La crisi ucraina, la geopolitica e la necessità di uno sguardo autonomo

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La crisi Ucraina mette in luce non solo il provincialismo cialtrone dell’establishment politico e affaristico italiano, ma anche la debolezza e l’impreparazione della politica sarda, compresa quella alternativa al blocco di potere dominante.

Premetto che detesto la geopolitica. Ne sono incuriosito, ma al contempo la trovo storicamente insulsa e moralmente repellente. Una cosa in particolare mi lascia sempre esterrefatto: la noncuranza con cui vengono considerate le vite degli esseri umani, i rapporti sociali, i legami culturali, le questioni ambientali, la realtà storica profonda.

Ciò detto, veniamo al tema di questo post.

In questi giorni assisto sconcertato sia al trattamento mediatico italiano della crisi ucraina, sia al relativo – surreale – dibattito scatenatosi sui social, in particolare quello interno al mondo indipendentista-autodeterminazionista e della sinistra in Sardegna.

Non so se l’ho già detto, ma a mio avviso l’Italia è un paese in fase di declino storico conclamato, soprattutto per via della mediocrità, dell’ignoranza e dell’egoismo patologico della sua (cosiddetta) classe dirigente. L’infantilismo provincialotto e disinformato con cui i grandi commentatori ci spiegano la vicenda ucraina discende prima di tutto dalla loro condizione embedded, organica alla propaganda USA, a cui corrisponde lo schieramento avverso completamente appiattito sulla propaganda russa. Zero approfondimenti, nessuna reale conoscenza della realtà sul campo, scarsa qualità intellettuale. I rispettivi posizionamenti sanno molto di tifo calcistico e ben poco di analisi ponderata, ancor meno di dovere di informazione.

Ma se dall’Italia non mi aspetto niente di diverso, non capisco perché in Sardegna dovremmo continuare ad assumere come dato e come inevitabile quello stesso sguardo, facendolo nostro e replicandolo meccanicamente, senza alcun reale ragionamento.

Intendiamoci, so bene che anche nel resto d’Europa si discute e ci si schiera. Ma basta dare un’occhiata alle trasmissioni di approfondimento politico che vanno in onda negli altri paesi o seguire la copertura giornalistica della vicenda ucraina sui principali media stranieri, per accorgersi della sostanziale differenza di qualità.

Anche in quei casi, comunque, emerge una prospettiva estranea alla nostra collocazione geografica e alla nostra condizione storica. Non dovremmo farci affidamento senza filtri, in modo acritico. Proverei dunque a precisare i contorni della faccenda, per come la vedo io, alla luce dei fatti e con tutta l’obiettività possibile.

Nella crisi ucraina si scontrano due opposti imperialismi, questo deve essere riconosciuto con onestà. La NATO rappresenta il comparto militar-industriale statunitense e le sue inter-dipendenze occidentali. È più un grande colosso affaristico, che un’alleanza militare. Non so prima, ma di sicuro lo è da quando la sua funzione antisovietica è venuta meno e si è dovuta riciclare con altri scopi, dichiarati o impliciti. Ed è anche un grande fattore di disturbo, sabotaggio e neo-colonialismo, prima di tutto rivolto contro l’Europa.

Dall’altra parte, Putin e l’oligarchia che lo tiene al comando sono una banda di rapaci avventurieri, che hanno conquistato il potere in un momento propizio, ne hanno tratto ricchezza e privilegi e giocano col resto del mondo la loro partita a scacchi, sprezzanti del costo in termini di vite, benessere, pace, prima di tutto per la loro stessa popolazione. L’ideologia che sbandierano e di cui si fanno forti è un nazionalismo millenaristico, molto più in stile vecchia Russia zarista che sovietico. Le recentissime dichiarazioni di Putin sulle “colpe” di Lenin a proposito di Ucraina chiariscono molto bene quali siano i suoi riferimenti ideali e simbolici.

La Russia – quella zarista, quella staliniana e quella putiniana – è storicamente una potenza militare imperialista. Poco importa che come potenza economica sia ormai un’entità di quart’ordine. Dal punto di vista della mentalità dominante e degli interessi strategici resta uno stato imperiale e imperialista.

La sua proiezione esterna riguarda chiaramente prima di tutto quelle porzioni di pianeta che l’élite russa considera il proprio “cortile di casa”, gli stati post-sovietici, tutta la fascia di stati confinanti. Ma ci sono anche le basi militari russe in Siria e in altre aree, nonché le operazioni più o meno ufficiali in diverse zone del continente africano. E poi va considerata la capillare opera di finanziamento e di sostegno a partiti, organi di informazione e singoli esponenti politici in giro per il mondo.

Da questo punto di vista, possiamo fare valutazioni sulla quantità e sulla qualità di questo sistema di potere proiettato verso l’esterno, paragonandolo a quello USA, ma non mettere in dubbio che esista.

Allo stesso modo, non possiamo ingannarci sulla natura autocratica e reazionaria del regime putiniano, tutt’altro che contraltare virtuoso della potenza capitalista e militarista statunitense.

Cadere nella trappola delle opposte propagande è un gravissimo errore che commettono le opinioni pubbliche europee, mal guidate dalle loro classi dirigenti, raramente così impreparate e mediocri come in questa fase storica. Le varie oligarchie statali sono impegnate ossessivamente a contendersi spazi di manovra, l’accesso alle risorse (altrui), i posti più vicini al trono. Uno spettacolo penoso. Le pose da grandi potenze di Francia e Germania o del Regno Unito sono ormai solo ridicole.

