Opinioni e sentenze diverse (guerra in Ucraina e annessi e connessi)

Per capire le crisi come quella Ucraina, o quella siriana, o quella jugoslava (ma l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura) non servono fini analisti dotati di “master in scienze politiche ad Harvard” (cit.). Basterebbe chiedere lumi a qualche gangster. Non dico a un grande capo mafia, piuttosto un boss di quartiere, di quelli che risolvono tutto a agguati proditori e colpi di pistola. Le amministrazioni USA e russa sono buoni esempi di mentalità criminale a livello globale, però meno sofisticata, più rozza, più stupida di quella dei grandi centri di interesse e profitto, legali, semilegali o illegali, che dominano il mondo (fondi di investimento, ‘ndrangheta, multinazionali energetiche, cartelli messicani, ecc.).

Chissà se Putin e la sua banda si accontenteranno di uno scenario tipo Francia 1940 o cercheranno di arrivare fino in Galizia, con un piede in piena Mitteleuropa. E chissà se si svilupperà in Ucraina una guerriglia partigiana. In fondo, già nel secondo dopoguerra l’URSS impiegò anni a domare la resistenza ucraina contro la nuova sovietizzazione. Le guerre lampo hanno la drammatica caratteristica di fallire quasi sempre e di trasformarsi in logoranti guerre di posizione o asimmetriche. In questi casi, non sai mai cosa augurarti, specie se pensi che intanto soffre e muore un sacco di gente.

La prima vittima della guerra non è la verità, ma la popolazione civile. Certo, anche la verità va a farsi benedire, e da prima che si spari il primo colpo. Poi c’è anche un danno più profondo, collocato nell’intersezione tra la coscienza di sé nel mondo e le forme che assumono le relazioni con gli altri. Anche dopo che le ostilità sono finite, questo tipo di lacerazioni impiegano molto tempo a guarire e a volte non guariscono mai. Legami che si sfilacciano, rapporti umani che perdono consistenza, paura e diffidenza come sentimenti dominanti verso le altre persone. E questo, tanto tra popoli e collettività estese, quanto tra gruppi più ristretti, comunità locali, famiglie. Sono traumi che restano e avvelenano gli spiriti, rendendo difficile la convivenza, la cooperazione e la solidarietà anche tra vicini. È uno dei prezzi più alti della guerra.

Notevole la faccia tosta, o la mancanza di una dose minima di onestà intellettuale, di troppi commentatori italiani. Parlo di quelli che imperversano sulle pagine dei principali organi di stampa e vengono chiamati a sentenziare in tv. L’asimmetria con cui trattano le vicende conflittuali e le guerre aperte a seconda di chi ne sia protagonista è sconcertante. Oggi, toni retorici affranti e moraleggianti, conditi di sentimentalismo finto-empatico. In altre circostanze, specie quando l’aggressore più o meno giustificato (di solito, per niente) sono gli USA, grandi arrampicate sugli specchi e trucchi argomentativi da quattro soldi, pur di rendere digeribili le malefatte del padrone. Come se davvero esistessero guerre buone e giuste e guerre cattive e sbagliate. Come se l’imperialismo fosse accettabile in certi casi e in altri no. Il vero “buonismo” ipocrita non è quello attaccato dai fascisti e dai destrorsi di ogni estrazione, compresi molti di questi stessi commentatori (uso il maschile esteso perché sono tutti o quasi tutti maschi), ma quello che si esercita a discrezione, a favore della banda criminale per cui si parteggia.

Significativo che in Russia stia montando un’opposizione popolare e politica alla guerra in Ucraina. In quel contesto, la sola idea di scendere per strada e manifestare contro il governo comporta dei rischi non indifferenti. Al contempo in Israele, che di suo è alleato di Mosca e non ha nulla da obiettare all’occupazione dell’Ucraina, si svolgono manifestazioni pro-Ucraina. Uno stato occupante e razzista ne spalleggia un altro, ma non tutta la popolazione asseconda questa posizione. In entrambi i casi è importante rilevare, ancora una volta, come gli stati non coincidano coi loro governi e i loro governi non siano rappresentativi dell’intera popolazione, persino in contesti a democrazia “controllata”, o non democratici e persino autoritari. Mi aspetto qualche scossone anche in Bielorussia. E mi piacerebbe che i popoli europei, su questo fronte, assumessero un nuovo protagonismo, a dispetto dell’opportunismo e della stupidità dei loro governi.

La NATO, in crisi da anni come apparato bellico, ma potente conglomerato di interessi affaristici, esce momentaneamente rafforzata da questa situazione. O meglio, più che rafforzata, legittimata. Altro merito di quel filibustiere di zio Volodja. In fondo, come ho già scritto, a lui sta bene così, quasi quanto agli USA. Ribadisco che dovremmo ragionarci su con maggiore discernimento, da questo angolo di Mediterraneo.

Uno dei timori suscitati da questa escalation bellica a due passi da casa è che intanto i gruppi dominanti delle varie province europee – e penso soprattutto alla scalcagnata repubblica oligarchica italiana – approfittino della distrazione generale per mettere in atto tutte le porcherie che in tempi normali faticherebbero a far passare senza colpo ferire. Già con la pandemia ci hanno provato e in parte ci sono riusciti. Con la guerra potrebbe essere ancora più facile. Pensiamo al grande pretesto dei prezzi dell’energia e del gas. Certo, i prezzi salgono; ma se le cause di questo aumento sono già belle opache di loro, a farmi paura sono soprattutto le decisioni che potrebbero essere assunte sulla base di questa circostanza. Tutta la speculazione brutale appena riverniciata di verde che è già in cantiere potrebbe subire una brusca accelerazione. I piani del governo Draghi sono già infarciti di schifezze spaventose, in questo senso, e la mole di denaro disponibile tramite il PNRR fa gola alle grandi bande di approfittatori sempre in agguato. Lo vedo distintamente nella drammatica faccenda del bypass ferroviario di Trento come nella sbavante propaganda relativa alla Sardegna “piattaforma energetica” a uso e consumo altrui. Direi di tenere le antenne dritte anche su questo versante.

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