Cent’anni del PSdAz: contesto e premesse di una rivoluzione tradita

La bandiera dei quattro Mori

Ieri ricorreva il centesimo anniversario della fondazione del Partito Sardo d’Azione, su Partidu Sardu (per antonomasia). È un’occasione preziosa per riflettere sul nostro recente passato e sul nostro presente.

Occasione colta parzialmente e con qualche distrazione. Non prendo in considerazione il discorso fatto ieri a Oristano dal presidente della Regione Christian Solinas, la cui retorica auto-assolutoria, in questi giorni e in questo periodo, suona solo indisponente. L’attuale PSdAz non ha niente a che fare con quello originario di Camillo Bellieni, Emilio Lussu e Marianna Bussalai, ma neanche con quello di Antoni Simon Mossa (quest’anno, cinquantennale delle morte), o con quello di Mario Melis (su cui è appena uscito un libro di Anthony Muroni). Il paragone con questi predecessori suona davvero impietoso.

Talmente impietoso, che forse non è nemmeno così interessante parlarne. Tra i commenti che ho letto, mi pare interessante la disamina di Cristiano Sabino su S’Indipendente, che mette in luce i nodi politici di quegli anni e ne offre una lettura feconda anche per il nostro presente.

Parlo di distrazione per i seguenti motivi. È mancato un dibattito pubblico di indole più strettamente storiografica, capace di offrire una ricostruzione puntuale dei fatti e del loro senso, dentro il contesto in cui avvennero. È mancata poi pressoché totalmente la discussione politica da parte della altre forze presenti nello scenario sardo e anche quella genericamente intellettuale su tutti gli aspetti che questa ricorrenza pure richiama. Vedremo se succederà qualcosa nei prossimi giorni.

Senza la pretesa di colmare queste lacune, vorrei qui limitarmi a rievocare alcune delle premesse della fondazione del PSdAz che quasi sempre vengono omesse, pur essendo decisive.

L’enfasi che di solito si pone sulla nascita del partito “dalle trincee della Prima guerra mondiale” è sempre troppo sentimentale e dal non sempre vago sentore militarista, per essere convincente fino in fondo. Anche prendendo per buona la cronologia così istituita (ossia, ponendo la radice del PSdAz nei fatti bellici), andrebbe chiarito che la dimensione di massa del partito fu garantita dalle condizioni di vita a cui gli arruolati sardi furono strappati e dalle loro aspettative in proposito.

La crisi del mondo contadino, le pratiche di sfruttamento brutale del lavoro nelle zone minerarie e nelle attività manifatturiere, la condizione subalterna complessiva dell’isola preesistevano alla chiamata alle armi ed erano da un lato il motivo dello spirito di corpo dei soldati sardi nelle trincee del Carso e dell’Altopiano di Asiago, da un altro la base sociale su cui poi si appoggiò la leadership sardista nel dopo guerra.

Ma non è vero che tutto ciò emerse solo in occasione dell’esperienza bellica e dallo choc da essa causato. In realtà vasti movimenti sociali erano in corso nell’isola da molti anni. La Sardegna del primo Novecento attraversava una fase problematica e contraddittoria. Dopo la caccia grossa del 1899, con le truppe reduci dalle guerre coloniali africane spedite in Barbagia a sopprimere il banditismo, l’opinione pubblica e le prime istanze di natura sindacale animarono reiterate dimostrazioni di insofferenza, più o meno coordinate, più o meno strutturate, ma ampiamente diffuse. Dalle campagne alle città, dai villaggi rurali ai centri minerari, cresceva il malcontento per una situazione che era chiaramente percepita dai più come insostenibile.

Non vengono dal nulla le manifestazioni operaie che sfociarono, nel settembre 1904, nella durissima repressione militare di Buggerru, così come non erano un’esplosione estemporanea e senza motivazioni comprensibili la sollevazione delle sigaraie di Cagliari e i susseguenti moti di piazza in mezza Sardegna, nel 1906, anche questi repressi nel sangue.

Pur senza un punto di riferimento organizzativo e prive di un orizzonte strategico definito, queste mobilitazioni coinvolgevano, direttamente o indirettamente, l’intero corpo sociale sardo. La mancata politicizzazione dipendeva tra le altre cose dalla separatezza col ceto intellettuale, tradizionalmente organico al conglomerato di potere dominante. La borghesia sarda, tipicamente legata agli apparati del potere costituito, aspirante alla carriera professionale, accademica e politica, era per lo più ostile alle richieste del proletariato urbano e delle campagne.

