I nodi da sciogliere che non vediamo

Dopo quattro mesi, la guerra in Ucraina non smette di accumulare distruzione e morte e di lacerare le coscienze europee. Con il pericolo reale ben camuffato e nascosto dietro una cortina di narrazioni diversive.

Come previsto, l’Ucraina sta pagando un prezzo altissimo al conflitto e rischia di pagarne uno ancora più alto, sia sul piano materiale sia sul piano politico. Ma anche l’Europa rischia di pagare un prezzo salatissimo. L’Europa intesa in senso ampio; non semplicemente come Unione Europea, bensì come spazio geografico e culturale democratico, potenzialmente alternativo ai blocchi autoritari e spesso anche imperialisti che si contendono l’egemonia globale.

Certo, è una democrazia fragile, quella europea, per giunta in fase di ulteriore indebolimento, e non ha ancora fatto pienamente i conti col suo passato colonialista. È anche indubbio un fenomeno di sclerosi politica, specie ai vertici istituzionali, a cui però sembra poter rispondere qualche residua forza sociale e culturale non del tutto piegata e omologata. In Italia non tanto, ma in altri paesi sì.

Lo scenario che si profila è sempre quello di cui ho parlato nel post La grande trappola. In questi giorni, gli indizi che quella lettura sia valida si sono moltiplicati.

Le esternazioni di Putin e dei maggiori esponenti del suo gruppo di potere – da Medvedev a Lavrov – chiariscono uno dei significati di questa sorta di spedizione punitiva contro l’Ucraina, paese considerato una “regione” della Grande Russia, abitato da genti che sono semplicemente dei russi di serie B. Il senso è la feroce ostilità verso ogni possibile forma di democrazia e di società aperta.

Quella russa è un’aggressione imperialista e colonialista. Non capirlo è un errore di valutazione serio, se lo commette chi professa ideali di sinistra e parteggia per la democrazia reale, per i diritti sociali e civili, ecc. Che una parte della sinistra europea, più legata allo stalinismo, in odore di rossobrunismo, assuma posizioni favorevoli a Putin e ostili all’Ucraina è comprensibile: in quell’ambito esiste una forma di sospetto, se non una vera paura, verso forme di democrazia inclusiva, verso temi come il femminismo e i diritti della comunità LGBTQ+, verso l’ambientalismo, ecc. Ancora più normale che le destre fasciste o para-fasciste siano schierate con Putin (salvo fare ambigue dichiarazioni di circostanza che servono solo come paravento, per assicurarsi la piena legittimazione politica).

Il bersaglio finale o di fondo resta comunque la democrazia. Magari si aggiunge a questo sostantivo qualche aggettivo, per qualificarla in modo sminuente (liberale, borghese, occidentale o che so io), ma alla fine, in molti casi, il bersaglio è la democrazia tout court, l’idea stessa di un’ordine sociale e politico non gerarchico, non controllato, non sotto tutela, non rispondente a dogmatiche ideologiche, realmente egualitario e aperto.

Nel campo nominalmente avverso alla Russia di Putin vediamo che USA e soprattutto Regno Unito spingono perché il conflitto si intensifichi, senza alcuna empatia verso le popolazioni coinvolte, solo per calcolo. La NATO, nel suo insieme, fa la sua politica opaca e tutt’altro che determinata a difendere l’integrità dell’Ucraina e la piena agibilità politica della sua popolazione.

Il capolavoro di cedere alle richieste di Erdogan, pur di consentire a Svezia e Finlandia di aderire all’Alleanza, è un punto su cui occorre soffermarsi. È una delle spie più luminose del vero significato di questo frangente storico. La vittima sacrificale saranno, per l’ennesima volta, le popolazioni curde e, nello specifico – non per caso – quella parte delle popolazioni curde che rappresenta una possibile alternativa politica tanto ai regimi autoritari quanto alle derive fondamentaliste e/o tribali della regione.

Su tutta la faccenda si è espresso anche il quasi centenario Henry Kissinger, chissà perché rispolverato come autorevole commentatore politico dai media internazionali. Kissinger, con sorpresa di tante persone, anche ben informate, ammonisce a non considerare come nemico pubblico n. 1 il regime putiniano e nemmeno la Cina, parla di errori del campo occidentale e lancia ammonimenti apparentemente votati alla pace e alla concordia internazionale. Qualcuno, sia tra i fautori in buona fede della pace, sia tra quelli che parlano di pace ma solo nei termini più favorevoli all’aggressione russa, ne gioisce. Eppure anche questa è una spia piuttosto chiara e allarmante di come stiano le cose davvero.

