L’agonia politica sarda come opportunità di rilancio democratico

Proviamo a mettere insieme alcune riflessioni sulle ultime elezioni amministrative, a incrociarle con le questioni aperte di questo periodo e vediamo se se ne può trarre qualche utile indicazione per una stagione politica nuova.

Nel contesto della difficile situazione internazionale, la Sardegna appare sempre di più come una misera pedina sacrificabile, senza voce né soggettività. Le recenti elezioni amministrative hanno confermato l’amara sensazione che la politica politicata, nell’isola, sia ormai qualcosa di stantio, di scadente e di poco sentito dalla cittadinanza.

I problemi emersi sono diversi: il crescente astensionismo, la difficoltà dei partiti ad allestire candidature dignitose, la bassa qualità (almeno in media) dell’offerta politica, la stagnazione delle idee, il numero crescente di comuni commissariati o dove si fa fatica a trovare anche solo una lista e una candidatura alla carica di sindaco.

Le forze politiche che occupano le istituzioni, a partire dal Consiglio regionale, non sembrano preoccuparsene. Anzi, è una situazione in cui loro si trovano a proprio agio. Sono i vermi che si nutrono famelici di un cadavere, senza neanche accorgersi che la polpa è quasi finita e bestie rapaci ben più grosse di loro volteggiano sulla carogna.

A parte la pura e semplice lotta di potere, nel Palazzo non ci si preoccupa di altro. Ed è un potere miserabile, da maneggioni di provincia, ingrifati all’idea di potersi spartire prebende ed incarichi ben remunerati grazie agli spiccioli che piovono da chissà dove. L’orizzonte di riferimento è il prossimo rimpasto di giunta, o le prossime elezioni politiche (da cui nessuno spera ragionevolmente di trarre qualcosa di buono, tranne forse il presidente Solinas), o al massimo le prossime elezioni per la Regione. Qualcuno è rassegnato a ridimensionare le proprie aspirazioni puntando sul livello municipale, alla prima occasione buona.

Nessuno, dentro il Palazzo, fa davvero politica, né ha alcuna intenzione di farla. Nessuno di questi personaggi intende preoccuparsi del caro vita, dell’invasione delle cavallette e delle difficoltà del settore agricolo e zootecnico, delle mire speculative in campo energetico, del disagio sociale e dello spopolamento. Non sono interessati e non saprebbero nemmeno dove mettere le mani. Non sono stati selezionati per questo.

Il quadro complessivo è a dir poco desolante ed è sotto gli occhi di tutti.

In proposito, Massimo Dadea, medico nuorese, già assessore regionale nella giunta Soru, su Facebook scrive quanto segue:

L’esito delle amministrative in Sardegna deve destare allarme e attenzione. Chi pensava che, dopo i disastri della giunta regionale sardista e leghista, le prossime regionali sarebbero state una passeggiata si deve ricredere. È necessario, in tutta fretta, mettere insieme, attorno ad un Progetto credibile di profondo rinnovamento, ad una Idea innovativa di Sardegna, l’insieme delle forze progressiste, autonomiste e di sinistra: Progressisti, Possibile, Demos, Verdi, Articolo 1, PD ( possibilmente depurato di quel “potere feudale” che lo appesantisce). Un Progetto aperto al contributo di quelle forze che si ispirano alle idee indipendentiste.
BISOGNA FARE PRESTO

Una posizione credo sincera ma che giudico come minimo ingenua. Non è solo questione di centrodestra a trazione sardo-leghista, è tutto un sistema politico, un apparato di potere, che va abbattuto e integralmente sostituito. Non solo nel personale, ma prima di tutto nei metodi e nelle prospettive strategiche.

Proporre ancora la ricetta di un centrosinistra all’italiana, a trazione PD, magari allargato, almeno retoricamente, a un ambito autonomista (quale? non sono tutti autonomisti, ormai?) e addirittura indipendentista (anche qui: a cosa o chi si allude?) è pura fiction. Sarebbe la riedizione della maggioranza che sosteneva la giunta Pigliaru, a suo tempo il lizza per il premio alla peggior giunta degli ultimi quarant’anni.

