Tiranni, statue e nazionalismi: domande giuste, risposte sbagliate, trappole da cui uscire

Una mozione del gruppo sardista in Consiglio comunale a Cagliari, a proposito della statua di Carlo Felice, innesca una polemica su simboli, memoria, storia e arredi urbani. Non è la prima volta e, come quasi sempre, l’impressione è che sia tutto sbagliato.

La proposta del PSdAz cittadino, alleato con la destra italiana più o meno “nostalgica” (di che cosa, provate a indovinarlo voi), consiste nell’idea di sistemare dei pannelli esplicativi ai piedi del monumento. Il contenuto di tali pannelli sarebbe una sorta di atto d’accusa verso lo stesso Carlo Felice, onde rendere edotti passanti e turisti, sardi o meno che siano, delle malefatte del già viceré (1799-1816) e poi re di Sardegna (1821-31).

La mozione si intitola: Mozione sull’installazione di pannelli esplicativi multilingue per la statua di Carlo Felice e la storica Porta di Palabanda e sulla promozione culturale della storia sarda con l’intitolazione di una via al 28 aprile “Sa Die de sa Sardigna”.

Dopo una serie di premesse, suffragate tramite qualche referenza bibliografica, la mozione espone il problema e propone una soluzione. La figura di Carlo Felice è controversa, esistono proposte di rimozione della statua ed esiste una certa opposizione a tale proposta. Se lo scopo deve essere di far conoscere ai sardi e anche ai visitatori occasionali la storia dell’isola, anche e soprattutto nei luoghi in cui avvennero fatti significativi, perché non corredare il monumento con un allestimento didascalico che ne inquadri il senso e ne chiarisca oggetto e contesto storico?

Come proposta non è affatto scandalosa e non è nemmeno provocatoria. Non ha nulla di rivoluzionario, anzi, suona come un tentativo di conciliazione e di mediazione. Certo, assume come vere e valide le ricostruzioni che vedono i Savoia, e Carlo Felice in particolare, come dei personaggi negativi della nostra storia: è una presa di posizione culturale e politica legittima. In definitiva, se ne potrebbe discutere serenamente.

In proposito è intervenuta su Facebook la consigliera comunale dei Progressisti Francesca Mulas, di formazione archeologica, giornalista e animatrice culturale. Il suo post è una bocciatura senza appello dell’iniziativa. Non tanto del suo scopo didattico e informativo, quanto delle sue modalità, della sua base storiografica e delle sue finalità.

Come al solito, ne è nata una diatriba che ha presto diviso i commentatori su due fronti contrapposti. Il meccanismo social è impietoso. Invece la questione merita di essere compresa e approfondita fuori dalle dinamiche del tifo e delle antipatie personali o di gruppo. Sarebbe bello anche estrarla dalle inevitabili schermaglie politiche contingenti.

È chiaro che una mozione del genere, presentata dal gruppo consiliare del PSdAz, ossia dello stesso partito che governa la Regione, che si è sottomesso alla Lega di Salvini e che è alleato con la peggiore destra italiana, già in partenza è debole e sospetta. Debole per contenuto – perché è vero che avrebbe potuto attingere a fonti più solide (che ne so, almeno un Girolamo Sotgiu) – e sospetta per le finalità implicite.

Su questo punto, va riconosciuto che è una mossa abile. Nel gioco truccato della politica sarda, la sinistra (o la quasi sinistra) istituzionale, succursale isolana di quella d’oltre Tirreno, è da tempo un baluardo del nazionalismo italiano, magari mascherato da “patriottismo costituzionale”. Il che ha inevitabili effetti politici sulla misconoscenza delle radici storiche dei nostri problemi attuali. Anche di questo bisognerebbe discutere.

La cosiddetta “cultura di sinistra” (secondo il senso che a questa locuzione dà la satira indipendentista) è una postura conformista, snob e totalmente self-colonized che però attrae molta parte del ceto medio istruito e dell’intellighenzia più o meno stabilmente incardinata nelle strutture culturali, amministrative e accademiche. Non c’è niente di più facile che scandalizzarla con proposte del genere, per stanarla. Di solito, ci casca con entrambi i piedi.

