Pedine sacrificabili

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La scuola – quella pubblica e democratica – è una variabile dipendente, nelle scelte politiche strategiche. Non ha un ruolo decisivo ed anzi è un’entità potenzialmente pericolosa. Come tale va resa organica all’ordine costituito dei rapporti di forza e delle relazioni sociali, quindi debilitata nelle sue funzioni educative ed emancipative.

A questo compito si sono dedicati sistematicamente tutti i governi italiani negli ultimi cinque lustri (approssimando per difetto).

Le conquiste democratiche nell’ambito dell’istruzione e dell’educazione, pure non del tutto compiute, sono state sgretolate ed erose con una certa sagacia, in nome e per conto di una visione politico-sociale in cui al centro c’è la legittimità delle gerarchie di classe e la loro perpetuazione, la protezione dei grandi interessi economici, lo svuotamento dall’interno degli stessi meccanismi democratici.

Su questo punto inviterei a fare molta attenzione. Quando si parla di democrazia non si tratta solo e semplicemente del diritto di voto e delle elezioni, pure ridotte a mera rappresentazione scenica, con lo stesso diritto di voto sostanzialmente reso una finzione.

In proposito non posso che restare costernato dalla sostanza e dal tenore retorico del dibattito in corso sul prossimo referendum costituzionale. E, se guardo alla cosa dalla Sardegna, lo sconcerto aumenta a dismisura. Ma è un’altra faccenda, magari ci tornerò su. Chiuso l’inciso.

In ogni caso, la democrazia non è (solo) questione di voto o non voto e di assetti istituzionali. Il fulcro della democrazia non è semplicemente la possibilità di eleggere qualcuno a qualche ruolo ogni tot anni, bensì consiste in un insieme di diritti, libertà fondamentali, bilanciamenti di poteri, processi di emancipazione senza i quali il voto in sé ha poco o nessun significato.

Dentro un assetto politico-sociale democratico – che è una “realtà immaginata” come altre, dopo tutto – il peso delle istituzioni educative e formative è determinante. Se sono efficienti e realmente votate all’emancipazione dei cittadini, costituiscono uno dei principali pilastri della democrazia stessa. Se la democrazia fosse una realtà immaginata davvero vigente ed effettiva, chiaramente. Cosa che difficilmente si può dire per la stragrande maggioranza degli ordinamenti politici del pianeta.

Esistono diverse approssimazioni di democrazia, quasi-democrazie, simil-democrazie, pseudo-democrazie. Ma una democrazia vera, come quella più sopra descritta, ecco una cosa così forse non esiste (più? ancora?) da nessuna parte.

Perché esista, la scuola (in senso ampio) è un elemento decisivo. O lo sarebbe. È evidente che nessun governo umano – o meglio, le classi dirigenti o dominanti che ne esprimono gli interpreti – ha davvero interesse ad un obiettivo del genere.

Fondamentalmente l’organizzazione dell’istruzione, anche nelle democrazie considerate più mature, serve a legittimare e garantire le divisioni sociali, con possibili eccezioni da inserire in un percorso di cooptazione. In alcuni casi questo meccanismo di selezione classista è palese, in altri è più implicito o dissimulato. Probabilmente ci sono stati (e penso alla Finlandia, per fare un esempio di moda) in cui la tendenza classista e anti-democratica è molto blanda o addirittura chiaramente contrastata da scelte politiche divergenti. Ma temo si tratti di puri accidenti straordinari in una tendenza generalizzata.

A chi giova un’umanità pienamente consapevole di sé, del proprio posto nella biosfera e nelle vicende storiche, dotata di cognizioni e di abilità sottratte al controllo di una robusta gerarchia sociale, portatrice di un’intelligenza eterogenea ed elastica, difficile da comprimere, da incanalare, da sedare? Quale gruppo dominante, promuovendo una cosa del genere, porrebbe scientemente le basi per la propria sconfitta o il proprio ridimensionamento?

