Opinioni e sentenze diverse.2

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Ancora qualche ragionamento a partire dalla guerra in Ucraina e su temi ad essa connessi. Litigi sui social, propaganda, militarismo, ipocrisie e altro ancora.

Puntualizzo subito una cosa. Non ho verità in tasca e nemmeno in altri posti. Cerco solo di capire. Uso questo spazio come una sorta di diario, come uno strumento per dar forma ai pensieri, che di per sé non sono sempre coerenti e ordinati. A me serve. Spero che possa servire anche ad altrә, sia pure nel dissenso.

Confesso che mi ha un po’ stancato (eufemismo) la retorica di chi si lamenta dei tuttologi dei social. “Prima tutti virologi, oggi tutti esperti di geopolitica”, “Ieri tutti allenatori di calcio, oggi tutti esperti di storia ucraina”, ecc. A me disturba di più questa lamentela. La libertà di dire quello che si pensa e di esprimersi su temi anche complessi, benché dia il via libera, inevitabilmente, a ogni sorta di stupidità e di cattivo sentimento, è anche però un potente mezzo di confronto e di scambio. Non è detto che basti una laurea o una vasta competenza settoriale per evitarci di proferire sciocchezze. La prosopopea di chi vorrebbe che ad esprimersi pubblicamente fossero solo esperti patentati a me suona classista e volgarmente supponente. Anche ridicola, in molti casi. Se non interessa il parere di altre persone, basta non leggerlo; ne abbiamo facoltà, fidatevi. E lasciate perdere le sbrodolate snob di Umberto Eco: anche lui ne ha detto e scritto, di imbecillità, anche se non usava i social.

Orientarsi nel bel mezzo del bombardamento mediatico, di questa vera e propria infodemia, in questo frangente così come era già successo a proposito del covid-19, non è affatto facile. Saper selezionare le fonti non sempre è alla portata di tutte le persone e comunque tendiamo sempre a scegliere le fonti che confermano le nostre opinioni e le nostre inclinazioni. I social alimentano questo circolo vizioso, fa parte del loro funzionamento, non è colpa della singola persona che li usa. Nel circolo vizioso e nei bias di conferma incorrono anche le persone che vorrebbero impedire ad altre di usare liberamente i media oggi disponibili. Insomma, è doveroso per tuttә non affidarsi senza filtri a tutto quello che ci appare credibile e autorevole, magari solo perché ci piace di più. Di credibile e autorevole, in questo caso, e soprattutto nei mass media mainstream italiani, c’è molto poco. Ce n’è poco anche nei media non mainstream, per quello. Impariamo a scegliere le fonti, impariamo a leggere un paio di lingue straniere: si può fare. Il mondo è più vasto e complesso di quanto supponiamo. Questo salto di qualità cognitivo non è consolatorio, ma fa tanto tanto bene. Perciò, prima di scatenare faide o guerre di religione col dirimpettaio o con la parentela, meglio fare esercizio di sano scetticismo, limitarsi a farsi un’idea, ascoltare anche altre campane, non pretendere di avere ragione a tutti i costi. Nessuno ce l’ha.

Almeno le persone che si reputano intelligenti e sufficientemente istruite – ossia che non ritengono di far parte dell’aborrita massa di analfabeti funzionali (a proposito, non esistono) – potrebbero evitare di incorrere in fallacie retoriche e logiche e, sulla base di quelle, accapigliarsi in pubblico o in privato con controparti vere o presunte. Anche perché le bombe non stanno cadendo su casa vostra, abbiate pazienza. Facciamo lo sforzo di definire alcune cose basilari, onde darle per acquisite, sia pure nella loro problematicità, e non usarle più come espedienti per avere la meglio a buon mercato nelle discussioni? Io ci provo.

Su una cosa mi pare non possano esserci dubbi: è in corso un’invasione armata e ostile da parte di uno stato su un altro stato sovrano confinante. C’è un aggressore e un aggredito. Quali che siano gli eventi pregressi, quali che siano le responsabilità dei due contendenti e di altri attori internazionali (ci sono, beninteso), non può esserci dubbio sul fatto che il regime putiniano sta commettendo un’aperta violazione del diritto internazionale, sta conducendo la Russia in una guerra del tutto ingiustificabile ed esponendo l’Europa a una situazione di gravità mai vista dopo la Seconda Guerra mondiale. Si può affermare questo pur senza avere alcuna particolare simpatia per l’Ucraina o per il suo governo, né voler incensare il suo attuale presidente. E si può affermare senza essere solo per questo etichettati come fan della NATO, degli USA, dell’Occidente o di qualsiasi altro schieramento reale o ipotetico.