Ridurre la necessità storica di una svolta democratica in Sardegna alla stantia chiamata alle armi nel centrosinistra, per “battere le destre”, come ha fatto di recente lo stesso segretario nazionale del PD Letta (intanto che con le destre governa da anni), è davvero un ben misero sforzo di fantasia. Non è riproponendo in salsa sarda i meccanismi malati della politica italiana, che ne usciremo. L’abbiamo già visto, più di una volta. Anche basta.

Un altro ex assessore di centrosinistra (ma già partecipe di peso nel centrodestra), Paolo Maninchedda, a sua volta stigmatizza l’inerzia del Palazzo. Prendendosela soprattutto con la giunta Solinas e l’attuale maggioranza. In un suo post recentissimo parte dal problema delle cavallette per emettere un giudizio lapidario:

Voi non avete uno straccio di idea di come distruggere i nidi mentre le cavallette volano.
Siete rassegnati.
E lo siete perché siete incapaci.
Voi fate molte conferenze stampa (mirabili quelle dell’Assesore ai Lavori Pubblici, che dopo aver elogiato a saliva l’Anas per tre anni per ogni metro di asfalto che faceva, oggi scopre che l’Anas è controparte. Buongiorno! Ben svegliato!) con giornalisti sfiduciati e annoiati che sanno che dite balle, ma che sanno anche che loro debbono ripeterle per vil denaro, per quel fiume carsico di finanziamenti pubblici che arrivano ai giornali.

Fate una cosa, se non sapete fare, fate fare a chi sa fare.
Richiamate tutti i dirigenti e i funzionari che avete esiliato, tutti i capaci cui avete preferito i fedeli inetti a ventre largo e cervello stretto, riportateli in servizio e combattete. Ah già, dimenticavo, voi che siete eredi del mascellone, siete d’ufficio per la guerra, ma combattuta sempre dagli altri. E allora chiamate noi che vogliamo combattere e uscitecene dai piedi.

Un’invettiva con i fiocchi. Che sarebbe più credibile se arrivasse da chi non ha una parte consistente di responsabilità per come sono andate le cose in questi ultimi lustri. Vero è che qualcuno disposto a credere alla riverginazione si trova sempre, in Sardegna. Ma non so quanti ne siano rimasti e comunque tutta la ragione che Maninchedda ha in questo caso (ce l’ha, niente da dire) non basta a restituirgli piena credibilità come attore politico su cui fare affidamento per il futuro. Forse servirà a lui per recuperare un posto nella grande alleanza prospettata da Dadea (sempre che i grandi capi siano d’accordo).

Sulla questione, anche Vito Biolchini esprime giudizi molto severi e piuttosto giustificati, prendendosela in questo caso con l’opposizione al centrodestra sardo-leghista. Nel suo post del 16 giugno scrive:

Quella che dovrebbe essere una opposizione credibile in Sardegna è egemonizzata da un Pd che da tempo è senza segretario regionale, in balia di tre oligarchi (Paolo Fadda, Antonello Cabras e Renato Soru) che tengono il partito lontano dalla società ma lo collocano vicino ai grandi interessi (in questi mesi energetici e aeroportuali, soprattutto), con logiche tribali e familistiche. 
Che fare, dunque? A queste punto, se la scelta è quella di riciclare sempre i soliti noti, perché non candidare direttamente Antonello Cabras alla Regione? Sembra una fesseria: peccato che qualcuno ci sta pensando veramente.
Il Pd tiene in ostaggio il centrosinistra ma soprattutto tutta la Sardegna che ritiene che quella presieduta da Christian Solinas sia la peggiore giunta regionale di sempre. È ostile ad ogni rinnovamento, ad ogni apertura alle forze vive della società, ai giovani, alle donne. 
Così come l’ala sinistra dello schieramento, che pensa solo a fare in modo che la sua minuscola classe dirigente si assicuri un altro giro di giostra (le indennità delle assemblee concepite come una specie di reddito di cittadinanza per politici senz’arte né parte). 