Tanto più vero è questo problema nelle compagini umane in cui non si è storicamente realizzato alcun reale processo democratico, e in quelle in cui si è realizzato superficialmente e parzialmente.

L’Italia in questo quadro è da collocare abbastanza in fondo alla classifica, per così dire (ma anche non in senso figurato, date le valutazioni in merito degli organismi internazionali preposti a queste valutazioni).

L’emergenza sanitaria di questi mesi ha mostrato chiaramente come la scuola in Italia per la politica sia, se va bene, un fastidio da gestire o sennò, quasi sempre, una pericolosa variabile da addomesticare, una minaccia da disinnescare.

La scuola è stata la prima vittima dell’epidemia di covid-19, con chiusure che hanno anticipato lo stesso lockdown generalizzato, ed ora è l’ultima a riaprire. Sempre che riapra e sempre che rimanga aperta. I segnali su questo punto mi sembrano tutt’altro che confortanti.

Sul tema, in generale, non ho nulla da aggiungere né da obiettare alla disamina esauriente ed esaustiva uscita su Giap pochi giorni fa. Ad essa rimando.

Vorrei invece spendere qualche considerazione sulla scuola in Sardegna. Non è un tema nuovo, qui su SardegnaMondo (vedi qui, qui e qui per analisi pre-pandemia, e qui per riflessioni più recenti).

Non che abbia qualcosa da aggiungere, tanto meno da rettificare. Vorrei invece sottolineare ancora una volta l’inadeguatezza della politica sarda su questo terreno (come su tutti gli altri, purtroppo). Mesi persi a fare dichiarazioni pubbliche roboanti, mentre non si faceva nulla di concreto per rispondere a una situazione oggettiva preoccupante.

Se fino a giugno ci si poteva crogiolare nell’illusione di una Sardegna covid-free (figlia anche della mancanza di test a tappeto o almeno a campione, va detto), da luglio in poi, vista la riapertura indiscriminata e incontrollata agli arrivi da tutti gli angoli d’Europa, e in primis dai territori focolaio (come la Lombardia), sarebbe dovuta scattare una tempestiva pianificazione di interventi sia infrastrutturali sia organizzativi per premunirsi contro il possibile riaccendersi del contagio.

La Regione Autonoma Sardegna detiene una potestà in materia scolastica che ha sempre usato poco o nulla, se non per finanziare sistematicamente la scuola privata o per mettere in campo progetti estemporanei senza alcuna incidenza sulla realtà strutturale del comparto scolastico ed educativo. Anzi, quando da Roma sono arrivate misure volte al ridimensionamento scolastico, alla chiusura di plessi, alla debilitazione dell’intero sistema dell’istruzione, dalla RAS non si è fatto nulla per contrastarle. E non tocchiamo nemmeno il tasto della questione linguistica. La giunta “dei professori”, quella che andava sostenuta per “battere le destre”, ha anzi messo in campo un’ostinata opera di devastazione della scuola pubblica sarda, in nome di feticci ideologici reazionari degni del peggior thatcherismo.

In un territorio dalle caratteristiche geografiche, demografiche, sociali e culturali peculiari come quello sardo, tale opera ha finito per indebolire ulteriormente non solo la scuola, ma anche le stesse comunità locali, in un circolo vizioso che l’attuale maggioranza sardo-leghista-clientelare (ma anche l’opposizione, per forza di cose) si è guardata bene dal mettere in discussione.

Onestamente, mi sfugge persino il nome dell’attuale assessore alla cultura, istruzione, ecc. Dovrei andare a cercarlo. La scena in questi mesi è stata occupata dal presidente Solinas, dall’immarcescibile assessore alla sanità Nieddu e da quello al turismo Chessa. Personaggi degni di una piece teatrale, tipo commedia dell’arte, o anche teatro dell’assurdo.

Invece sono persone vere a cui sono demandate decisioni di indole strategica che hanno un peso notevole sulla vita dei cittadini.