Non voglio dire che Francesca Mulas, che so essere persona integerrima e consapevole, partecipi di questa sub-cultura conservatrice (a dispetto delle pose e degli slogan), ma mi pare che sia un po’ caduta nella trappola.

Nel suo intervento e in altri commenti critici sull’iniziativa leggo appelli alla correttezza storica e alla “contestualizzazione”. Mi aspetterei che chi fa questi appelli li applicasse per primo/a. Se contestualizziamo davvero la vicenda della statua di Carlo Felice, dalla prima idea del 1827 all’erezione del monumento nel 1860, non possiamo che confermarne la natura simbolica reazionaria. Le connotazioni politiche di quell’operazione sono abbastanza chiare. Così come la dedica di spazi urbani e di luoghi pubblici ai Savoia e agli eroi del Risorgimento italiano. Non c’è alcuna oggettività storica, in queste faccende, è solo pura e semplice politica, è egemonia culturale dispiegata. Si può e per certi versi si deve poterne discutere. Confrontando argomentazioni e obiettivi.

C’è anche un aspetto di metodo da chiarire, in queste dispute. La contestazione delle iniziative come questa del PSdAz cagliaritano non serve a nulla, nemmeno quando è ben motivata. Allo stesso modo in cui non serve a niente il debunking delle cosiddette fake news e delle tesi cospirazioniste.

L’esercizio della decostruzione delle bufale e il preteso “asfaltamento” o “blastamento” dei reprobi che le propalano o che semplicemente (e ingenuamente) ci credono serve solo a consolare chi si dedica a tali pratiche polemiche, ma non sposta di mezza virgola le intime convinzioni di chi prende parte a tali dispute. Non muta nulla nel senso comune. Di sicuro, non è un esercizio democratico ed emancipativo.

I motivi dell’inefficacia di queste pratiche di preteso svelamento sono diversi. Ci sono motivi per così dire “tecnici”; ossia, dal punto di vista del funzionamento della comunicazione umana, smentire una panzana non serve a rimuoverla né ad evitare che qualcuno ci creda. È nota la faccenda del funzionamento narrativo e metaforico del nostro cervello, la rilevanza di quello che George Lakoff chiama framing. Se dici a qualcuno di non pensare a un elefante, quel qualcuno penserà a un elefante. Non si scappa. Se vuoi contestare una posizione o un contenuto, farlo sullo stesso terreno e con le sue stesse parole non farà che confermarli.

C’è anche un problema ulteriore. Di solito, tesi tendenziose, fantasie cospirazioniste e bufale non nascono per mera malvagità di chi le diffonde o ci crede, né sempre e solo per puro calcolo. Certo, poi capita che se ne faccia un uso politico e che qualcuno ci guadagni persino su, ma, alla radice di questo fenomeno diffuso e storicamente di lunga durata, quasi sempre ci sono domande sensate.*

Quando si attacca una mozione come questa del PSdAz cagliaritano non bisogna delegittimare – insieme all’iniziativa, discutibile e opinabile come altre – anche la domanda a cui intende rispondere, strumentalmente o meno che sia. Contestare le pubblicazioni militanti o le ricostruzioni fantasiose sul nostro passato non serve a nulla, se non si offre qualcosa di altrettanto forte ed efficace, magari più corretto sul piano del metodo e più affidabile sul piano dei contenuti.

La meraviglia e l’incanto non sono un male e la curiosità sulla nostra storia è tutt’altro che un problema. Il problema caso mai è che tale curiosità sia soddisfatta tramite materiali dozzinali e con intenti politicamente orientati quanto opachi.

A me pare che la sistematica delegittimazione dei tentativi di riappropriarci del nostro passato, per quanto pasticciati e fantasiosi siano, alla fine nasconda un nucleo solido reazionario, il fastidio per l’intrusione della cultura popolare e della spontanea curiosità degli ignari in campi da cui dovrebbero essere esclusi. La paura di perdere il controllo egemonico su ambiti e materie che hanno inevitabilmente un peso politico.

Niente è più politico della storia. Non esiste una storia e una storiografia a-politica. Ne ho già scritto molto, qui e nei miei interventi per Filosofia de Logu, compreso il saggio pubblicato nel libro collettivo del gruppo di studio.

