Le lezioni fondamentali che non abbiamo ancora imparato

Gli incendi lasciano dietro di sé non solo cenere e desolazione ma anche la necessità di riflettere ad ampio spettro su questo fenomeno e sul contesto in cui si manifesta.

A dispetto delle letture auto-colonialiste o colonialiste tout court, che vanno per la maggiore nei mass media sardi e in quelli italiani, la lezione principale fornitaci dalla disgrazia incendiaria è stata quella del grande spirito di solidarietà e di collaborazione tra le comunità sarde. Sia in termini di reazione diretta alla minaccia – si veda il caso del salvataggio di San Leonardo de Siete Fuentes – sia in termini di mobilitazione per soccorrere e sostenere famiglie e aziende colpite.

Lo spettacolo offerto da camion, furgoni, pick-up che percorrevano le strade dell’isola carichi di foraggio e di altri rifornimenti, sistematicamente impavesati di quattro mori, è stata una dimostrazione di compattezza e senso di appartenenza che non suona familiare solo perché siamo abituati a pensarci divisi e indifferenti alla sorte altrui. Questo, nonostante che, in ogni singola circostanza drammatica, nel corso degli anni tutta la gente sarda abbia sempre mostrato il medesimo senso di solidarietà (basti pensare all’alluvione a Bitti, l’anno scorso).

Dimostrazione di spirito di corpo e anche rivendicazione di autodeterminazione. Questo è stata la reazione agli incendi. Un segnale molto chiaro di cosa covi davvero nel cuore, in sas intragnas, della gente di Sardegna.

Dimostrazione tanto più significativa in quanto completamente autonoma e anzi quasi a contrasto delle scelte politiche. La politica sarda in queste circostanze drammatiche ha dimostrato per l’ennesima volta la propria pericolosissima inadeguatezza. Al di là delle gravi denunce dell’ex assessore regionale Paolo Maninchedda sul suo blog, l’inerzia, la noncuranza e l’opportunismo mostrati dalla giunta Solinas, dai suoi alleati sardo-leghisti e dalla stessa opposizione si commentano da sé.

La politica sarda a Roma, a sua volta, non è stata in grado di fare altro che chiedere soldi al governo, come sempre. In generale, questa è *sempre* la reazione pavloviana dalla politica sarda. Per il resto, impegnata a inventarsi trovate diversive sempre più fantasiose, sempre più degradanti, quasi sempre su istigazione di quei geni del male dei Riformatori.

La solidarietà da parte della politica italiana, poi, è stata sostanzialmente solo retorica, con le solite venature di paternalismo che semplicemente accrescono il fastidio. Nessuna forma di reale aiuto, da oltre Tirreno, se non qualche rifornimento materiale organizzato dal basso. I sospetti espressi dall’Antimafia in Sicilia, circa il rischio di speculazioni sui terreni colpiti dalle fiamme, devono risuonare anche in Sardegna, dove il governo e robusti attori economici intendono avviare una speculazione brutale in ambito energetico.

D’altra parte, quale sia l’apporto dello stato italiano a favore della Sardegna è chiarito in modo didascalico da un recente studio della Banca d’Italia sulle infrastrutture in Italia. Invito a leggerlo o anche solo a dare un’occhiata alle cartine e alle tabelle esplicative. L’impatto è doloroso quanto sperabilmente salutare: la Sardegna per lo stato italiano sostanzialmente non esiste. O esiste solo e nella misura in cui può tornare utile per qualcosa.

Chiunque ripeta che la Sardegna dipende dallo stato italiano per sopravvivere deve fare i conti con queste due lezioni: quella della risposta agli incendi e quella della reale natura dei rapporti tra Sardegna e Italia. Eludere o mistificare queste lezioni significa mentire a noi stessi. Oppure è funzionale al mantenimento di uno status quo di subalternità.

E in questa palude prospera appunto la politica clientelar-coloniale-parassitaria che domina la scena nell’isola. Diretta conseguenza della dipendenza e della subalternità, come detto tante volte, non una loro causa.

Scrostando la cappa di disinformazione, dispositivi debilitanti e diversivi colata quotidianamente sull’opinione pubblica da politica istituzionale e mass media, emerge una realtà fatta di comunità che sopravvivono unicamente grazie alle proprie forze e alle proprie risorse, quale più quale meno. Dove si sia formata un minimo di classe dirigente adeguata, qualche amministrazione meno cialtrona, ignorante e servile, la differenza si vede. Nelle difficoltà, poi, vengono fuori virtù collettive che da generazioni sono negate, nascoste, schiacciate dalla montagna di stereotipi tossici di cui si compone il nostro mito identitario coloniale.

Abbattere tale mitologia e contemporaneamente costruire una consapevolezza diffusa e una proposta politica basata sulla realtà delle nostre dinamiche socio-culturali e sulle nostre necessità strategiche collettive è il compito a cui siamo chiamatə tuttə noi, costi quel che costi, senza alcuna paura. Far tesoro delle lezioni che le circostanze ci impartiscono deve far parte di questo processo emancipativo.

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