Da colonia di sfruttamento a lazzaretto il passo è breve: cronache dalla Sardegna in tempi di covid-19

Focolai di contagio da covid-19 in zone turistiche sarde. Perché non dovremmo stupirci di questa notizia?

Quando in primavera si cominciava a paventare la riapertura totale post lockdown, i timori riguardo l’isola erano precisamente questi: non rischiamo di ritrovarci investiti dal contagio dopo essercene in larga misura salvati fin qui?

Facendosi maldestro interprete di questi timori, il presidente Solinas aveva esternato per giorni, occupando le cronache sarde e italiane con annunci improbabili, ma se non altro giustificati dalle circostanze. Le risposte dall’Italia, e in particolare dall’Italia del Nord (Lombardia in primis), erano state stizzite e aggressive. È cronaca di pochi mesi fa, non ci torno su.

Fatto sta che la sola ipotesi che potesse essere violato il diritto alla vacanza in Sardegna dei danarosi turisti lombardi, piemontesi, ecc. ed anche, di conseguenza, che fossero minacciati i profitti che le imprese norditaliane del settore estraggono dalla Sardegna, suonava come un oltraggio.

Ora emergono le tristi statistiche di un contagio sostanzialmente incontrollato nei paradisi vacanzieri per vip, situati nel nord-est dell’isola. Sarà colpa dei nativi?

Per sintetizzare la faccenda, mi rifaccio a un post FB odierno di Cristiano Sabino:

Quel che mi preme sottolineare è la facilità con cui il contesto mediatico, politico e affaristico italiano sta riuscendo a far passare la Sardegna da vittima a colpevole, in una situazione in cui chi la amministra ha il solo torto – non piccolo, beninteso – di non aver voluto/saputo/potuto assumere decisioni più drastiche, puntuali e lungimiranti, sia in termini di prevenzione, sia in termini di riorganizzazione del turismo e dell’accoglienza, sia in termini di protocolli sanitari.

Ora la possibilità che la Sardegna diventi da territorio sostanzialmente al riparo dalle peggiori conseguenze della pandemia a luogo di quarantena chiuso e isolato non è più un mero timore. Il fatto stesso che la si presenti come un’eventualità concreta ne fa quasi una profezia che rischia di auto-avverarsi.

Chi protesterebbe, per un esito del genere? La classe politica sarda, selezionata in base alla fedeltà e all’opportunismo egoistico, non ha molti strumenti spendibili a propria disposizione ed è lecito dubitare che saprebbe compattarsi in una battaglia di civiltà e di democrazia, senza esservi minimamente preparata.

I principali mass media sardi si troverebbero messi alle strette, anche qui soprattutto per la poca abitudine a svolgere una funzione realmente informativa, indipendente dalla volontà e gli interessi dei padroni.

Il mondo economico, pesantemente condizionato da clientelismi, legami opachi con la politica e con centri di potere e di interesse esterni, da dinamiche di clan e di consorteria, difficilmente potrebbe trovare in sé le motivazioni e le argomentazioni per esprimere una posizione critica.

Il mondo della cultura, indebolito dalle misure restrittive dovute al contagio, spesso timido, se non complice dei vari centri di potere, nelle questioni politiche più delicate, è troppo eterogeneo e sfibrato, troppo soggetto a ricatti, troppo screditato presso l’opinione pubblica, per poter incidere realmente. Posto che ne avesse voglia.

Si tratta dunque di una situazione in cui rischiamo di pagare a caro prezzo e tutte insieme le conseguenze della subalternità e della dipendenza a cui siamo stati assuefatti nel corso di decenni.

Sarà facilissimo, per il governo italiano, decretare la chiusura a doppia mandata della Sardegna, al contrario di quanto fatto – colpevolmente, se non con dolo – con la Lombardia tra febbraio e marzo scorsi. Così come è stato facile, fin qui, imporci porcherie assortite in ogni ambito strategico, dai trasporti alla scuola, dal settore primario all’energia, dall’occupazione militare alla questione linguistica, e via elencando.

Per altro, la situazione del contagio va comunque gestita. Non basta nemmeno far fronte comune contro la riduzione della Sardegna a gigantesco “lebbrosario”, bisogna anche premunirsi e organizzarsi per rispondere all’emergenza sanitaria. Cosa che non è mai stato fatta prima, a dispetto dei proclami roboanti – quasi sempre fuori luogo – della politica isolana.

Come non ci si era attrezzati prima, per rispondere all’incombente minaccia epidemica, allo stesso modo si è fatto in queste settimane, forse illusi che gli arrivi turistici restassero tutto sommato pochi e che il problema non si presentasse nemmeno. Non so poi quanto abbiano inciso su queste inadempienze della giunta regionale gli ordini arrivati dall’alto (si fa per dire) tramite il plenipotenziario coloniale della Lega nell’isola, Zoffili.

Sia come sia, il discorso alla fine torna sempre al nodo centrale. La dipendenza e la subalternità sono di per sé una minaccia, tanto più grave quanto più grave è la situazione di contesto. Attendersi che ci facciano uscire da questo pericoloso impasse storico le forze politiche espressione di partiti e centri di interesse esterni è un’illusione che ormai somiglia fin troppo a un (auto)inganno. Il ragionamento vale anche come monito in vista della prossima tornata elettorale.

Non resta che confidare nelle residue forze sociali che hanno conservato un minimo di autonomia, in qualche sussulto del variegato panorama culturale, in uno scatto di orgoglio, sia pure sollecitato dal calcolo, di qualche settore produttivo, nelle voci indipendenti e serie dell’amministrazione pubblica, specie di quella locale.

Come cittadini, non possiamo fare altro che rispettare quel minimo di regole di buon senso riguardo l’igiene, le precauzioni, le forme di consumo e di relazione che possono attenuare e sperabilmente azzerare i rischi di una nuova, incontrollata ondata di contagio. E farci carico di una partecipazione più attenta e attiva alla politica.

In ogni caso, se avverrà la chiusura d’imperio della Sardegna, tutto potremo dire tranne che non potessimo aspettarcelo. Sarà da vedere come ne verremo fuori e quali conclusioni ne trarremo.

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