Considerare inaccettabile che si discutano i Savoia e si detesti Carlo Felice non ha alcun senso. L’unica risposta utile non è il tentativo di delegittimare queste posizioni, per ingiustificate che possano sembrare, ma diffondere in alternativa una narrazione ancora più esauriente, onesta e attraente, sottomettendola alla discussione pubblica. Smontare il meccanismo del tifo e delle fazioni e restituire alla storia tutta la sua complessità e la sua vita, facendo conoscere fatti, luoghi, circostanze, sviluppi, connessioni col nostro presente. Perché è di questo che c’è bisogno ed è questo che molta parte dell’opinione pubblica chiede.

Mi pare però che la storiografia accademica e l’ambito della cultura istituzionalizzata siano alquanto restii a sobbarcarsi questo compito civico; che abbiano in odio la Public History, ma non abbiano intenzione nemmeno di cimentarsi in prima persona con la divulgazione. Così come li vedo molto timidi nel contrastare, con la stessa acribia e animosità usata in queste circostanze, le ricostruzioni tendenziose, quando non palesemente false, che ammorbano la grande narrazione storica italiana, dalla televisione ai libri di testo, dalla retorica politica all’odonomastica.

Nella controversia tra PSdAz cagliaritano e Francesca Mulas mi trovo nella scomoda situazione di dover dare un po’ di ragione e un po’ di torto a entrambi. Forse perché non è quello il modo migliore per impostare il dibattito pubblico su questi temi. Il mio invito, dunque, è prima di tutto ad uscire dalla trappola, a fare uno o più passi indietro e a provare a ricominciare la discussione su altre basi e senza ipocrisie o disconoscimenti pregiudiziali delle posizioni altrui.

Chi ha intenzione di fare magheggi con la storia, usandola come mera arma propagandistica, sarà costretto a venire allo scoperto e si esporrà al giudizio pubblico. Allo tesso modo chi ha una concezione ideologicamente orientata ma solo in modo implicito e inconfessato, ugualmente dovrà mettere sul tavolo tutte le carte. Non esiste un dibattito pubblico illegittimo in partenza o in cui qualcuno abbia torto e qualcun altro ragione a prescindere, magari in virtù di un qualche principio di auctoritas o di un titolo accademico in più o in meno.

Confido che nessuno intenda negare la rilevanza della conoscenza storica, specie in una terra deprivata e minorizzata culturalmente come la Sardegna. E che nessuno voglia più a lungo negare il problema della questione sarda anche in relazione alla costruzione della nostra identità subalterna, a cui non è affatto estranea l’ignoranza diffusa sulla nostra storia.

Dopo di che, una statua si può anche togliere, così come è stata eretta, e il nome di vie e piazze, cambiato centocinquanta anni fa o anche meno, si può ripristinare com’era o rinnovare secondo la sensibilità di oggi. Sono questioni che rispondono a scelte ideologiche e politiche sempre situate nel tempo. Al mutare delle sensibilità e delle condizioni politiche possono mutare anche le loro ricadute monumentali e odonomastiche. Non è certo così che si cancella la storia, soprattutto in un luogo in cui la storia è già stata ampiamente cancellata come la Sardegna.






*Su questi temi – e su altro – consiglio di leggere questo pezzo di Mariano Tomatis e il recente libro di Wu Ming 1 La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, Alegre, 2021.

3 Comments

  1. Verranno tempi migliori, e la statua di Carlo Felice sarà ben esposta nel Palazzo Regio in Castello, oppure nell’istituito Museo Postcoloniale di Cagliari.

    Nel frattempo, una semplice idea con un potenziale creativo e mediatico inversamente proporzionale al costo relativamente basso. Basterebbe realizzare, attraverso un rilievo fotogrammetrico, un dettagliato modello 3D della statua di Carlo Felice. Successivamente, il modello 3D potrà essere usato per stampare una statua di Carlo Felice a grandezza naturale (i materiali disponibili sono molteplici), oppure per produrne una fatta di sale, di legno, di stoffa, di carta, di foglie… Il 28 aprile, di anno in anno, questa statua potrà essere “abbattuta”, “processata”, gettata in mare, distrutta, bruciata, messa al centro di una rappresentazione teatrale, di un incontro pubblico, di un convegno storico… con buona pace di deputazioni di storia “patria”, prefetti, accademici, giornalisti, nostalgici di ogni tipo, nazionalisti italiani.