L’Ucraina ha o no il diritto di esistere? E chi deve deciderlo? Queste sono domande fondamentali. Per il governo russo, l’Ucraina è un pezzo della Russia, renitente all’assimilazione per ragioni oscure, soprattutto per interferenza di potenze esterne ostili. È una visione tipicamente nazionalista, imperialista, colonialista e autoritaria. Di cui purtroppo non hanno il monopolio Putin e la consorteria che lo sostiene. La leggenda vuole che la Russia moderna sia una diretta discendente della Rus’ di Kijv, ma dal punto di vista storico questa pretesa è come minimo problematica. È un po’ come dire che lo stato italiano discende dalla conquista catalana della Sardegna. Certo, c’è chi lo sostiene, così come si sostengono altre cose, tipo l’esistenza sostanzialmente eterna dell’Italia, fin dalla preistoria. Di nazionalismi è pieno il mondo. A volte hanno successo e si trasformano nella Grande Narrazione nazionale di uno stato ed entrano nel senso comune. Ciò non significa che abbiano fondamento storico. Ucraina vuol dire “marca di confine”: è chiaro che per meritarsi una denominazione del genere il suo status, nel corso dei secoli, anche per gli stessi russi, non deve essere stato sempre chiaro. In quello che è l’attuale territorio ucraino si sono svolte vicende complicate, si sono avvicendate diverse autorità politiche, si è creato un intreccio di lingue e tradizioni. La stessa lingua ucraina è una sorta di ponte tra il russo, il bielorusso, il polacco e, per certi aspetti, con altre lingue slave. In Ucraina si contano decine di idiomi, tra lingue e dialetti. Marca di confine, appunto. Una parte dell’attuale Ucraina è stata per molto tempo legata all’impero asburgico, un’altra ha prevalentemente orbitato attorno all’impero degli zar. Quando in Europa, nell’Ottocento, è nata l’idea che esistessero le nazioni – queste comunità immaginate, ammantate di mito e di sacralità -, anche da quelle parti ha cominciato ad diffondersi il sentimento nazionale ucraino. Possiamo metterne in dubbio fondamenti e consistenza storica, ma, se esiste una nazione francese, una italiana, una tedesca, una russa, ecc., allora esiste anche una nazione ucraina. O tutte o nessuna. Sono le vicissitudini storiche a determinare le sorti di queste comunità immaginate: alcune hanno avuto successo, nella loro costruzione di uno stato-nazionale, altre meno; alcune ci sono arrivate prima, alcune dopo, altra mai. Il processo di “nation” e “state-building” ha tratti abbastanza costanti, almeno in contesti paragonabili. Uno dei suoi elementi è il nazionalismo. Il nazionalismo esiste in Ucraina ed è ottuso e violentemente semplificatorio lì come altrove. Io sono d’accordo a discuterlo sempre, ma ciò significa che dovremmo discuterlo prima di tutto a casa nostra. Sia come sia, se esiste una collettività umana che si riconosce come tale, nessuno può negare ad essa il diritto di autodeterminarsi. Ne consegue che far discendere dall’asserita (da Putin) russità dell’Ucraina una giustificazione dell’aggressione odierna mi pare come minimo una argomentazione debole, per non dire una stronzata. Se l’Ucraina debba o no accettare la tutela (leggi “il dominio”) o addirittura l’annessione da parte della Russia, ritengo che debbano deciderlo coloro che vi abitano. Ad ogni modo, essendo comunque uno stato sovrano, nessun altro stato ha il diritto di invaderla, quali che siano le ragioni rivendicate. E questo vale soprattutto per chi ha a cuore il diritto all’autodeterminazione dei popoli e la possibilità di una loro convivenza pacifica e solidale, quindi prima di tutto per le persone indipendentiste.