Cosa è stato fatto in questi mesi per la scuola in Sardegna? Non è una domanda retorica, vorrei saperlo davvero. E non parlo degli interventi minimi fatti dai diversi istituti per attrezzare i plessi con cartelli, nastri segnalatori, adesivi, ecc. Parlo di interventi macroscopici e generali.

Per quello che mi consta, si è proceduto con la solita chiusura di plessi e con l’accorpamento di corsi e di classi, come se l’esigenza primaria e basilare, di fronte all’epidemia, non fosse di distanziare, diradare i gruppi, rendere vivibile l’esperienza scolastica al riparo dal rischio del contagio.

Sono molti anni che sulla scuola si gioca al risparmio. E invece si poteva cogliere l’occasione, sia pure drammatica, dell’epidemia, per ripensare a tutto l’impianto di interventi in materia. Magari fin da marzo, programmando gli interventi necessari, con tutti i passaggi burocratici, regolamentari e, in caso di necessità, persino legislativi, occorrenti. E riguardo il personale docente e non docente la stessa cosa: valutazione della situazione, analisi dei bisogni, pianificazione, realizzazione. Se del caso, a integrazione o persino a dispetto delle disposizioni ministeriali.

Sei mesi non sono un lasso di tempo lunghissimo, ma – specie in un momento di emergenza – possono bastare a ridisegnare proficuamente un ambito così decisivo come quello scolastico. Che ha risvolti ulteriori rispetto allo stesso diritto all’istruzione dei giovani, risvolti di indole sociale ed economica, essendo come minimo coinvolte le famiglie. Ma pensiamo solo alla questione dei trasporti.

Insomma, c’era di che occuparsi con solerzia e competenza. È stato fatto? Mi pare di no, se siamo ancora qui, a settembre, ad attendere trepidanti gli eventi.

Nessun ripensamento sul dimensionamento scolastico (come viene definito in ministerese), sul numero di alunni per classe e sugli aspetti organizzativi strutturali; nessuna decisione sull’incremento del personale docente e non docente, sulla qualità – oltre che sulla quantità – degli spazi (che non sono solo le quattro mura delle aule, ricordiamoci); nessuna idea sulle diverse modalità alternative di didattica che non sia la maledettissima DAD.

Vale poco la giustificazione dell’inadeguatezza che, in materia, ha dimostrato il governo centrale. Anzi, proprio in considerazione della sua inerzia, ci si sarebbe dovuti attivare con maggiore sollecitudine. Nemmeno il conflitto politico con la compagine del governo statale ha prodotto uno scatto in avanti della giunta sardo-leghista.

La politica sarda dà l’idea di volersela sfangare accollando le responsabilità ad altri, sia verso l’alto, a livello di governo centrale, sia verso il basso, sui dirigenti e in ultima analisi sul corpo docente e non docente.

Il sospetto è che, a vario livello, si stia dando per scontata una nuova chiusura delle scuole, magari a tempo indeterminato. Magari prodromo a ulteriori restrizioni (beninteso, mai a danno degli ambiti produttivi e padronali del Nord Italia).

Quella sulla scuola è una battaglia politica decisiva, soprattutto in un posto come la Sardegna. Una battaglia che va combattuta da tutti, non solo in nome e per conto dei giovani, ma più in generale perché è un ambito troppo delicato e strategico per essere ridotto a mere questioni sindacali o ragionieristiche.

L’auspicio che la cruda realtà dell’epidemia diventasse un’occasione per recuperare un po’ di sana ragionevolezza mi sa che ormai è andato a farsi friggere. Tuttavia mi sembra doveroso continuare a sollevare la questione. E mi sento di rivolgermi soprattutto alle forze sociali e politiche più autonome, ai movimenti e ai comitati che sono svincolati dai centri di potere colonial-clientelare.

Accettare passivamente l’inerzia politica sulla questione scuola o addirittura l’attiva partecipazione alla sua risoluzione in termini anti-democratici sarebbe un errore strategico inescusabile. Confido che l’attenzione e magari anche le proposte sul tema si irrobustiscano, fino a diventare un fronte compatto e intransigente di lotta politica ad ampio spettro.

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