I nodi vengono al pettine: rapporti diseguali, sguardo coloniale e propaganda nel post covid-19

La querelle di questi giorni riguarda le relazioni tra Sardegna e Lombardia, a proposito dell’imminente stagione turistica.

Il presidente Solinas cerca di non pestare troppi piedi importanti (in primis quelli dei suoi mandanti leghisti) e al contempo di proteggersi le terga da eventuali responsabilità nel caso di una nuova fiammata epidemica in Sardegna.

In tempi così critici non è facile il mestiere del podatario. Tutti i vantaggi che se ne possono trarre in tempi ordinari, al mutare della situazione rischiano di trasformarsi in una trappola mortale. Non scontentare il padrone e tenere buoni i sottoposti risulta impossibile; bisogna scegliere e scegliere comporta sempre un rischio, ossia quel che meno ama la nostra classe politica coloniale.

Nella polemica tra il sindaco di Milano Sala e Solinas non c’è dubbio comunque che sia il primo ad avere torto marcio. Per quanto pasticciate e sconclusionate siano le dichiarazioni del presidente della Regione Sardegna, quelle di Sala sono semplicemente irricevibili.

In tanti, nelle scorse ore, hanno stigmatizzato la protervia colonialista e l’arroganza padronale con cui Sala è arrivato a minacciare la Sardegna. Le parole che mi sono piaciute di più sono quelle che ha speso su Facebook Valeria Casula:

Caro Sindaco Sala,
sono sarda, vivo a Milano da 22 anni e non vado in Sardegna dall’inizio dell’anno. Ero solita tornare con una certa frequenza, sarei dovuta tornare l’ultimo week-end di febbraio, e nonostante potessi farlo ho preferito annullare la partenza perdendo anche i soldi del volo, perché ho ritenuto doveroso proteggere la mia isola dal pericolo di contagio, perché l’epidemia era già scoppiata qui in Lombardia ma non era possibile effettuare un tampone, neanche privatamente.
Dopo di allora sarei dovuta tornare a fine aprile, e non è stato possibile, poi in questi giorni e sino al 2 giugno, e ovviamente non è possibile, dovrei tornare a fine giugno e anche quel volo è appena stato annullato.
Anche quando sarà nuovamente possibile e anche qualora non fosse necessaria alcuna attestazione sanitaria, non vi tornerò sino a quando non avrò accertato la mia negatività al Covid-19.
E vede Sindaco caro, a me non solo mancano le acque cristalline della Sardegna a me mancano i miei genitori, i miei amici, la mia cara zia anziana e malata per la quale tornavo tanto frequentemente, insomma a me mancano la mia terra e il mio popolo.
Probabilmente non le rivelo una notizia se le dico che la Sardegna è una regione molto più povera della Lombardia, con un sistema sanitario fragile e inadeguato per i soli suoi abitanti (quindi figuriamoci in presenza di turisti), sicuramente impossibilitata in caso di epidemia a spostare malati in altre regioni o addirittura paesi (come ha fatto la Lombardia),
Caro Sindaco, se riesco io a comprendere le ragioni della rinuncia alle mie visite in Sardegna, le ragioni per cui la Sardegna, così come altre regioni, cerchi di trovare una modalità per mitigare il rischio di sbarco di persone positive, francamente mi risulta difficile comprendere come non ci arrivi chi ha come unico motivo di andare in Sardegna quello di farsi un bagno e prendere la tintarella di stagione.

E ancora:

Lei forse di questo periodo si ricorderà, come ha detto, del fatto che non è potuto andare a godersi il mare di Sardegna, sicuramente io ricorderò altro, tanto altro.
Ricorderò di come questa emergenza è stata gestita in Lombardia e di come viene ancora gestita, ricorderò il collega che non c’è più e l’altro, molto più giovane di me, ancora intubato dopo diverse settimane che non so quando e in quali condizioni di salute rivedrò.
Mi ricorderò dei forni crematoi dei cimiteri che non riuscivano a smaltire i cadaveri pur marciando giorno e notte, 7 giorni su 7, dei medici e degli infermieri stremati che dormivano qualche ora in ospedale su una sedia, in terra o su una poltrona per poi riprendere a lavorare, degli anziani morti soli ai cui parenti non è stata neanche data la possibilità di un ultimo saluto né in vita, né in morte, delle persone che dormivano per strada che potevano fare affidamento unicamente nelle mani tese di qualche volontario…
Spero che la stessa determinazione, o meglio arroganza, mostrata in questo video la adotti anche nel denunciare che se la Lombardia non è in grado in questa fase non più emergenziale di fare ciò che avrebbe dovuto fare da subito, vale a dire identificare tutti i positivi, tracciare i contatti e testare anche questi, è essa stessa che sta privando i cittadini lombardi (fra cui la sottoscritta) della possibilità di spostarsi in altre Regioni e non sono certo le Regioni a contagio zero che, seppur povere, sono disposte a sacrificare una fettina di PIL legato al turismo per non mettere a rischio la salute pubblica.