Sbaglierò, ma a me sembra lampante che uno degli obiettivi – se non il principale obiettivo – tanto degli USA quanto della Russia sia tenere l’Europa in condizione di minorità, divisa, incapace di agire nello scenario internazionale. Questo perché entrambi temono fortemente l’espansione di un modello democratico alternativo ai loro regimi e il consolidarsi di una realtà confederale europea autonoma e coesa. Ne temono la potenziale forza economica e culturale e ancor di più l’esempio politico che rappresenterebbe.

Allo stesso modo, più nello specifico, né gli USA né la Russia (o meglio, le rispettive classi dirigenti) hanno interesse che si sviluppi in Ucraina, così come in altri stati di quell’area, una solida democrazia. Agli USA fa comodo che tutti quegli stati, dal Baltico al Mar Nero, siano instabili, impauriti, incerti: prede facili per le proprie mire geo-strategiche. Alla Russia interessa in modo ossessivo avere una propria area di influenza, possibilmente subalterna e politicamente debole, controllabile. A entrambi fa gioco che quest’area scarichi in tutto o in parte la propria instabilità sull’Unione Europea, contribuendo a renderla inerte e divisa.

Insomma, non capisco davvero cosa ci sia da parteggiare per gli uni o per gli altri. Che in tal senso spingano propagandisti prezzolati e osservatori tutt’altro che neutrali è un conto. Che noi altri li seguiamo pedissequamente come uno stolido gregge è un altro.

In Sardegna non c’è ragione al mondo per cui dovremmo parteggiare di qua o di là, aderendo passivamente al discorso egemonico italiano. La Sardegna ha necessità di conquistare una propria autodeterminazione democratica all’interno di un consesso pacifico e solidale di popoli e di territori. È un nostro preciso interesse strategico, quello di contribuire a un rafforzamento della coesione europea, su una base confederale e democratica. Senza dimenticare la sponda sud del Mediterraneo, quella a noi più vicina.

Se questo è vero, tutte le persone animate da ideali democratici, indipendentisti, autonomisti, federalisti, internazionalisti o quel che è, dovrebbero sganciarsi dalle letture preconfezionate e dalle fedi dogmatiche estranee alla nostra realtà storica e dotarsi di uno sguardo proprio.

Altro che disputare sui social se valga di più l’indipendenza dell’Ucraina o quella delle povere repubbliche orientali ribelli. È ridicolo sostenere che, in quanto indipendentistə, dovremmo stare con l’una piuttosto che con le altre. Non è un gioco. Ci sono milioni di vite umane in ballo.

Mi si dirà: va bene, però la NATO in Sardegna ce l’abbiamo in casa, non dovremmo in ogni caso considerarla un nemico? La NATO, soprattutto oggi, è un abominio storico, per quanto mi riguarda; ma, anche qui, non dobbiamo incorrere in errori di valutazione. La NATO in Sardegna è un problema perché la Sardegna è una dipendenza oltremarina dello stato italiano, senza voce in capitolo, senza alcuna reale potestà negoziale. La nostra controparte principale è lo stato italiano, in primis il ministero della difesa. Col governo USA manco ci possiamo parlare.

Gli anti-militaristi non indipendentisti e la residuale sinistra “all’italiana”, retoricamente ostile agli USA ma senza molta attenzione per la condizione concreta dell’isola, dovrebbero finalmente capire che mettere in discussione lo sfruttamento militare della Sardegna (e il business delle armi che ne è la ragione) comporta necessariamente mettere in radicale discussione il rapporto di dipendenza dall’Italia.

Fare il tifo per Putin e prendersela con la NATO senza avere una visione onesta e realistica della condizione storica della Sardegna va bene per scrivere post su Facebook, ma non ha alcuna consistenza politica.

Insomma, comunque la si guardi, l’adesione alle opposte tifoserie, posto che abbia mai senso, in Sardegna non ne ha alcuno. Anzi, suona piuttosto mortificante. Ripartiamo da zero, mettiamo al centro dell’attenzione la sorte dei popoli e la vita degli esseri umani. Manteniamo una rotta coerente basata sui principi di solidarietà internazionale, di cooperazione pacifica, di autodeterminazione democratica. Contestiamo e dove possibile combattiamo tutti gli imperialismi, di qualsiasi provenienza e ovunque si manifestino. Su questa base è possibile costruirci una nostra posizione ponderata e sensata, decolonizzata, in mezzo al marasma di questi tempi. È possibile ed è necessario.

2 Comments

  1. Passeggiando per Cagliari ci si imbatte in persone che non fanno che parlare di Ukraina, e vien da pensare: “Se solo dedicassero la stessa attenzione ai problemi de sa Sardìnnia…”. Un gran momento storico per i fautori della “agenda-setting theory”, non c’è che dire. Piuttosto, ciò che non si riesce a capire – e francamente ad accettare – è il nostro immobilismo circa una proposta alternativa a livello mediatico (una volta definisti la Sardegna una “colonia televisiva”, ricordo bene?). Fino a quando non penseremo in grande – agendo di conseguenza – saremo costretti a sentirci stranieri-in-casa-nostra. A cominciare dall’uso della nostra lingua, spudoratamente ostracizzata in ogni luogo della quotidianità. Semus morende ke pòpulu, e perdemus tempus in Facebook(…)

    1. Facebook est una trampa mala, est pretzisu a nd’essire prus a lestru chi podimus. Mesches pro cosas sèrias. Deo non bi so, dae tempus meda, francu pro carchi link a custu giassu e pagu de àteru.
      Naradu custu, su fatu de castiare totu su chi sutzedit in su mundu no est una cosa isballiada. Isballiadu est a nos fàere impònnere s’agenda e is prioridades dae is mass mèdias italianos. Su problema de èssere una “colònia televisiva” no est unu contu de brulla. E inoghe torramus a su tema de su post meu.

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