  2. “Il meccanismo social è impietoso”, governato da “dinamiche del tifo e delle antipatie personali e di gruppo”. Quanto hai ragione, Omar, e quanto invece è stimolante leggere interventi come questo. Ho scritto una riflessione sulla mozione Scarfò che ho pubblicato su Facebook e inviato alla stampa, e devo dire che è stato triste sentirmi bollata come “serva del colonialismo” e “filosabauda” da gente che a malapena aveva letto titolo e prime due righe del mio post con tanto di battute sul mio cognome da prima elementare.
    Il gioco del social network però è anche questo e ne sono perfettamente consapevole. Così come ero consapevole che un discorso complesso e un invito al dibattito e all’approfondimento sarebbe stato ridotto come un “Mulas vs Psdaz”, la sinistra contro il sardismo. E approfitto di questo spazio per scrivere alcuni spunti come contributo al tuo post.
    In prima persona sono sempre stata impegnata nella promozione e divulgazione della storia sarda, il mio campo è l’archeologia e su questo ho scritto un libro e diversi articoli pubblicati da riviste divulgative, quindi condivido pienamente l’idea di una cultura che esca dai corridoi dell’Università e arrivi a tutti, con onestà e voglia di ascolto. E come me sono tanti a farlo: ci sono archeologi e storici sardi che da tempo si dedicano a conferenze, incontri e pubblicazioni, ci sono associazioni culturali che danno spazio a tutti e tutte creando ottime occasioni per la conoscenza e la divulgazione. Manca il supporto della politica che vuol dire finanziamenti e strumenti per le scuole, soprattutto, ma questo è un discorso a parte.
    Però c’è una domanda: cosa vogliamo divulgare? Per quanto mi riguarda l’autorevolezza (che non è vuol dire banalmente “qualche principio di auctoritas o di un titolo accademico in più o in meno”) è tutto, se si vuole davvero combattere l’ignoranza diffusa sulla nostra storia. Il successo di vendite di un libro, lo spazio sui quotidiani, il plauso generale non sono sinonimi di correttezza scientifica: posso sparare la più incredibile teoria e riscuotere grandissimi consensi senza necessariamente dire la verità, le cronache recenti sono piene di esempi simili. E allo stesso tempo posso rivelare una enorme scoperta archeologica o una nuova interpretazione storica che però non ha la stessa presa sull’opinione pubblica e probabilmente non verrà neanche pubblicata sui giornali. E allora cosa facciamo, ascoltiamo quello che vogliono tutti anche se magari si fonda sul nulla o cerchiamo piuttosto di amplificare la ricerca che si basa sul dato scientifico? Concordo con te che non esiste un dibattito pubblico illegittimo in partenza, ma non concordo quando parli di torto o ragione: la ragione è sempre dalla parte di chi ha la prova e la racconta in maniera onesta. Che poi questa prova possa essere superata da altre prove che verranno in futuro ci sta, fa parte del processo della ricerca e dello studio della storia.
    Per concludere: continuo a non condividere l’obiettivo della mozione che chiede cartelli esplicativi (chi scriverà il testo, su quali studi, con quali obiettivi?) e continuo come faccio da tempo a chiedere più incontri, dibattiti, ascolto, divulgazione e ricerca. L’ho fatto anche quando gli stessi firmatari di questa mozione hanno votato per intitolare una strada a Maria Cristina di Savoia, dimostrando di ignorare lo stesso dibattito su cui oggi emettono sentenza opposta.
    Spero davvero che questa emergenza sanitaria finisca quanto prima e potremo finalmente incontrarci e riflettere dal vivo, senza gli insopportabili e ingannevoli vincoli di Facebook e della rete.
    Grazie per lo spazio, un abbraccio.

    1. Grazie dell’intervento, Francesca. È importante trovare altre sedi di discussione che non siano i social, anche in Rete. Auspicando di poter rinnovare quanto prima le occasioni di dibattito “in presenza”. In ogni caso, almeno in questo spazio, posso garantire una modalità di discussione rispettosa e ordinata, per chiunque ne abbia voglia.

      Ti rispondo a mia volta.