Nonostante questo, circolavano parole d’ordine eversive, opuscoli propagandistici, parole d’ordine ampiamente condivise. “Emancipazione” era una delle parole chiave, e significava “indipendenza”. “A mare sos continentales!” era un motto che si sentiva in tutte le piazze dell’isola, come ricordava lo stesso Nino Gramsci (che lo aveva gridato a sua volta). Era netta la percezione dell’ingiusta condizione in cui ci si dibatteva, tra arricchimenti oltraggiosi dei soliti potenti, spesso forestieri, e miseria degli strati popolari. La sistematica spoliazione di risorse che, a torto o ragione, i poeti cantavano ormai da decenni (pensiamo ai versi di Pepinu Mereu o a quelli del poema Su Triunfu d’Eleonora d’Arborea di Franciscu Dore), costituiva un elemento forte del senso comune popolare di quest’epoca.

L’egemonia politica di Francesco Cocco Ortu (contro cui non a caso si scaglierà poi con forza la retorica sardista) si tradusse, è vero, in misure straordinarie come il Testo Unico n. 844 del 1907, ma si trattava di una risposta paternalista e assistenzialista. Era già in auge una forma di modernizzazione tipicamente passiva, analoga a quella poi prodotta da tutte le misure straordinarie successive (dalla “Legge del miliardo” fascista, del 1924 al Piano di Rinascita). Un approccio che non risolveva i problemi strutturali e anzi spesso li aggravava.

L’arruolamento obbligatorio avviato nel 1911 con la guerra in Libia (contro l’Impero ottomano), se per certi versi aveva costituito uno sfogo e un canale di sbocco per tante energie e per molte giovani braccia, aveva anche mostrato ancora più chiaramente la contraddizione tra le ingiustizie sociali irrisolte e la pretesa dello stato di servirsi della gioventù sarda solo a proprio vantaggio.

Lo stesso stato che, con i suoi rappresentanti locali e le sue forze dell’ordine, aveva trattato i sardi come stranieri di razza inferiore, da sfruttare, discriminare e se necessario sopprimere, in occasione dell’eccidio di Itri, sempre del 1911.

Qualche giovane intellettuale aveva già cominciato a riflettere su questi fenomeni, sia pure dentro cornici spesso condizionate da una formazione scolastica e universitaria ostinatamente reazionaria e patriottarda, ancora largamente risorgimentale. Pensiamo ad Attilio Deffenu e alla sua rivista “Sardegna”, uscita nel 1914.

Proprio nel 1914, a metà maggio, si tenne a Roma il primo Congresso Regionale Sardo, organizzato dalla locale associazione dei sardi, con interventi di personaggi di grande spessore come Efisio Mameli, scienziato, fratello di Eva, a sua volta scienziata e, accessoriamente, madre di Italo Calvino.

È di questi anni, a cavallo tra la crisi di fine Ottocento e la Belle Époque, anche la prima emigrazione sarda. Si computa che proprio nel 1914 fossero già 100mila i sardi partiti in cerca di fortuna. Altri 100mila sarebbero presto stati arruolati per la Grande guerra. Il calcolo del disastro sociale e antropologico che tali eventi produssero non è mai stato fatto fino in fondo, ma se ne intuisce la portata.

I reduci sardi dalla Prima guerra mondiale, dunque, non traevano di che riflettere solo dall’esperienza bellica, ma disponevano anche di questo retroterra di fatti, dinamiche sociali, ragionamenti già avviati. Il dato decisivo di questo momento così peculiare fu che si saldarono il disagio popolare e le istanze che esso esprimeva con una leadership decisa a farne una questione politica ad ampio spettro.

I giovani ufficiali della Brigata Sassari divennero non solo i leader del movimento, ma anche i suoi ideologi, i razionalizzatori di pulsioni e richieste fino a quel momento non del tutto elaborate. Diventando moderno fenomeno di massa, il movimento dei reduci, per le sue dimensione e per le sue caratteristiche, creò una sorta di campo gravitazionale in grado di attirare altre personalità, di varia estrazione, compresi opportunisti e avventurieri.

