo arrivare a una koinè pansarda – soprattutto a vantaggio delle generazioni future che non saranno e in larga misura già non sono più native del sardo – oppure rassegnarci alla frammentazione dialettale, in nome delle gelosie localistiche (sintomo di una immaturità di fondo nella propria percezione di sé nel mondo, a mio avviso).

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