      “Il successo di vendite di un libro, lo spazio sui quotidiani, il plauso generale non sono sinonimi di correttezza scientifica: posso sparare la più incredibile teoria e riscuotere grandissimi consensi senza necessariamente dire la verità, le cronache recenti sono piene di esempi simili. E allo stesso tempo posso rivelare una enorme scoperta archeologica o una nuova interpretazione storica che però non ha la stessa presa sull’opinione pubblica e probabilmente non verrà neanche pubblicata sui giornali. E allora cosa facciamo, ascoltiamo quello che vogliono tutti anche se magari si fonda sul nulla o cerchiamo piuttosto di amplificare la ricerca che si basa sul dato scientifico? Concordo con te che non esiste un dibattito pubblico illegittimo in partenza, ma non concordo quando parli di torto o ragione: la ragione è sempre dalla parte di chi ha la prova e la racconta in maniera onesta.”

      Sono questioni complesse che riguardano ambiti ulteriori rispetto a quello della ricostruzione storiografica in senso stretto. La grande narrazione pubblica della storia – che non è la stessa cosa della Public History – ha un grande peso nelle nozioni e nelle immagini semplificate che costituiscono il senso comune delle persone. I mass media hanno una grande responsabilità, ma ne hanno anche le istituzioni pubbliche e la scuola. Come siamo messi in Sardegna su questo piano? Io penso molto male. È vero che non sono quelle le sedi principali del lavoro degli studiosi, ma secondo me gli studiosi hanno il dovere di presidiarle e di curarle. Non per difendere corporativamente il proprio recinto disciplinare, escludendone altri, ma per dare un contributo soprattutto di metodo, critico, e anche chiaramente di informazioni al grande pubblico. Quanto e come si fa questo in Sardegna? Poco o nulla.

      Nei mass media continua a passare una narrazione storica approssimativa, subalterna, conformista. Purtroppo spesso dentro questo meccanismo di ottundimento critico e a volte di vera disinformazione ci trovi coinvolte figure istituzionali. O, da un altro punto di vista, quante volte sono intervenuti gli storici o gli archeologi e le storiche e le archeologhe per correggere, smentire, precisare i contenuti veicolati dai mass media o dagli stessi testi scolastici? Di norma, in Sardegna, se intervengono, intervengono solo per rivendicare l’esclusiva sul discorso storico, appunto in maniera corporativa, e per stigmatizzare quelle che a loro avviso sembrano tesi pericolose. Ma pericolose per chi? Verso che cosa? Che nei manuali scolastici in uso oggi si legga ancora che è esistita una “dominazione fenicia” in Sardegna non sarebbe un buon oggetto di discussione e puntualizzazione? Che nella maggior parte dei manuali scolastici ci sia scritto che in epoca moderna la Sardegna faceva parte del Regno di Napoli o – peggio ancora – del “vicereame” di Napoli (ho un esempio sotto gli occhi in questo momento) non è una falsità talmente grossolana da meritare una smentita categorica e anche il giusto stigma per la cialtronaggine di una simile ricostruzione? Quando escono documentari o servizi giornalistici televisivi in cui si parla di storia sarda in modo approssimativo e fuorviante, dov’è il mondo degli studi storico-archeologici sardo? Perché in questi casi non si interviene mai?

      Il problema non è la curiosità del pubblico e il grande spazio che questi temi occupano nella comunicazione, ma caso mai la mancanza di un lavoro costante e intellettualmente onesto di divulgazione e di socializzazione del sapere. Ne discutevamo da poco con lo storico Alessandro Soddu, che si è un po’ adontato per alcune cose che ho scritto nel mio breve saggio dentro la collettanea di Filosofia de Logu. Alla fine lui stesso ha dovuto ammettere che spesso nemmeno tra gli storici delle università sarde c’è uno scambio di informazioni. E dovrei prendermela con l’appassionato di storia che si abbevera alle fonti che trova? Non serve a niente condurre una battaglia contro gli storici improvvisati o le narrazioni di fantasia. Quelle ci sono sempre state, ci sono ovunque, nessuno ne trae motivo di scandalo. Solo in Sardegna una quantità enorme di energia viene spesa a rincorrere le tesi più strampalate e a fare un lavoro di debunking che non serve a nulla, come ho spiegato nel post che stiamo commentando. Mi pare sbagliato l’approccio generale, a questo tipo di questione. Mi piacerebbe che se ne discutesse in modo franco, ma alla luce della conoscenze acquisite e di una maggiore consapevolezza comunicativa.