Pur nelle sue contraddizioni, trasformato in partito politico di massa, il movimento poneva delle domande impegnative e non eludibili e offriva una serie di opzioni che a quel tempo suonavano radicali e persino rivoluzionarie, compreso il discorso autonomista/federalista. La stessa crisi ideale e organizzativa del neonato PSdAz, sotto la spinta del fascismo, deve indurci a un ragionamento articolato sulle sue cause, i suoi passaggi e i suoi sviluppi, anche alla luce della storia sarda successiva.

In ogni caso, a ripercorrere quegli eventi e a soppesare l’interpretazione che ne diedero protagonisti e osservatori, l’impressione è che uno dei pochi ad averne intuito la reale portata fu non tanto Emilio Lussu, quanto Antonio Gramsci. Di ciò non possiamo stupirci: Lussu fu un grande leader, un lucido antifascista (dopo un primo periodo di indecisione), un combattente per la democrazia; non fu una mente politica eccelsa.

Le questioni che evoca questo anniversario sono insomma molte e ancora vive: meriterebbero di essere trattate con la dovuta attenzione analitica e ricostruttiva. Collocare quegli avvenimenti nel loro contesto, con le loro premesse e tutte le loro implicazioni, è necessario anche per capirne una certa drammatica attualità. Al contrario, non serve a nulla, o peggio può essere un comodo diversivo, il dispiego di retoriche nostalgiche o l’appropriazione indebita di eredità politiche e morali che nessuno, nel quadro della mediocre e subalterna politica sarda di oggi, può legittimamente rivendicare.

3 Comments

  1. Salve Onnis, ho letto le tue considerazioni sul centenario di fondazione del Psd’az. Su molte concordo. Io ho militato nel partidu sardu per 47 anni. sono uscito nel dicembre del 1998 per fondare, insieme a Muledda, i Rossomori. non è stato facile prendere quella decisione. non si poteva stare impassibili ad una segreteria a cui non piaceva il confronto ed il dialogo. non mi piaceva che altri potessero decidere del futuro politico di cinque federazioni senza un confronto. era in discussione l’alleanza con il centro destra. ci divideva come interpretare “il sardismo” in rapporto al progetto di sviluppo per la Sardegna ed il popolo sardo. io sono convinto che il sardismo non nasce con il psdaz. anzi! ed il psdaz non lo rappresenta se non in minima parte. il sardismo vince in tutta Europa nelle nazioni senza stato, eccetto che in sardegna dove è nato. Da farsi qualche domanda dei motivi.

    alla presente ti allego una lettera di un sardista senza tessera psdaz: prof. Lilliu. E’ una lettera-intervista a “Le mondo”. mi auguro che sia motivo ed inizio di una corretta discussione.