La polemica non è mediata dal governo centrale, che anzi si schiera con la classe dirigente lombarda, difendendone le ragioni e soprattutto gli interessi che essa rappresenta.

Lo ha fatto fin dall’inizio, quando ha disposto misure di contenimento del contagio che punivano severamente l’intera popolazione dello stato italiano pur di far continuare a funzionare il sistema economico lombardo, con la ragione (o la scusa) che la Lombardia è la “locomotiva del Paese” e al contempo il modello più virtuoso in tutti i campi, a cominciare dalla sanità.

Quanto questo sia vero, è stato rivelato crudamente da questi mesi di crisi sanitaria, sociale e politica. Eppure la lettura egemonica propalata dal governo e diffusa sui mass media era questa. A dispetto delle poche certezze scientifiche sulla dinamica del contagio, sul suo andamento e sui suoi effetti.

Come scrive lucidamente WuMing1 in una sintesi delle analisi condotte in questi mesi, rifacendosi a un noto (ma poco considerato dai mass media mainstream) articolo di Erin Bromage:

Il problema sono sempre stati gli spazi chiusi. In particolare, chiusi, affollati, poco ventilati: «in tutte le situazioni prese in esame le persone sono state esposte al virus presente nell’aria per un periodo prolungato (ore). Anche se si trovavano a 15 metri di distanza (coro e call-center) e la dose infettante era ridotta, il contatto prolungato con il virus è stato sufficiente a provocare il contagio e in alcuni casi la morte.»
Sarebbe stato logico chiudere le fabbriche e organizzare la vita sociale perché la gente potesse stare il più possibile all’aria aperta in parchi, boschi, campi, spiagge. Invece si è fatto il contrario. Per l’ennesima volta constatiamo che c’è stato uno «scambio spettacolare». La chiusura delle fabbriche è stata una mezza farsa, c’è stata una pioggia di deroghe (vedi l’inchiesta pubblicata qui su Giap l’1 maggio scorso), più della metà dei lavoratori dipendenti ha continuato a lavorare, mentre si è feticizzato lo #stareincasa, si sono tenuti milioni di persone in cattività (contagiati e non contagiati insieme, dato che non c’è mai stata una seria campagna di test sulla cittadinanza), punendo e mettendo alla gogna chi usciva a sgranchirsi le gambe e prendere una boccata d’aria, multando persino conviventi perché erano usciti insieme, chiudendo i parchi, mettendo il nastro rosso e verde intorno ai giochi dei bambini, mandando gli elicotteri a pattugliare le spiagge, sorvolando i boschi coi droni, strillando che il virus era genericamente «nell’aria», tutte cose del tutto irrazionali rispetto al fine propagandato.
Nel mentre, come si è detto, le dinamiche reali del contagio erano tutt’altre.

Inutile prenderci in giro, sappiamo benissimo – e lo sa Sala, come lo sanno anche i commentatori che dalla Lombardia in questi giorni stanno rovesciando vagonate di veleno su Solinas e spesso su tutti i sardi indistintamente – che a parti invertite non solo la Sardegna sarebbe stata serenamente abbandonata a se stessa, ma avrebbe subito anche lo stigma della colpa, di meritarselo.

Le parole di Sala sono irricevibili da ogni punto di vista, ma soprattutto perché in un bilancio tra ciò che la Lombardia ha dato e ricevuto dalla Sardegna non sarebbe certo la prima a uscirne con qualche credito da riscuotere.

Lasciamo stare la lunga vicenda della costruzione dell’unità italiana e dell’imposizione della supremazia economica del Nord, a discapito del Sud e delle Isole. Vicenda sulla quale mi limito a rifarmi alle parole spese in proposito da Antonio Gramsci.