Qui c’è già una risposta all’appello di Massimo Dadea. E non posso che convenire. La realtà è che in Sardegna non esiste un’opposizione istituzionale, non c’è una vera dialettica democratica. Sicuramente, non tra le forze rappresentate in Consiglio regionale. È uno dei frutti amarissimi della legge elettorale vigente e, ancor più in profondità, del suo retroterra culturale anti-popolare e oggettivamente anti-sardo. L’oligarchia che domina l’isola ne è imbevuta e ciò si riflette nella qualità del personale politico che essa seleziona e mobilita, tanto nel centrodestra quanto nel centrosinistra.

Siamo dunque in una fase drammatica sia per la mole dei problemi da affrontare sia per l’assenza di uno scenario politico all’altezza della situazione. È doveroso analizzare le cose con lucidità, in una prospettiva costruttiva.

Ci prova Danilo Lampis, tra le altre cose amministratore pubblico nel suo comune, Ortueri, in un articolo su S’Indipendente. L’analisi di Danilo Lampis è la più esaustiva tra quelle lette, e anche di gran lunga la più convincente. Tra le altre cose vi si legge:

L’indicazione sul medio e lungo termine che proviene dalle urne sul piano isolano può essere affrontata da diversi punti di vista. Se il punto di vista è quello del centro-destra, conferma che l’ammucchiata e le clientele sono una garanzia che mobilita una fetta di società di destra. Se il punto di vista è quello del PD – uscito con le ossa rotte –, conferma che l’unità contro le destre è l’unica soluzione, anche se continua a mancare una visione politica diametralmente opposta, credibile, partecipata, capace di rispondere alle necessità peculiari dell’isola.

La prospettiva è quella di una sinistra popolare, non dogmatica, ma con dei valori e dei principi di riferimento inderogabili. Lampis scrive ancora:

Il progressivo allontanamento dalla partecipazione politica, anche nella forma più accessibile del semplice voto, è un problema oggettivo per chiunque voglia oggi costruire una Sardegna più giusta e autodeterminata. Senza vedere la partecipazione come un fine, infatti, non ci può essere nessun cambiamento duraturo e desiderabile.
Di fronte a queste tendenze, la soluzione non è di certo quella di associarsi improduttivamente ai punti di vista esistenti, ma quella di osare l’invenzione di uno nuovo in grado di sfidarli. Il centro-destra non si sconfigge con una sommatoria di debolezze senza una visione trasformativa chiara e riconoscibile, ma avendo il coraggio di immaginare una forza politica inedita che agisca nella società e nelle istituzioni.

Quindi, in questo caso, la proposta non è la riproposizione del centrosinistra all’italiana, sia pure riverniciato di una tinta vagamente sarda, bensì qualcosa che ancora non esiste.

Come si sarà inteso, il punto non è tanto la costruzione di una coalizione elettorale migliore per le prossime regionali, mettendo sotto il tappeto le problematiche strutturali dell’offerta politica esistente. Di fronte a un’alternanza artificiosa, tenuta in vita grazie alla legge elettorale attuale, di un sistema ossificato, sempre più oligarchico e – nonostante le tante buone energie che ci hanno e ci stanno provando – irriformabile dall’interno, serve inventare una nuova politica – negli obiettivi, nei metodi, nei processi – che scuota i cuori e le menti della Sardegna.

Il problema, in questo caso, è l’astrattezza del proposito, non la sua sensatezza. Dal punto di vista politico, è senz’altro un orizzonte condivisibile e persino necessario. Quando si prova a declinarlo in termini pratici, emerge subito la sua fragilità.

Il che non significa che non vada assunto come possibile quadro di riferimento, ma caso mai che poi bisogna renderlo operativo dentro la realtà, nelle sue articolazioni concrete e dentro i suoi processi.