Il Donbass e la sua sorte, specie delle sue due province orientali, è una delle pietre dello scandalo. Laggiù la guerra c’era già, dal 2014. Ucraina e Russia hanno fatto a gara per macchiarsi di azioni crudeli, magari mascherate con insegne posticce. Singolare la circostanza che, andando a guardare un po’ da vicino, si ritrovino bande fasciste da entrambe le parti. Forse, un po’ di più dalla parte russa. Putin è un punto di riferimento stabile di tutti i fascismi in giro per il mondo; loro piacciono a lui, lui piace a loro. C’erano gruppi paramilitari di estrema destra o addirittura neo-nazisti tra gli ucraini che sono andati a combattere in Donbass? Probabile, anzi sicuro. Ci sono formazioni di estrema destra o apertamente fasciste nello scenario politico ucraino? Sì, ci sono. Non credo però che dall’Italia, su questo punto, si possano dare lezioni a chicchessia. Ciò non significa che la sparata di Putin sulla denazificazione dell’Ucraina sia qualcosa di diverso da una solenne cazzata propagandistica. Poi, detto da un autocrate omofobo, maschilista, reazionario, nostalgico della Russia zarista, mi pare una pretesa a dir poco ridicola. La benedizione del patriarca di Mosca non è certo un argomento a sostegno. Insomma, cerchiamo di tenere il campo della discussione sgombro almeno dagli elementi più palesemente distorsivi. Non cadiamo nel gioco delle opposte propagande. L’Ucraina non è uno stato fascista. Non lo è il suo presidente, che ha molti limiti (non mi sta particolarmente simpatico), ma è un ebreo russofono che è stato votato da una larga maggioranza di cittadinә. Che lo stato ucraino, prima di Volodymyr Zelenskyy e con la sua presidenza, abbia le sue responsabilità nella situazione del Donbass è vero, ma non giustifica le efferatezze altrui. Insomma, Putin è tutt’altro che un eroe del socialismo internazionalista e non sta combattendo per liberare una popolazione oppressa da una dittatura fascista che ha preso il potere con la forza. Possiamo convenire su questo?

E sì, come accennato più sopra, le propagande sono più di una e provengono da più di una parte in causa: dalla Russia, certo, ma anche dall’Ucraina, e dall’amministrazione USA, col suo codazzo di organi di stampa più o meno embedded in tutti i paesi europei, in primis nella provincia Italia. Per non parlare di altri attori, per ora più defilati (ma non inoperosi: cosa sta combinando Erdogan, nel frattempo che noi siamo distratti?). La NATO, gli USA, il cosiddetto Occidente e l’Europa stessa non hanno certo le mani pulite e le coscienze immacolate, in tutto questo dramma. Ora inscenano un’orrida fiction in cui si mostrano scandalizzati per le azioni malvagie del villain di turno (Putin) e danno a vedere di voler affrontare la cosa con senso di responsabilità (mandiamo armi, ma non interveniamo direttamente). Davvero dobbiamo prenderli (e prenderci) sul serio? Ha ragione lo storico Ilan Pappe: la dose di ipocrisia da parte “occidentale” è notevole e fa abbastanza schifo. Su una cosa non concordo con lui: a mio avviso l’invasione russa dell’Ucraina crea una cesura, relativizza parecchio le responsabilità pregresse di tutti i soggetti coinvolti, benché non le elimini. Certo è che gli USA ci hanno messo del loro, per scatenare questo macello. Ho la netta sensazione che abbiano fatto in modo da mettere Putin nella condizione di scatenare quest’attacco apparentemente sconsiderato. Che – come ho già detto – ha tra i suoi obiettivi strategici l’indebolimento dell’Europa. Qualche osservatore sostiene che da questa situazione la NATO e l’Europa stiano uscendo rafforzati. Io non direi proprio. La NATO si sta mostrando per quello che è: un mero strumento di egemonia politica e una fonte di lauti affari. L’Europa, al momento, benché i suoi vari governi facciano finta di voler decidere qualcosa, è solo una parola senza referente concreto. La deriva attuale conduce verso un irrobustimento dei nazionalismi e degli autoritarismi. Al più, condurrà a una situazione ancora più bloccata in termini oligarchici e tecnocratici. Le cose non miglioreranno se ci faremo trascinare, come vogliono gli interventisti che egemonizzano i mass media, in un conflitto ancora più esteso. Questi ultimi sono dei vili istigatori di scelte disgraziate. Proporrei di radunarli tutti in una brigata, o in un battaglione se si rivelassero meno numerosi di come vogliono apparire, e di spedirli al fronte. Il discorso militarista, così diffuso e pervasivo già nel corso della pandemia di covid-19, sta tracimando e occupando spazi sempre maggiori. Su questo, devo ancora una volta concordare con chi ha segnalato da tempo tale pericolo.