    Articolo pubblicato sul quotidiano francese “Le Monde”, il 19 luglio del 1973

    La frontiera-paradiso
    di Giovanni Lilliu

    Qual singolare destino storico quello della Sardegna: posta quasi costantemente sotto una dominazione estera, essa ha sempre resistito!
    È un miracolo, se si pensa che quest’isola, per la sua posizione geografica in un mare continuamente percorso dai vicini di fronte e dagli stranieri, è un punto di sbocco. Ancora un miracolo se si valuta che la vasta solitudine dei suoi spazi (si parla di essa come di un “continente”) ha invitato ed invita a riempirli d’uomini di ogni razza, sotto qualsiasi pretesto ideologico ed economico.
    La tradizione storica, l’umore naturale, la legge mediterranea della montagna, hanno fatto e fanno di quest’isola la classica “terra marginale”, una “terra” che si accetta “dal di fuori”, in virtù d’un carattere morale, antagonista e ribelle, quasi un istinto di “frontiera”.
    Vi son passate e vi passano le emozioni, i desideri, e persino le prospettive più o meno confuse di un movimento di liberazione.
    Se i Sardi son portati per natura ad una costante diffidenza di fronte a tutto ciò che viene dell’esterno, ciò accade in virtù dello spazio legato alla montagna, o di ciò che viene chiamato, a torto, “una subcultura della violenza”, di uno spirito ferito e che rivendica l’autonomia della cultura sua propria, ridotta dai colonizzatori antichi e recenti ad una sorta di “riserva indiana”. Salvo il tempo d’un bagliore, all’epoca della storia precoloniale, i Sardi non hanno mai conosciuto il senso e la virtù del mare. Essi ne hanno un concetto “diabolico”, e l’hanno per tutti quelli che lo percorrono e giungono a toccare le loro coste, a fermarsi su quest’ “isola terrestre”. Per noi, per la nostra poesia, per la nostra cultura, per la nostra storia millenaria, il mare è il diavolo, ed i navigatori stranieri sono anch’essi diavoli (o dei ladri, che è la stessa cosa). Forse questo è il frutto di tutti gli episodi di frustrazione ed umiliazione.
    Lo sviluppo interno è bloccato poiché il mare, oggi impero del neocapitalismo e dell’imperialismo italiano ed europeo, è interdetto alla Sardegna ed ai Sardi, eccezion fatta a livello subalterno, a quello della mediazione indigena, del profitto dei petrolieri e delle compagnie turistiche.
    Il “sardismo” è un grande processo ideologico, politico e culturale, della storia della Sardegna. Sorto sei secoli prima di Cristo, quando i cartaginesi scacciarono i Sardi verso le montagne, li chiusero nella “riserva” e divisero l’isola in due parti: quella dei maquis “partigiani” e quella dei “collaborazionisti”, il “sardismo” ha accompagnato le evoluzioni dell’isola fino ai giorni nostri, con segni e manifestazioni diverse, ma sempre orientate verso un medesimo fine: riconquistare “la nazione perduta”, rivendicare “la nazione interdetta”, riguadagnare “la frontiera-paradiso”.
    È in tutta una serie di avvenimenti storici che il “sardismo” s’è sovente sviluppato nel dramma e nella violenza: la guerra di liberazione contro i romani; i Giudicati (i “giudici” divenuti signori dotati di poteri militari e civili, derivavano direttamente dai sufeti fenici e dagli arconti greci e bizantini); l’ostilità ai piemontesi alla fine del diciassettesimo secolo; le reazioni alla “fusione” del 1848; la fondazione del movimento e del Partito Sardo d’Azione negli anni che seguirono la prima guerra mondiale; “l’autonomia” acquisita con lo Statuto Speciale del 1948.
    Il “sardismo” non è in declino, dal momento che si riparla di “nuova sovranità”.
    E difficile comprendere il “sardismo” per chi non è sardo o non conosce profondamente la storia e la mentalità della Sardegna. Esso è tante cose in una volta: razionalità, istinto, esperienza storica, pulsione d’affetti nati dall’ “essere sardo” concepito come un fratto speciale e differente.
    Il “sardismo” è soprattutto il gusto d’essere se stessi, come il Sinn Feinn ( NOI STESSI) degli Irlandesi.
    Tutti i Sardi l’hanno sempre sperimentato, l’uomo del popolo attraverso l’istinto, attraverso una tradizione lontana ed ininterrotta che deriva dagli avi; l’intellettuale in ragione di un’elaborazione teorica che non è ancora conclusa; l’uomo politico in virtù d’una pratica di governo che non è ancora pervenuta al livello dell’autodeterminazione sovrana. Tutto il mondo insomma.
    Il “sardismo” passa attraverso tutti i partiti politici che operano in Sardegna, persino i partiti nazionali, anche se questi ultimi sono talvolta considerati come le agenzie “italiane” del neocapitalismo, dell’imperialismo del Nordeuropea, che produce il sottosviluppo del Mezzogiorno e delle isole, considerate delle colonie in virtù d’un determinato processo dell’unità nazionale italiana fondata sull’ineguaglianza.
    Il “sardismo” oggi, questo cemento ideologico e psicologico insulare, è attaccato da una grande “forza d’urto”, l’industrializzazione neocapitalista e monopolista. La cultura sarda fa fronte al più vasto pericolo di aggressione e d’integrazione, con la “sommersione” che ne consegue, la più grande che si sia registrata nella storia delle conquiste coloniali della Sardegna.
    Se i responsabili provvisti d’un autorità, specialmente i politici, non vi sopperiscono urgentemente, proponendo un’altra soluzione all’attuale processo di sviluppo assolutamente “esterno” alla Sardegna, l’ultimo arrivato dei colonizzatori otterrà ciò a cui non sono giunti i colonialismi di tutte le epoche: la distruzione dei valori caratteristici di questo popolo, la sua riduzione a semplice espressione geografica nel mercato comune di una cultura pianificata, globale, massificata, di un prodotto culturale in scatola, di un prodotto della meccanica, alienato da un cervello elettronico.
    Forse l’ultimo arrivato dei colonizzatori riuscirà in quello che non hanno saputo fare gli altri, ciò che non ha fatto neppure la “nazione” italiana, fosse ciò a mezzo del sotterfugio dell’Europa unita. E la “nazione sarda” diventerà un iceberg destinato a colare a picco, a dissolversi nei vapori dell’inquinamento totale portato da un’industrializzazione inumana, nella bara liquida del Mediterraneo, così come minacciava il poeta Sebastiano Satta, in un accesso di disperazione e di rabbia contro la terra ch’egli amava.