Certo, già lì sono presenti molti dei fattori che poi hanno caratterizzato le relazioni tra le diverse porzioni dello stato italiano. Ma in Sardegna la dinamica coloniale emerge in tutta la sua portata soprattutto nel secondo dopoguerra, al momento della realizzazione del Piano di Rinascita industriale. Un Piano che favorirà, come sappiamo, due imprenditori lombardi (Angelo Moratti e Nino Rovelli), garantendone le fortune, anche grazie a robusti finanziamenti pubblici e facendoli diventare sostanzialmente i padroni dell’isola.

La natura coloniale di questa vicenda non è attenuata bensì confermata dalla contemporanea emigrazione di massa dalla Sardegna (la prima, così consistente, della sua storia), anche verso il Nord Italia. Dunque non solo una sottrazione di territorio e di risorse, di democrazia e possibilità di sviluppo diverse, di reale progresso sociale e politico, ma anche una sottrazione brutale di forze vitali e di relazioni umane.

Le fortune dei Rovelli nell’isola non supereranno lo scoglio della crisi petrolifera degli anni Settanta e della cattiva gestione imprenditoriale, invece il rapporto diseguale con la SARAS dei Moratti non si è ancora estinto. Basti pensare a quanto pesi la sua presenza attiva sull’isola nella questione energetica. Senza considerare i guasti ambientali, sempre poco indagati.

Ma i Moratti non sono gli unici imprenditori lombardi ad avere cospicui interessi in Sardegna. Per restare in campo industriale, va menzionato almeno l’attuale presidente del Cagliari, Tommaso Giulini, con la sua Fluorsid. Ma anche in ambito turistico la presenza lombarda ha sempre avuto un peso notevole. Non in termini di ricaduta economica, tuttavia, dato che le grandi società che traggono dal turismo sardo i loro proventi non sempre riversano i propri tributi nelle casse dell’isola. Anche su questo sarebbe bene fare prima o poi un ragionamento serio, sulla base di studi approfonditi, sia di tipo economico sia di tipo sociologico. Il mito del turismo come principale fonte di sostentamento per i sardi è duro a morire, ma resta un mito con pochissima aderenza alla realtà storica.

In generale non è solo questione di rapporti istituzionali tra regioni dello stato o tra territori. La crisi lombarda esplosa col coronavirus mette in discussione gli assetti produttivi, sociali e politici su cui storicamente si è fondato lo stato italiano medesimo.

La rimozione della realtà da parte della classe dirigente lombarda, con le incredibili rivendicazioni di successo fatte dai vertici regionali (in particolare dal presidente Fontana e dall’assessore alla sanità Gallera), mostra una difficoltà a cimentarsi con un passaggio storico complicato, che rischia di aprire una crisi ulteriore e più profonda di quella attuale.

Del resto, a Milano e in Lombardia, le prime vittime delle scelte scellerate della classe politica e dirigente locale sono i cittadini lombardi stessi. E, a naso, lo sanno benissimo.

La cornice interpretativa dello scontro etnico (in questo caso tra Sardi e Lombardi) non ha alcun senso, meglio chiarirlo subito. Gratta gratta, come sempre, anche qui fa capolino la solita, vecchia lotta di classe, sia pure nelle sue forme attuali. In ogni caso, vanno distribuite correttamente le responsabilità. Ma il discorso è più ampio del caso di cronaca.

La dimensione coloniale dell’unificazione italiana si basa molto anche su una potente egemonia culturale che ha sempre giustificato il rapporto di subalternità del Meridione e delle isole verso il Nord. Se crolla tutto l’apparato narrativo e simbolico su cui tale egemonia si basa (la supremazia morale e pragmatica del Nord), è possibile che la crisi finisca per travolgere anche gli aspetti sostanziali di questo rapporto.

La costruzione centralista, anti-popolare, fondata su una rivoluzione passiva e ancorata a ben precisi interessi di classe, fa dell’Italia attuale uno stato debole, malato e in fase di decadenza conclamata. Non saranno certo le manifestazioni di sciovinismo spicciolo, come la pagliacciata delle “frecce tricolore” a svolazzare (e lasciare un po’ di inquinamento) sui cieli delle città (Cagliari compresa, non sia mai!), a risolvere alcunché. E non basteranno maldestri e offensivi tentativi di marketing istituzionale a rinvigorire uno spirito di patria mai veramente sedimentato e soprattutto senza grandi argomenti a suo favore.

Sarebbe auspicabile essere più preparati al conflitto che sta covando sotto l’emergenza sanitaria. E non lo siamo.

