La politica non esiste

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L’epidemia di covid-19 ha messo in evidenza un dato storico che probabilmente era già chiaro da alcuni anni: la politica non esiste più.

La “realtà immaginata” chiamata “politica”, emersa dalla Modernità europea e consolidatasi nel corso dell’epoca contemporanea, ha mostrato tutta la sua inadeguatezza a un mondo ormai diverso da quello in cui si è imposta.

La politica non esiste più in quanto rappresentanza mediata della dialettica tra interessi diversi, in quanto confronto di paradigmi e di obiettivi, in quanto capacità di trovare linee guida generali, in nome e per conto di una collettività umana eterogenea e complessa. E non esiste più in quanto funzione di governo, capacità decisionale, visione strategica.

È morta da tempo – e questa crisi ce ne ha semplicemente dato conferma – l’idea stessa che possa esistere da qualche parte una “classe dirigente”, ossia un gruppo sociale che riesca a perseguire i propri interessi particolari e al contempo porsi obiettivi generali.

La politica si è ridotta a una recita stantia e prevedibile, un rituale inerte e ripetitivo a cui non crede più nessuno, nemmeno i suoi protagonisti. La politica non decide più nulla, non rappresenta più alcuna reale dinamica sociale, nessuna forza storica concreta. Dietro questa finzione si impongono corposi interessi senza radici e senza riguardi, in conflitto tra loro, in un gioco di potere senza regole, la cui posta in palio è il diritto ad accaparrarsi tutto l’accaparrabile, infischiandosene delle conseguenze (le “esternalità negative”, che tanto riguardano sempre “gli altri”).

Ancora oggi, alle prese con problemi macroscopici che richiederebbero molta capacità politica, nessuno, né a livello internazionale, né a livello statale, né a livello locale, dà l’impressione di capire cosa sta succedendo e soprattutto di avere la volontà reale di fare qualcosa.

Sono decenni che le classi politiche di gran parte del mondo, a dispetto delle dichiarazioni pubbliche, sono forgiate nell’egoismo più conclamato, svincolate da qualsiasi orizzonte teorico o pragmatico di indole generale. Non è più nemmeno necessaria alcuna particolare abilità, se non una certa dose di furbizia da ladruncoli. Ormai si può serenamente essere dei perfetti idioti e non vedersi solo per questo preclusa qualsiasi possibilità di successo politico. Anzi, gli idioti e gli stupidi hanno sempre più successo. A patto che siano dei bravi bugiardi.

Del resto, il rimbecillimento generalizzato della nostra specie non poteva non avere conseguenze. Evoluti come cacciatori-raccoglitori opportunisti, una volta intrapresa la scorciatoia storica del linguaggio e dell’astrazione, ossia la “rivoluzione cognitiva” che ci ha separato dagli altri confratelli animali, ci siamo moltiplicati come un virus, acquisendo capacità distruttive sempre maggiori, senza però esserci evoluti biologicamente alla stessa velocità. Abbiamo perso numerose capacità e abilità, confidando sull’intelligenza collettiva e sul fatto che qualcun altro provvedesse a tutto ciò che noi stessi non siamo in grado di procurarci, e così ci siamo ridotti sostanzialmente a dei chiacchieroni compulsivi buoni a nulla.

Non è però diminuita la nostra ingordigia congenita, sviluppata come istinto di sopravvivenza quando soddisfare il fabbisogno calorico era una stringente necessità quotidiana e riprodursi con successo una botta di fortuna. Solo che adesso il nostro mostruoso successo demografico minaccia concretamente di devastare l’ecosistema, l’unico a nostra disposizione.

In tutto questo l’organizzazione concreta delle collettività umane, nelle loro dinamiche pragmatiche e nelle loro forme di relazione, ha preso una direzione storica che la politica non rappresenta né, tanto meno, governa più.

Il che non è un bene, sia chiaro, per quanto forse ci sia poco da fare. Non lo è soprattutto in quelle tribù umane in cui è poco sviluppato un senso di appartenenza a una collettività più ampia del proprio ristretto circolo parentale/amicale.

L’Italia ne è un esempio lampante. Lo stato italiano è una fiction malriuscita fin dall’inizio, mal scritta, mal recitata, con salti di sceneggiatura imbarazzanti, protagonisti improbabili e raramente credibili, una trama banale e fin troppo prevedibile. Una finzione del genere non può avere successo, come realtà immaginata davvero efficace.