    1. Benvenuto Paolo. E grazie per questo intervento.

      Una corretta discussione è necessaria, non posso che concordare. Corretta significa anche onesta e sincera, rispettosa delle differenze e delle posizioni altrui, ma senza ipocrisie. In Sardegna non ci siamo abituati. Non per una tara congenita nella nostra “identità”, ma perché il dibattito pubblico, politico e intellettuale è stato sempre poco aperto e poco costruttivo. Le classi dominanti sarde, negli ultimi due secoli, hanno sempre osteggiato una reale apertura democratica della nostra collettività e sabotato sistematicamente qualsiasi potenziale consapevolezza sociale e storica diffusa a livello popolare.

      Già che ho evocato la sincerità, comincio io ad essere sincero. Non mi persuade l’enfasi sulla “naturale” adesione al sardismo di tutte le persone sarde, per il solo fatto di essere sarde. Io non mi sono mai sentito, né mi sento oggi, sardista. Il sardismo, dalla sua emersione come cornice ideologica generale e nel suo sviluppo storico è un pensiero debole, meramente reattivo e non proattivo, difensivo e non costruttivo. È un pensiero subalterno, un nazionalismo degli sconfitti. Tant’è che non è mai risultato realmente emancipativo in più di cento anni di storia.

      Il sardismo non ha mai conquistato un proprio sguardo autonomo sulla Sardegna e sui Sardi, sulle dinamiche storiche dell’isola, sulle questioni di fondo e sulle costruzioni ideologiche contemporanee, che ne hanno giustificato la dipendenza e la sottomissione. Nonostante avesse in sé dei germi potenzialmente fecondi di critica sociale, ha presto assunto una forma di trasversalismo opaco, di mimetismo opportunista, funzionale alla conservazione dei rapporti sociali, più che a un loro ribaltamento. Tutt’al più, ha assunto lo stesso sguardo della classe dominante e del padrone esterno, cercando di attribuire ad esso un senso alternativo. Ovviamente senza riuscirci. L’adesione al fascismo di molti suoi dirigenti nel 1923 e il rifiuto delle istanze più radicali che emergevano dalla sua base testimoniano di un fallimento politico precoce. Da cui non si è più risollevato, né dentro il PSdAz né fuori dal partito.

      Non aver maturato una visuale e una voce proprie ha menomato il sardismo come orizzonte ideologico e strategico e lo ha trasformato in un comodo strumento di contenimento del dissenso e di indebolimento delle spinte sociali e politiche che venivano dal basso, emergenti dalle condizioni materiali, storiche, dell’isola.

      Se di sardismo diffuso dobbiamo parlare oggi – magari nei termini del “sardismo popolare” proposto da Cristiano Sabino – se ne deve parlare in termini totalmente nuovi, dialettici rispetto al sardismo storico. Abbandonando la centralità del discorso identitario – cos’è l’identità sarda di cui si parla sempre? un feticcio reazionario, buono al massimo come diversivo – e mettendo al centro della riflessione appunto le condizioni storiche dell’isola e di chi la abita. Riconquistare un sano materialismo che riveli la natura e la consistenza del conflitto sociale e politico, che non tema di assumersi una responsabilità storica fuori dalle cornici imposte dalla relazione sbilanciata e sostanzialmente coloniale con lo stato italiano, in termini radicalmente democratici.