Non lo siamo, perché chi governa attualmente la Sardegna ha legato il proprio successo politico e la propria carriera a gruppi di potere che hanno il loro baricentro proprio in Lombardia o comunque nel Nord Italia. La sudditanza del PSdAz verso la Lega di Salvini (e domani magari di Zaia o di chissà chi altro) non è il viatico migliore per presentarsi pronti sullo scenario che si sta preparando per i mesi e gli anni a venire.

Ma il discorso non cambierebbe nemmeno se al potere ci fossero i contendenti istituzionali di Solinas e soci, ossia quel centrosinistra italiano in Sardegna ormai ridotto a un agglomerato poco coeso di fazioni sempre più deboli e incapaci, benché sempre agguerrite sul terreno della mera tattica, del gioco dei posizionamenti vantaggiosi e del carrierismo a qualsiasi costo.

Se pensiamo che una delle poche prese di posizione di questa pseudo-opposizione è stata quella di Massimo Zedda, ex sindaco di Cagliari, secondo cui bisognerebbe fare della Sardegna una cavia da esperimenti, non è che possiamo sentirci particolarmente rassicurati.

Il conformismo o il silenzio tombale dell’intellettualità accademica e di quella che ha voce in capitolo sui mass media si commentano da sé.

Il problema è strutturale e mai come in questa occasione è risultato così evidente. La relazione diseguale e subalterna della Sardegna verso lo stato italiano (e dunque verso i suoi territori egemoni e le loro classi dominanti) non è un incidente di percorso dovuto al momentaneo successo di una classe politica mediocre. Non è nemmeno un destino ineluttabile, dovuto a un’inferiorità congenita e permanente dell’isola e di chi la abita. Ci troviamo in una fase di incancrenimento di una forzatura storica nata male e andata avanti in modo malsano.

Altri territori dello stato reagiscono con altro piglio al momento difficile (benché sempre dentro un groviglio di contraddizioni di non facile soluzione). Pensiamo alla Campania del presidente-sceriffo De Luca, figura molto popolare che però a me suscita prevalentemente un sano terrore. O pensiamo alle Province Autonome di Trento e Bolzano, ben decise a farsi valere sia verso la confinante Lombardia, sia verso lo stato centrale, sia persino nei confronti dell’Austria (con poche speranze di successo, va detto).

In Sardegna siamo nelle mani di persone inadeguate al proprio ruolo, selezionate per questo, allo scopo di mantenere l’isola in uno stato di soggezione, impotenza, mutismo.

Dobbiamo esserne coscienti. Intanto, per gestire come si deve le questioni contingenti. Come scrive sul suo profilo Facebook il sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis:

Governare significa prendere decisioni. Fin da quando si è cominciato a parlare della stagione turistica, si sa che il sistema migliore per garantire a tutti la sicurezza è fare i tamponi a chi sbarca in porti e aeroporti. Trovare i soldi e i materiali, organizzare gli spazi e il personale, sono i compiti della politica e dei suoi assistenti. Prima, però, bisogna prendere la decisione di farla, questa cosa.
Significa arrogarsi un potere che la RAS non ha? Significa arrivare ad uno scontro con lo Stato? Va bene. Si sa che è così e si agisce di conseguenza, perché si è sempre detto che la salute è al primo posto.
Tergiversare, chiacchierare senza costrutto, saltare da una proposta all’altra è il metodo proprio di chi fin dall’inizio ha scelto di non prendere l’unica decisione di vero peso politico.
Nessun interlocutore o avversario ti prende sul serio se non dimostri coerenza. A Milano, di chi si comporta come Sala si dice che «l’è el padron della melonera», per significare che è un prepotente, uno smargiasso. Ma il modo per smontarlo non è scendere in strada a rissare con lui. È prendere una decisione in difesa dei tuoi interessi e praticarla.

Su questo terreno, insomma, non ci siamo proprio.

Ma sul tappeto c’è il più ampio tema della problematica collocazione della Sardegna nell’Italia di oggi (di domani, chissà), in un contesto europeo fragile e prossimo a sviluppi conflittuali, in un’area mediterranea tutt’altro che pacifica. Mentre il mondo deve affrontare le conseguenze di una globalizzazione idiota, crisi ambientali in fase di peggioramento e il probabile ripetersi di pandemie planetarie. Non sono questioni da affrontarsi con le comparsate sui mass media, con dichiarazioni diversive o interlocutorie e nemmeno con la banale retorica barricadera e/o nazionalista.

Non si possono affrontare nemmeno con timore, conformismo, paraculaggine. Non è davvero più il momento. Spero che questa consapevolezza si diffonda rapidamente e ci porti ad agire tutti di conseguenza.

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