Intanto deve essere chiaro che si sta parlando di una possibile partecipazione alle prossime elezioni; direi non solo quelle per la Regione, ma anche quelle amministrative prossime venture. Da qui, dal livello municipale, va costruito il percorso a cui accenna Danilo Lampis.

La base da cui partire, e che poi dovrebbe essere anche la base di mobilitazione per le elezioni, non sono tanto le organizzazioni politiche, i partiti, che sono pochi, piccoli, deboli, non strutturati sul territorio, bensì in primo luogo i movimenti settoriali che da tempo animano la realtà sociale sarda. Le mobilitazioni per la sanità pubblica (ancora troppo scoordinate tra loro); quelle contro le speculazioni energetiche; la grande protesta che si solleva dalle campagne a causa del problema cavallette, ma che abbraccia una serie di problemi strutturali mai risolti; il malumore della scuola; il movimento contro l’occupazione militare della Sardegna; i movimenti contro le diseguaglianze e le discriminazioni.

Chiaro, va trovato un denominatore comune e anche un metodo di lavoro condiviso. Bisogna avere chiaro il quadro strategico in cui inserire queste istanze settoriali e/o territoriali. In questo senso, l’ambito indipendentista/autodeterminazionista, l’ambientalismo democratico (ossia, non quello borghese, affarista e connivente che spesso domina la scena) e anche la parte democratica e non nazionalista italiana della sinistra potrebbero avere qualcosa da dire.

Da questo quadro restano escluse le istanze di destra e i liberisti dogmatici. Non si può essere davvero ecumenici, in politica. Che si organizzino tra loro, se riescono ad essere autonomi dalle case madri italiane. Razzisti e fascisti non li prendo nemmeno in considerazione.

Va anche deciso come affrontare l’ostacolo della normativa elettorale vigente (che non verrà modificata se non in peggio). Non è un ostacolo da poco. In proposito, qualche giorno fa, Luisi Caria scriveva così (su Facebook):

Le prossime elezioni regionali del 2024 sono sempre più vicine e da ciò che vedo mi convinco sempre più che non sarebbe la fine del mondo se gli indipendentisti saltassero una tornata elettorale.
Dagli anni 70 ad oggi non è mai mancata almeno una candidatura indipendentista in ciascuna tornata elettorale e se a quel tempo aveva un senso utilizzare lo strumento delle elezioni per far conoscere le idee indipendentiste, oggi non esiste nessuna utilità nel fare liste di “testimonianza” che testimoniano solo la nostra debolezza e la certificano a livello numerico e statistico.
Per questo motivo non credo che ci si debba candidare ad ogni costo, ma solo se esiste una ragionevole probabilità di eleggere delle rappresentanti.
Sarebbe sicuramente un grande successo riuscire ad entrare in Consiglio Regionale, per la prima volta nella storia, senza bisogno di prostituirsi con i partiti italiani.
Se qualcuno ritiene di avere questa possibilità è bene che lo faccia, altrimenti sarebbe meglio attendere tutto il tempo necessario.
Attualmente il principale ostacolo all’elezione di un consigliere o una consigliera indipendentista è rappresentato dalla legge elettorale, che ha impedito il successo di Sardegna Possibile nel 2014.
Per cambiarla sono state organizzate negli scorsi anni diverse raccolte di firme e proposte di referendum, le quali sono entrate in contrasto fra loro per divergenze riguardanti i rispettivi modelli di legge elettorale, ma soprattutto a causa di gelosie riguardanti la paternità delle diverse proposte.Io credo che ciascun movimento o partito avrà modo di propugnare la sua legge elettorale “ideale” dopo che dovesse entrare in Consiglio, ma adesso siamo davvero agli sgoccioli del tempo utile perché la legge elettorale possa essere cambiata da forze esterne al Consiglio stesso.
A mio parere la cosa più intelligente sarebbe una proposta unitaria di referendum che modifichi in modo più minimale possibile la legge elettorale esistente, per favorire l’aggregazione alternativa ai poli italiani e permettere l’elezione di forze politiche alternative ad essi.
Per ottenere questo risultato penso che sarebbe sufficiente abolire lo sbarramento al 10% per le coalizioni, che dunque dovrebbero superare lo stesso sbarramento al 5% che vige per le singole liste.
Ci sono mille altre cose sbagliate in quella pessima legge elettorale, ma non credo che sia utile o necessario pensare ora a modificarle attraverso un referendum.