Se è vero che le persone ucraine hanno il diritto di resistere, ciò non equivale a legittimare altri a fomentare la guerra o addirittura ad allargarla fuori controllo. I paragoni che si fanno con l’Europa del ’38-’39, minacciata da Hitler, o con altre circostanze storiche analoghe, sono sempre scorretti. Il contesto è diverso, le vicende sono diverse, le conseguenze delle decisioni sono diverse. Già solo il fatto che si discuta con preoccupante disinvoltura dell’uso delle atomiche “tattiche” (come se questo poi non implicasse l’ulteriore escalation fino agli ordigni “fine-di-mondo”) personalmente mi dà i brividi. I vari dottor Stranamore in giro per gli USA e l’Europa andrebbero sedati e rinchiusi, altro che dar loro pulpiti da cui predicare morte e distruzione come se niente fosse. L’Ucraina è stata imbottita di armamenti per mesi, questo ormai si sa. Paradossalmente (o forse volutamente, non possiamo escluderlo), è uno dei fattori che hanno spinto Putin e i suoi ad attaccare. Gli ucraini fanno bene a resistere. Chi non farebbe lo stesso al posto loro? Gli inviti alla resa, in questo senso, mi sembrano irricevibili, anche quando siano fatti in buona fede, con spirito umanitario, e non discendano dallo stimolo della propaganda putiniana. C’è qualcosa di contraddittorio in quanto ho scritto fin qui, su questo punto? Ebbene, mai detto che la realtà umana sia lineare, schematica, di facile lettura. Chi lo pretende, mente e/o vi vuole ingannare. Le cose sono complicate. Bisogna destreggiarsi in mezzo alla complessità.

Vanno preservati gli spazi di dissenso e di opposizione culturale, politica, sociale, a dispetto dell’ossessiva retorica omologante. Anche quando il dissenso ci sembra orientarsi su posizioni che non condividiamo del tutto, va garantita la sua legittimità (e sia chiaro che per dissenso non intendo robaccia fascista et similia, che non ha alcun diritto di cittadinanza). La dittatura del pensiero unico è pur sempre una dittatura e conduce a esiti disastrosi. Tanto più, quanto più è grave la situazione in cui ci troviamo. A questo aspetto è legato anche quello della russofobia montante, che a tratti sta assumendo contorni discriminatori esecrabili. Se usassimo lo stesso metro in tutte le circostanze, dovremmo colpevolizzare, escludere o punire gran parte dell’umanità, a cominciare da quella che ha avuto in sorte di nascere in contesti politici democratici. Che è una botta di fortuna notevole, non nascondiamocelo. Anche il più fervente critico del modello democratico liberale (un tempo detto stato di diritto, oggi passato di moda) non può affermare che si stia meglio sotto altri regimi. Ciò però non toglie che la maggior parte dei governi, anche quelli dei paesi democratici, e i gruppi dirigenti da cui sono controllati o che rappresentano, si macchino spesso e volentieri di scelte discutibili, quando non disumane. Arrivare a cancellare un corso universitario su Dostoevskij o a escludere gli atleti russi (e bielorussi) dalle Paralimpiadi invernali di Pechino è segno di una deriva politicamente e moralmente pericolosa. Non solo le conseguenze che ne deriveranno saranno comunque pessime, senza alcun guadagno per la democrazia, la tolleranza e la pace, ma, se proprio volessimo essere coerenti fino in fondo, misure analoghe andrebbero prese contro pressoché tutti gli stati esistenti (eccetto forse il Costarica e pochi altri); a cominciare dagli USA, patria della democrazia e leader del “mondo libero” (a loro dire), ma fomentatori di guerre e responsabili di stragi di civili, di colpi di stato e varie altre atrocità. Non sarebbe il caso di fermarsi un attimo a rifletterci? Davvero la Russia e tutto ciò che ha espresso nel tempo, compresa la sua straordinaria produzione culturale e artistica, ora è il Male? È assurdo. Io non voglio starci, a questo gioco. Davvero non possiamo essere meglio di così?

