L’ignoranza

Storia sarda nella scuola italiana | Luca Becciu
Logo del gruppo di lavoro La Storia sarda nella Scuola italiana
Una notizia dovrebbe primeggiare, tra tante, in questi giorni: l’8,5% degli studenti sardi all’ultimo anno delle superiori non è stato ammesso all’esame, contro una media italiana del 3,5%. Possibile che a livello di classe politica e di mass media questo dato non suoni allarmante o almeno significativo?

Cosa c’è che non va, in Sardegna? Perché l’isola da anni conquista primati imbarazzanti nella dispersione scolastica e nel numero di respinti?

Un’ipotesi è che mediamente le persone sarde siano più tonte delle persone italiane (poi, italiane vuol dire poco, se non si fanno i debiti distinguo, ma va be’). È un’eventualità. Carenze cognitive dovute a chissà quali cause ambientali e/o genetiche. Tuttavia, è un’ipotesi che si scontra con una realtà fatta di innumerevoli talenti creativi, artistici, letterari e anche scientifici, che emergono in un contesto per niente favorevole, almeno rispetto ai criteri solitamente impiegati per valutare queste cose.

Poche eccellenze in un mare di mediocrità confermerebbero la regola, certo. Ma in questo caso non stiamo parlando di limitate eccezioni, bensì di una dimostrazione di generalizzata abilità in vari campi. E poi, parliamoci chiaro, davvero pensiamo che le persone sarde, in quanto tali, siano generalmente ottuse?

Più facile che il problema non stia tanto nella nostra genia criminale, valorosa in guerra, testarda, poco loquace, ma ospitale, bensì in qualche altro fattore. E, prima di tutto, nella scuola stessa.

La scuola italiana in Sardegna è da sempre un fattore di discriminazione di classe. Questo è evidente almeno dalla riforma del ministro Bogino (1760) in poi. Intanto, per via di una banale e ben comprensibile questione linguistica. L’imposizione dell’italiano come sola lingua veicolare di ogni corso di studi, come codice di accesso alla conoscenza, come lingua del potere e dell’informazione, come lingua della cultura “alta” è stata di suo un potente dispositivo di selezione e di gerarchizzazione sociale.

Al fattore linguistico, che è illusorio (o ingannevole) ritenere superato ai giorni nostri, si somma la pressoché totale ignoranza storica, culturale, persino geografica in cui sono state tenute generazioni di persone sarde in tutta l’epoca contemporanea.

Certo, con fenomeni contraddittori. La scolarizzazione di massa ha acculturato, sia pure malamente e forzosamente, un gran numero di persone che prima ne sarebbero rimaste escluse e tra esse alcune hanno conquistato strumenti critici per riflettere sulla propria condizione storica.

Ma i percorsi di ricerca e di riflessione più critici e dirompenti sono sempre stati lasciati ai margini o esclusi del tutto dai percorsi di affermazione accademica e di accesso ai mass media principali. Non hanno mai contribuito a formare il senso comune diffuso delle persone sarde.

In questo, le università isolane (ossia, italiane in Sardegna) sono state esse stesse più un veicolo di ottundimento e di sviamento delle energie intellettuali locali, che una fonte di emancipazione del pensiero e di conquista di consapevolezza diffusa.

La scuola, dunque, deve essere riportata al centro di una riflessione strategica. Non è più tollerabile che ragazze e ragazzi che vivono in Sardegna siano costantemente mortificatə, avviatə all’esclusione sociale, condannatə al ridimensionamento dei propri sogni, delle proprie aspettative senza averne alcuna responsabilità.

Si fa presto ad additare i/le giovani come colpevoli della propria mediocrità scolastica o a cercare magagne nell’educazione familiare. La saggezza popolare di tante comunità umane nel mondo insegna da sempre che il compito educativo è un compito collettivo, non strettamente familiare, di sicuro non familiare nel senso della famiglia nucleare, alienata e patogena a cui ci ha ridotto il modello economico-sociale dominante.

La scuola, dentro i processi educativi, ha o dovrebbe avere un ruolo decisivo, sia come complemento dell’educazione familiare e di quella paritetica tra coetanei, sia come contraltare virtuoso, come offerta di possibilità ulteriori. Ce l’ha questo ruolo la scuola in Sardegna?

Sì e no. A giudicare dai numeri, più no che sì.

Ma dire “scuola” può non vuol dire nulla. La scuola è fatta di molte componenti, non solo dal corpo docente, ma anche da elementi organizzativi, da strumenti, risorse, aspetti logistici, da reti formali e informali di supporto, da scelte politiche. La riflessione deve riguardare tutti questi fattori.

Se pensiamo alla giornata tipo di ragazze e ragazzi sardə, ci rendiamo conto di quanto sia difficile ed alienante, per lo più, la loro esperienza scolastica, a cominciare dalla difficoltà di arrivarci, a scuola.