      La parabola dei Rossomori è emblematica dei fraintendimenti e delle contraddizioni a cui porta la rinuncia a fare i conti fino in fondo con il sardismo, passato e presente, e a trarre le debite conclusioni dai fatti e dalle dinamiche degli ultimi settant’anni. Non basta rifiutare, magari tardivamente, la deriva destrorsa, padronale e opportunista del PSdAz, che ha prevalso nel dopo Mario Melis; perché il PSdAz già in passato aveva vissuto momenti analoghi (pensiamo al secondo dopo guerra e alla sua funzione ancillare del dominio democristiano nell’isola). Non basta se a questo non si aggiunge una presa di posizione netta sulla questione sarda contemporanea nel suo insieme e non si fa una scelta di campo conseguente. Lasciare il PSdAz e diventare un orpello sardista del centrosinistra italiano a cosa è servito, se non a fornire qualche giustificazione indebita a un agglomerato politico non meno anti-sardo, neo-coloniale e dipendentista del centrodestra? A cosa è servito mantenere una costante ambiguità sul tema dell’autodeterminazione democratica, barcamenandosi tra “idee senza parole” come il “sovranismo” (scelta deleteria, alla luce della repentina appropriazione leghista e reazionaria di quest’etichetta), partecipando alle spartizioni oligarchiche a tutti i livelli ma proponendosi come alternativa a queste stesse pratiche, criticando il PD e i partiti italiani, ma entrando nelle loro giunte locali e nei loro giochi di potere? Cosa ci ha guadagnato la Sardegna?

      Il passato bisogna conoscerlo, perché il presente è fatto per una buona metà di passato (come diceva uno che ne sapeva più di me). Ma poi bisogna anche farne tesoro e avere il coraggio di guardare avanti, con occhi diversi. Non più resistere, da genia sempre sconfitta, ma esistere, liberamente, come popolo tra i popoli, nel mondo di oggi e, sperabilmente, di domani. Il sardismo aiuta in questa operazione di conquista democratica, civile e sociale? Io penso di no, non se non se ne riformulano principi teorici, parole d’ordine, cornici concettuali, prassi e metodi. Ed anche priorità politiche.

      Bisogna fare i conti con se stessi e le proprie scelte. Vale per l’indipendentismo, vale per il sardismo, vale per ogni sincero spirito democratico esistente nell’isola. Bisogna scegliere da che parte stare. O tra i commensali della rebota esoterica di Sardara, o sul fronte opposto. Non ci sono altre posizioni legittime, nello scenario politico sardo. O sei complice dell’apparato di potere subalterno, coloniale, anti-democratico o ne sei avversario irriducibile. Il PSdAz da tempo ha deciso da che parte stare. Il sardismo diffuso – posto che esista – non ha ancora espresso posizioni chiare. L’indipendentismo è troppo variegato e disorganizzato per esprimere non dico una voce sola, cosa non auspicabile né utile, ma almeno qualche voce comprensibile. L’ecologismo deve chiarire da che parte stare, se limitarsi alla critica borghese, circostanziata e occasionale, o partecipare strategicamente a un percorso di rinnovamento democratico. La sinistra sarda o sardo-italiana in libera uscita deve decidersi se vuole essere italiana periferica (subalterna, nazionalista e centralista) o sarda a tutti gli effetti (popolare, democratica, confederalista o – perché no? – indipendentista) e agire di conseguenza.

      Il dibattito su un nuovo sardismo popolare (chiamiamolo così, per comodità), riempito di contenuti realmente emancipativi, nuovi, orientati verso il futuro, radicalmente ostile al groviglio di interessi e complicità opache che dominano lo scenario politico sardo, può certamente servire. Ognuno può portarci la sua voce e le sue esperienze, la sua conoscenza e le sue aspirazioni. Senza pretese egemoniche, ma con le idee chiare sul nostro passato e il nostro presente e su chi sia la controparte. Se riflettere sul centesimo anniversario del PSdAz servirà a sollecitare questo percorso, a debita distanza da celebrazioni di dubbio gusto, tanto meglio.

      1. Onnis tutto bene per quello che scrivi nell’ultima parte del tuo intervento.quando sarà possibile bisogna attivare incontri di confronto ed anche di scontro sul tema del sardismo. non mi piace : sardismo=psdaz. sicuramente ne riparleremo a visus.
        ciao

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