      Non concordo invece sulla questione “torto vs. ragione”. Per un semplice motivo: non esiste il torto e non esiste la ragione. Non se rimaniamo su un terreno scientifico. Non esiste più alcun determinismo e alcuna certezza assoluta e insindacabile nemmeno nelle scienze “dure”, figuriamoci se possiamo pretendere che esistano nelle scienze umane. Ciò che fa la differenza sono sempre la verificabilità e il controllo critico costante sulle conclusioni, sull’uso delle fonti, sulla corretta contestualizzazione delle informazioni, ecc. Non è illegittima una tesi che può suonare strampalata, caso mai se ne può discutere l’impianto metodologico, l’uso delle fonti, l’arbitrarietà delle conclusioni. Però attenzione: questo vale per tutto, anche per le ricostruzioni più accreditate. Rivalutare la figura di Carlo Felice, per esempio, è un’operazione neutra e più aderente ai dettami di metodo della disciplina storica o non è essa stessa una tesi da sottoporre a verifica e a critica? Omettere o rifiutare la portata della questione sarda, dei suoi risvolti sociali e culturali negli ultimi due secoli è un’operazione neutra e automaticamente corretta, dal punto di vista storiografico, o è anch’essa una scelta ideologica? Ignorare l’ampio e ricco ambito degli studi post-coloniali e sulla subalternità, rifiutare la stessa lezione teorica di Gramsci, è più legittimo che usare questa strumentazione critica ed epistemologica a proposito della storia sarda contemporanea? Chi lo decide? In base a cosa?

      Tante volte l’ambito universitario degli studi storici sembra terrorizzato dalla pretesa, diffusa nel pubblico, di avere uno sguardo sardo-centrico sulle vicende storiche dell’isola. Di solito si chiama in causa una inammissibile pulsione nazionalista. E vai di stigma e di reprimende. Ma in base a cosa si assume questa posizione di rifiuto? Non è forse anch’essa una posizione ideologica, orientata? Perché il sardo-centrismo, nelle ricostruzioni storiche sarde, è sbagliato e l’italo-centrismo invece è giusto? Perché non si può guardare alla nostra storia, anche e soprattutto recente, con uno sguardo che parta dal terreno, per così dire, dagli sviluppi reali, sociali, culturali e politici, per inquadrarli in un modo che suoni più sensato e significativo per noi? È davvero essenziale restare ancora a livello di storia delle classi dominanti, delle élite, perché alla fin fine “sono le élite che fanno la storia” (anche questo punto è emerso nella discussione con Alessandro Soddu), o forse è ora di cominciare a studiare quello che facevano la gran parte dei sardi nel corso dei secoli, come vivevano, come parlavano, cosa consumavano, che idea avevano di sé e del resto del mondo, ecc.? E in che relazione stanno tutte queste cose con gli sviluppi politici, con i rapporti di forza sociali e territoriali? È legittimo o no farsi delle domande in merito?

      Ho provato ad affrontare questi ed altri temi tante volte, sia qui, su SardegnaMondo, sia nei miei libri sia, più di recente, nei miei interventi su Filosofia de Logu (per es. qui) e nello stesso saggio presente nel libro collettivo. A quelli rimando. Senza la pretesa di aver esaurito l’argomento, ma con la richiesta – questa sì – di tenere aperta la discussione e di non rifiutare di porsi problemi che poi, come si vede, emergono comunque dalle domande delle persone e dalla sensibilità diffusa. Se non vogliamo che tali naturali ed anzi edificanti curiosità vengano soddisfatte da ciarlatani e avventurieri, bisogna assumersi il compito di condividere una narrazione non solo più “corretta”, o più controllata, ma anche più bella, viva, interessante, anche più onesta e – in questo senso – più “vera”. Non farlo e pretendere che nessuno occupi quella nicchia culturale è assurdo e anche piuttosto reazionario. La pasticciata e opportunista mozione del PSdAz in Consiglio comunale a Cagliari fornisce se non altro un’occasione di pubblico di battito. Bisognerebbe approfittarne, fuori appunto dal meccanismo della competizione social e delle tifoserie, come ho scritto. Fin qui non ci siamo riusciti, purtroppo.

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