Un vecchio reazionario, visceralmente ostile a qualsiasi forma di democrazia popolare e di società non gerarchica, non condizionata dal mero consumo e dal dominio dei meccanismi capitalisti, che interesse ha a difendere la Russia e persino la Cina contro la propria stessa parte? Io me lo chiederei, prima di gioire troppo. Anzi, me lo sono chiesto. Sono abbastanza anziano da sapere bene chi sia Heinz Alfred Kissinger. Uno che per molto tempo è stato in cima alla lista dei nemici del popolo di tre quarti del pianeta. Uno a cui stavano benissimo i colonnelli greci, Pinochet e la giunta militare argentina (giusto per citare qualche suo amico). Uno che non si metteva problemi a minacciare il povero Aldo Moro di rappresaglie, se avesse dato esito positivo al “compromesso storico” tra DC e PCI (operazione di suo tutt’altro che rivoluzionaria).

Kissinger tutt’a un tratto si redime, in tardissima età, e diventa un paladino della pace nel mondo? Mi scuserete, ma non ci credo nemmeno per un secondo. Così come credo poco a chi parla di pace e sostiene le buone ragioni del regime putiniano. Che poi spesso sono le stesse persone che – anche qui magari alcune volte in buona fede – difendevano Assad in Siria, anche contro le istanze democratiche siriane, solo perché dichiarato nemico dagli USA.

In tutti questi casi emerge la difficoltà a ragionare in termini obiettivi, partendo da un punto di vista non ombelicale, non occidente-centrico. Io sono pressoché sicuro che all’amministrazione USA e ai vertici NATO dell’Ucraina non gliene infischi nulla. La useranno tatticamente, in questo passaggio storico, ma non perché intendano difenderne i processi democratici, la sovranità e il diritto ad esistere. Gli stessi governi che ora inviano armi al governo ucraino saranno del tutto disposti a sacrificarlo, alla prima occasione buona. Ciò non significa che non sia giusto consentire all’Ucraina di difendersi da un’aggressione ingiustificata e odiosa.

Non è certo necessario essere estimatori di Volodymyr Zelens’kyj, per prendere una posizione netta contro l’invasione russa. Non è affatto necessario nemmeno essere fan della NATO o degli USA. Sono valutazioni che stanno su piani diversi. Non dobbiamo mai perdere di vista una realtà ineludibile: l’Ucraina esiste, esiste la sua popolazione, esiste il diritto di questo paese e di chi lo abita all’autodeterminazione. Il Donbass e la Crimea sono un’altra faccenda. Il loro status e la loro sorte meritano una riflessione meno condizionata dalla propaganda e svolta alla luce dei dati sul campo, considerando con spirito di giustizia la volontà delle popolazioni (posto che ne rimangano di consultabili, visto l’andazzo di deportazioni, emigrazioni, immigrazioni forzate ecc.).

Quando gli USA invasero l’Iraq nel 2003, con pretesti irricevibili, ben pochi tra coloro che contestavano questa scelta potevano dirsi ammiratori o difensori del regime di Saddam Hussein. Si riusciva a distinguere i piani della questione. Non vedo perché non sia possibile, con tutte le differenze del caso (in Ucraina, checché se ne dica, non c’è un regime dittatoriale), farlo anche riguardo all’Ucraina.

Sostenere la difesa ucraina contro l’aggressione russa è una scelta di buon senso, non solo in linea di principio, ma anche in linea pragmatica: la Russia, storicamente, non ha mai riconosciuto altro ostacolo che la forza altrui. Per portare il regime putiniano o qualsiasi altro governo russo al tavolo della pace non è opportuno, oltre a non essere giusto, dargliela vinta su tutto il fronte.

Questa opzione – il rifornimento di strumenti di difesa all’Ucraina – ha dei rischi e ha dei limiti, ma non vedo cos’altro si potrebbe fare. Caso mai va sempre tenuto vivo il discorso dei due pesi e due misure, a carico dei governi occidentali. Si può sostenere la causa ucraina senza abdicare al doveroso esercizio della critica sulle ipocrisie dei nostri governi riguardo ad altri scenari: dei Curdi abbiamo detto, ma poi ci sono anche le guerre in Africa e la connessa, gravissima situazione dei migranti (vedi strage di Melilla), la questione palestinese, quella dei Saharawi e chissà quante altre potremmo elencarne.