Nel frattempo che si organizza il soccorso ai profughi dall’Ucraina, magari selezionandoli in base al colore della pelle (sì, siamo arrivati anche a questo livello di bassezza), ci riesce sorprendentemente bene di dimenticare le altre guerre e le altre emergenze umanitarie in corso. Non facciamoci ingannare dalla fanfara retorica, dalle immagini strappalacrime e dal sensazionalismo dei mass media. Se vogliamo esercitare la nostra indignazione e a questa far seguire atti di solidarietà e di buon cuore, le occasioni non mancavano già prima e continuano ad essere numerose. Dall’Africa alla Siria, dalla penisola araba alla Palestina, dal Kurdistan all’Afghanistan (per restare alle crisi più note), i conflitti e le tragedie umanitarie sono merce diffusa e a buon mercato. Singolare come le buone coscienze occidentali valutino diversamente le varie circostanze. Una stessa azione è condannata se proviene da un governo nemico e passata sotto silenzio o addirittura giustificata se commessa da un governo amico. Che l’Arabia devasti lo Yemen con armi di fabbricazione europea non disturba il sonno di nessun governante e di nessun editorialista di primo piano. Bombardare un ospedale pediatrico non è consentito in Ucraina (e ci mancherebbe), ma altrove sì. Occupare militarmente, magari con atteggiamento coloniale e razzista, territori altrui è fonte di scandalo se lo fanno i russi, ma se lo fanno gli israeliani è del tutto legittimo. E non parliamo di vicende interne agli stessi, virtuosissimi, stati europei. La questione catalana è ancora sul tappeto, così come le altre questioni interne al Regno di Spagna. In Corsica, solo in questi giorni, abbiamo assistito alla reazione durissima dell’apparato di sicurezza contro le manifestazioni suscitate dall’aggressione al prigioniero politico corso Yvan Colonna in una prigione francese. Facile parlare di democrazia e attribuirsi il ruolo dei “buoni” nella storia, quando non si fanno i conti con la propria cattiva coscienza e con le proprie magagne interne. Questo è o no un problema? Qualcuno sostiene che non sia lecito discuterne ora. Invece io credo che sia doveroso discuterne ora più che mai.

La guerra è pura merda della storia. Non state a sentire chi ciancia di guerre giuste e chiama alle armi con troppa faciloneria. Anche quando la guerra sia inevitabile e sia la sola possibilità di reagire a un’aggressione o a una minaccia incombente, fa comunque schifo. Lo penso da molto ma l’ho anche sentito dire da persone che la guerra l’hanno vista da vicino o vi hanno preso parte. Da persone che per giunta stavano dalla parte “giusta”. Perché è vero che a volte – non sempre – c’è una parte più giusta di un’altra. Ma il nostro compito dovrebbe essere quello di scongiurare la guerra, sempre. Gino Strada diceva: io non sono pacifista, sono contro la guerra. È un’affermazione paradossale, che però rende bene il senso delle cose. La guerra è un disastro contro il quale dovremmo opporre ragioni pratiche, concrete, prima ancora che ideali o morali. E nel mondo di oggi, così popolato, così interconnesso, così malato, l’opzione bellica appare una follia ingiustificabile. Poco importa se l’industria delle armi sia una voce fiorente dell’economia globale. Se bandire la guerra comporta che dovremo ridiscutere il modello produttivo e sociale dominante (leggi: capitalismo), be’, forse è giunta l’ora di farlo e di trovare un’altra strada. Questa deve essere la premessa di qualsiasi altro discorso politico: l’azzeramento delle guerre e l’esclusione della violenza tra collettività umane, tra popoli, tra stati e al loro interno deve essere uno scopo strategico di chiunque lotti contro le diseguaglianze, le discriminazioni, gli autoritarismi, le sopraffazioni. Deve essere un patrimonio condiviso, fondante, di chiunque si professi democratico. L’Europa, questa piccola propaggine dell’enorme continente asiatico, avrà senso solo se si farà portatrice, nel suo insieme, di questo orizzonte storico e sarà capace di allargarlo e condividerlo con porzioni crescenti dell’umanità, in un quadro di multilateralismo, di cooperazione e di rispetto reciproco.

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