Questo intervento ha dato la stura a molti commenti, per lo più orientati a proporre accorgimenti per eludere la trappola della legge elettorale. Sono emerse diverse opzioni, che alla fine si riducono a due: listone unico regionale o coalizione plurale. Entrambe le soluzioni hanno pro e contro. Se ne può discutere, beninteso col pragmatismo che questo tipo di faccende richiede.

Ma è l’assunto di partenza, che mi ha colpito: l’invito rivolto in particolare all’ambito indipendentista a rinunciare alla competizione elettorale per la consapevolezza di non essere all’altezza. Credo sia un utile esercizio di pessimismo della ragione, a cui però non bisognerebbe cedere troppo rapidamente. Non può mancare, insomma, una dose di ottimismo della volontà (e chiedo scusa per la banalità).

Va tenuto conto del fatto che la concorrenza ha molte armi a suo vantaggio, ma dal punto di vista della credibilità, del consenso e delle idee è ormai a un livello imbarazzante. Anche solo a titolo di testimonianza (che in democrazia comunque vale qualcosa), bisogna procurarsi le occasioni per mettere la nostra classe politica podataria e cialtrona davanti alle sue mancanze e alla sua bassezza morale.

Caso mai andrebbe finalmente avviato il necessario processo di convergenza e di confronto costruttivo tra tutti i soggetti interessati. Gli anni di pandemia hanno seriamente compromesso questa possibilità, ma oggi è indispensabile riappropriarci dei luoghi e delle occasioni di incontro, rigenerare la famosa alleanza dei corpi, tanto auspicata (almeno, da me) e raramente praticata.

Non è facile, lo so benissimo. E c’è anche un alto rischio di essere infiltrati da avventurieri senza scrupoli, da sabotatori o da rimasugli delle due coalizioni maggiori in cerca di nuovi spazi d’azione. Bisogna saper riconoscere le persone, valutarne i trascorsi e avere anche un’idea precisa delle vicende politiche sarde degli ultimi vent’anni.

Tuttavia, non si può rinunciare solo per la paura di perdere. Perdere non vuol dire nulla, così come vincere. Conta quello che impari e quello che fai dopo.

Una base programmatica condivisa, con al centro pochi punti decisivi. Un’organizzazione aperta e plurale, che valorizzi e non mortifichi le varie sensibilità. Metodi decisionali trasparenti. Coinvolgimento delle comunità locali, delle categorie sociali, dei movimenti settoriali e dell’emigrazione (specie quella giovane e più preparata). Richiamo al mondo della cultura e dell’arte. Tutto questo è necessario e si può fare. A patto di essere credibili.

La domanda a questo punto è: chi se ne occuperà? Da chi può partire una chiamata alla partecipazione a questo percorso costituente? Non saprei dirlo. Può essere anche un gruppo inizialmente ristretto di persone. A patto che non si aprano subito guerre per l’egemonia e scontri personalistici. Bisogna imparare a parlarsi. Fuori dai social media.

Ora non è il tempo di arrendersi, né di dare per scontata la caduta nel baratro. Non possiamo aspettare di toccare il fondo per risalire. Il fondo l’abbiamo già toccato e stiamo scavando, da almeno quindici anni. Ora è il tempo di provarci, quelli che si è, con le forze che ci sono, nel contesto dato. Non tutto quello che è stato fatto in passato è sbagliato e di lezioni da trarre ce ne sono molte, a patto di volerle vedere e capire. Ma in ogni caso serve uno sforzo di fantasia e di generosità. Non è la prima volta che lo scrivo, forse non sarà l’ultima, ma credo che sia sempre più vero.

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