Se pensiamo a cosa sia oggi la politica in Italia, quali siano i temi selezionati da chi orienta davvero le scelte collettive per attrarre l’attenzione pubblica, non possiamo non constatare che ormai lo sbando è completo.

L’odierna discussione sulla demenziale riforma costituzionale, che prevede la riduzione del numero dei parlamentari, è paradigmatica. Il referendum che dovrebbe approvarla o respingerla, comunque vada, peggiorerà le cose. Sia che vinca il NO, sia che vinca il SI. Perché entrambi i risultati si presteranno ad essere usati strumentalmente in termini anti-democratici.

Vista dalla Sardegna, poi, la faccenda assume contorni ancora più frustranti. Da un lato è vero che ridurre i parlamentari, oltre che essere un’operazione sempre piuttosto elitaria di suo, penalizzerà ulteriormente la rappresentanza sarda nel parlamento italiano. Una rappresentanza mai garantita, dato che nessuno ha mai preteso il pieno riconoscimento dei sardi come minoranza linguistica (a differenza di altre minoranze linguistiche, molto meno consistenti, ma ben più consapevoli) e, qualitativamente, sempre piuttosto mediocre.

Tale mediocrità, per altro, è figlia di condizioni oggettive di indole storica, che prescindono dalla sfera eminentemente elettorale. Il personale politico sardo che riesce a fare una qualche carriera, già in Sardegna, ma più ancora oltre Tirreno, è selezionato sulla base della propria organicità ai centri di potere di riferimento, della propria fedeltà, della propria obbedienza. A chi rispondono gli eletti sardi nel parlamento italiano?

Insomma, la subalternità culturale e politica della classe dirigente sarda nel suo complesso, esito di processi storici a dir poco sfortunati, si riverbera anche su questo livello di rappresentanza.

Al di là del livello strettamente politico-istituzionale, negli altri campi la situazione è addirittura peggiore. Non esiste scelta politica – in Italia, e in Sardegna peggio che mai – che non sia figlia di interessi particolari, imposti alla collettività come prioritari, anche a discapito di diritti fondamentali, di interessi generali, di necessità collettive.

Di questi giorni è la campagna propagandistica, a reti unificate, sulla creazione di un unico gestore dell’infrastruttura delle telecomunicazioni, non pubblico ma privato. Una soluzione che non si capisce da chi sia stata pensata e come mai la si stia realizzando adesso, ma abilmente presentata da tutti gli organi di informazione come un grande progresso e addirittura una necessità urgente. Il tutto, senza spiegare davvero cosa stia succedendo. Nemmeno i rappresentanti dei 5 stelle – quelli che dovevano garantire la ri-nazionalizzazione delle reti, che dovevano aprire il parlamento come “una scatoletta di tonno”, i profeti dell'”onestà” – sembrano capirci qualcosa. Oppure hanno capito tutto e gli sta bene. La sinistra non esiste più, quindi anche da quella parte nessuna voce si alza. O al limite parla d’altro.

La partita della proprietà privata delle reti infrastrutturali e del controllo estrattivo di monopoli naturali, che integrano la piena garanzia di diritti fondamentali dei cittadini, è una delle principali spie della morte della politica.

Se non esiste più nemmeno la possibilità di avere un controllo pubblico (non importa in questa sede in quali forme e secondo quali meccanismi) dei beni comuni, delle reti infrastrutturali strategiche; se il diritto alla salute, all’istruzione, alla cultura, alla piena realizzazione della propria personalità, a un reddito dignitoso garantito fino alla fine della propria vita, ecc. ecc. sono sottomessi alla logica del profitto privato; se non esiste più nemmeno la possibilità teorica di prendere decisioni in qualsiasi ambito, perché il privilegio di classe e gli interessi costituiti della minoranza più ricca devono necessariamente prevalere; se tutto questo è dato (ed è dato), allora non ha alcun senso nemmeno parlare di politica.

Questa è la cruda realtà. Tutta la retorica sulla democrazia, sulla sovranità e sulla libertà è vacuo chiacchiericcio o al più un espediente per distrarre le masse, per illuderle che esista ancora un ambito politico in cui tali concetti abbiano ancora senso e vigenza.