Il terreno sui cui l’ambito democratico, socialista, internazionalista, intersezionalista, ambientalista può ritrovarsi è quello della difesa (prima di tutto) e della promozione (dove e quando ci si riesce) delle conquiste storiche sul piano dei diritti, dell’inclusività e dell’apertura culturale, dell’emancipazione sociale e del principio di eguaglianza, della ricerca di un modo di convivere tra noi esseri umani, con le altre specie viventi e con l’ecosistema planetario diverso da quello che ci ha condotto a questo punto drammatico della nostra storia.

Così come nel caso della pandemia da covid-19, anche la guerra in Ucraina è usata efficacemente per dividere e indebolire il campo democratico. Questo è un obiettivo strategico delle oligarchie planetarie, di ogni latitudine e longitudine. Quali che siano le retoriche impiegate e i posizionamenti di facciata, il vero conflitto in corso è questo. Niente di strano, dunque, che un personaggio come Kissinger faccia il genere di discorso che ha fatto in questi giorni. Niente di strano che le élite occidentali siano del tutto disponibili ad accordarsi con un autocrate come Erdogan, sulla pelle dei Curdi, per averlo tatticamente dalla propria parte nel gioco di potenza contro la Russia. Non in nome della democrazia e del progresso sociale, bensì solo in un’ottica di mantenimento del potere e di spartizione delle aree di influenza.

Le stesse élite occidentali non stanno certo con le mani in mano, quando si tratta di assecondare gli istinti più retrogradi di minoranze agguerrite e dotate di mezzi adeguati, a patto che garantiscano l’intangibilità dello status quo e anzi proteggano le oligarchie dal rischio di dolorosi ribaltamenti democratici. Significativa l’ipocrisia con cui l’ambiente del Partito Democratico USA si esprime in questi giorni sulla sentenza della Corte Suprema che de-costituzionalizza il diritto all’aborto. Un diritto all’aborto che nessuna amministrazione democratica USA si è mai sognata di rendere definitivo e stabilito a livello generale. Ed è significativa anche la noncuranza con cui nell’Unione Europea, dietro la facciata di operazioni neutre o addirittura virtuose, si procede sulla strada dell’erosione degli spazi di dissenso sociale e di critica politica e si frustrano o quanto meno delegittimano le aspirazioni all’autodeterminazione democratica al suo interno.

L’Italia è un caso esemplare, su questo terreno, e non in senso positivo. Crisi sociale e crisi ambientale si sommano in una combinazione potenzialmente devastante, ma lo spazio della comunicazione e dell’infotainment è occupato da tutt’altro. Per esempio, dall’imposizione di schemi rigidi a cui aderire su ogni questione rilevante, che sia il covid o la guerra, con tanto di promozione a detentori di voce in capitolo di personaggi improbabili, scelti all’uopo. O, ancora, dall’attacco sistematico contro la povertà, con la stigmatizzazione delle richieste di condizioni di lavoro dignitose. E anche, da un altro lato, dai panegirici celebrativi su grandi capitalisti, trapassati o no che siano, additati come i veri eroi del nostro tempo (vedi l’osceno spettacolo in occasione della morte di Leonardo Del Vecchio). Intanto il caro-vita, specie sui beni essenziali, ci viene presentato come conseguenza della guerra e addebitato a Putin, quando si sa perfettamente che è l’esito di bieche manovre speculative, a cui i governi sono tutt’altro che ostili.

In questi anni la porzione più ricca dell’umanità si è ulteriormente arricchita, intanto che le conseguenze della pandemia, dei mutamenti climatici e dei conflitti si scaricano sull’intero orbe terracqueo e il prezzo più alto è sempre a carico delle masse più povere. Una buona fetta delle classi dirigenti mondiali lavora alacremente alla conservazione e anzi al consolidamento di questa situazione di estrema iniquità. Per loro i guai ambientali e climatici non sono un vero problema, dato che contano di farne pagare il prezzo a noi altri. Anzi, possono essere giusto l’ennesima opportunità di arricchirsi e di mantenere il controllo sui centri di potere. Non c’è alcun reale conflitto, tra le élite che governano il mondo, se non qualche occasionale lancio di dadi nel risiko delle porzioni di pianeta da piegare ai propri interessi.

Se non capiamo che è questo il vero nodo, prendiamo abbagli sia sul posizionamento da tenere sulle diverse vicende in corso, sia sulla vera natura delle contrapposizioni alimentate dai mass media e dagli algoritmi dei social media. E ne pagheremo materialmente le conseguenze.

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