La democrazia è una finzione che maschera malamente rapporti sociali rigidamente oligarchici e padronali. La sovranità è quella delle classi dominanti sul resto delle popolazioni e su tutti i territori, con gradi variabili di brutalità estrattiva e repressiva. La libertà è quella di chi controlla l’accesso alle risorse, la produzione di beni e servizi e la finanza internazionale.

Il conflitto sociale e politico è facilmente rimosso o presentato come criminale, come deviante. Male che vada, si usa una retorica fuorviante, come quella degli “opposti estremismi”, tanto cara all’establishment italiano (compreso quello sedicente progressista).

Se qualcuno si illudeva che la crisi dovuta al virus SARS-CoV-2 potesse cambiare in meglio la situazione, credo che già oggi abbia degli elementi sufficienti per ricredersi. Come sempre, anche questa crisi viene usata dalle classi dominanti per rafforzare la propria posizione e/o per indebolire le controparti (laddove ne esistano). Con tutto il corollario di maneggioni, approfittatori, accaparratori opportunisti che prosperano sempre in queste circostanze.

La pacificazione a tutti i costi, le retoriche del tipo “siamo tutti sulla stessa barca”, “andrà tutto bene”, “uniti ne usciremo”, ecc. sono solo meri inganni. Non c’è pacificazione possibile, in un conflitto epocale in cui una parte minoritaria dell’umanità ha sconfitto il resto del mondo e lo domina a proprio piacimento e nel proprio esclusivo vantaggio. Tanto più che questa devianza cronica della nostra specie ormai assume le dimensioni di una crisi ecologica definitiva.

Oltre ad aver già avviato la sesta grande estinzione di massa della storia planetaria, la nostra specie si appresta a decretare la propria stessa fine, in tempi che, su scala biologica ed evoluzionistica, sono drammaticamente rapidi.

La risposta a questo frangente epocale non può essere il ritorno all’economia di caccia e raccolta. Siamo quasi otto miliardi di esseri umani e abbiamo mutato il pianeta troppo in profondità, perché quel tipo di relazione ecologica possa essere possibile. Tuttavia forse possiamo imparare a usare il nostro “acceleratore evoluzionistico” cognitivo per rivedere il nostro modo di stare al mondo.

Gli esseri umani più attenti si sono sempre fatti delle domande sul nostro modo di convivere tra noi, sul nostro rapporto con gli altri esseri viventi e con l’ambiente in cui viviamo. Ci facciamo da tempo anche delle domande sui meccanismi economici e sociali. Non siamo proprio al grado zero di consapevolezza. Ci servirebbe una nuova “realtà immaginata” forte e diffusa da opporre a quella dominante dell’individualismo rapace e consumista, dell’egoismo assolutizzato. Se non sarà il socialismo marxista, sarà qualcosa di analogo, magari aggiornato e sfrondato di schematismi dogmatici. Bisogna lavorarci su, senza buttare via le conquiste teoriche e le risultanze storiche acquisite.

Per citare il mio saggio amico Stefano Puddu Crespellani, “c’è bisogno di una generazione che declini l’amor proprio in chiave comune, qualcosa che includa la passione civile e l’amore per il territorio e la comunità in un unico sentimento di disponibilità”.

Mi sembra un orizzonte minimo verso cui muoversi. Poi, certo, bisogna studiare, capire, diffondere consapevolezza (la pantomima sulla riapertura delle scuole di questi giorni non induce a essere ottimisti, purtroppo). E bisogna essere disposti a rimettere in discussione molte cose, a partire dal nostro rapporto malato con i beni di consumo e con il denaro, e poi l’istituzione familiare, i rapporti sociali, il concetto di ordinamento giuridico e di stato, la nostra relazione stupidamente oppositiva con la “natura” o “l’ambiente”.

Se non ci riusciremo, dopo tutto, sarà peggio per noi.




Piccola bibliografia di riferimento

Jared Diamond, Armi acciaio e malattie, Torino, Einaudi, 1998
Id., Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Torino, Einaudi, 2005
Naomi Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli, 2007
Ead., Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, Milano, Rizzoli, 2015
Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, Milano, Bompiani, 2018

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