L’effetto combinato di un dimensionamento scolastico demenziale, tarato su realtà urbane dell’Italia, non certo sull’orografia e la demografia della Sardegna, e di trasporti locali allo sbando è di per sé un disincentivo allo studio. Praticamente, senza manco entrare a scuola, c’è già un primo fattore di difficoltà, se non proprio di esclusione.

Non va certo meglio nel caso della maledetta didattica a distanza. Abbiamo un’idea di quanto sia complicato accedervi per moltissime famiglie dell’isola, tra reti inefficienti e difficoltà materiali varie?

La prima domanda dunque è: è stato tenuto conto di tutto questo, nella valutazione di studenti e studentesse sardə?

Sul corpo docente, fatto salvo ogni possibile ringraziamento per l’estenuante battaglia quotidiana di tantə docenti, va detto che andrebbero ridiscusse tanto il suo aspetto quantitativo, quanto i criteri di selezione. Il problema è pan-italiano, non riguarda solo la Sardegna. Ma la Sardegna è messa peggio di altre porzioni dello stato, dunque evidentemente ci sono problemi supplementari da comprendere e da affrontare.

Su questo terreno, la categoria docente sarda ha una sua responsabilità storica indubitabile. Troppi anni di remissiva accettazione di misure penalizzanti, troppa fiducia nei partiti maggiori, specialmente nel centrosinistra. Che ha regolarmente agito per scardinare i principi stessi della scuola democratica e per rendere l’intero percorso scolastico una funzione dei rapporti di produzione e delle gerarchie sociali che intanto andavano cristallizzandosi. Questo, per quasi trent’anni, ormai.

In Sardegna ciò ha avuto effetti ancora peggiori che in Italia. Il corpo docente, confidando nel fatto che chi faceva le scelte le facesse davvero in nome di un bene generalizzato o, più spesso, perché non c’erano alternative, ha sistematicamente ignorato o eluso la portata strategica del problema e rinunciato a un’analisi delle questioni specifiche sarde. A cominciare dalla rimozione della questione linguistica.

La rinuncia a combattere e a immaginare una scuola sarda diversa, più aderente alla nostra realtà sociale, culturale, geografica, è uno dei peccati peggiori commessi dalle e dagli insegnanti sardə degli ultimi decenni. A poco serve, come si vede, togliere occasionalmente il proprio voto al PD e riversarlo su una cosa aliena e senza senso (in Sardegna più che altrove) come il Movimento 5 stelle.

La politica ha certamente le sue gravissime colpe, in tutto questo. Ma davvero possiamo aspettarci qualcosa da un ceto dirigente così mediocre, opportunista, servile e ignorante? Provate a guardare di cosa si stanno occupando ancora in queste settimane. Che temi vengono discussi in Consiglio regionale, che questioni ci sono nell’agenda della Giunta.

Non è questione di Solinas, Nieddu, Oppi e soci. Se solo pensiamo al disastro della sanità sarda davanti alla pandemia, è doveroso rievocare la politica privatistica, elitaria e filo-coloniale della giunta Pigliaru. Espressa da una maggioranza (relativa) votata in grandissima misura anche dal personale docente sardo. Per “battere le destre”.

La stessa maggioranza di centrosinistra che non solo non ha fatto niente per affrontare il nodo della scuola in Sardegna, ma anzi lo ha ulteriormente aggrovigliato, sempre per via della sua ottica neo-liberista, anti-popolare, sostanzialmente anti-sarda.

Riprendere in mano l’intera materia scolastica è non solo urgente ma doveroso. Su tutto, dagli aspetti infrastrutturali, a quelli relativi alla selezione del personale, ai finanziamenti per integrare il corso di studi curricolare tenendo conto della realtà linguistica dell’isola e della sua storia.

Se si deve andare a un conflitto di competenze con lo Stato, lo si faccia. Esistono altre realtà territoriali, in Italia, che godono di un controllo e di una competenza maggiori, in questo ambito: non si vede perché non dovrebbe aspirarvi anche la Sardegna.

Non nella solita ottica di garantirsi un proprio terreno di spartizioni clientelari o di sistemazione di carriere politiche, bensì in una prospettiva realmente democratica, con la piena partecipazione dei protagonisti della scuola a cominciare dal corpo docente e da quello discente.

Prima di concludere che le ragazze e i ragazzi sardə sono mediamente tontə, inadattə allo studio, condannatə alla mediocrità e alla subalternità, vediamo di metterlə nelle condizioni migliori perché possano far fruttare i loro talenti, le loro curiosità, le loro aspirazioni. E cerchiamo di non mandare a decidere per tuttə sempre gli stessi cialtroni.

2 Comments

  1. Scuola coloniale e clientelare italiana mi sembra un alibi bello e buono, secondo me si dovrebbe vedere il problema da un punto di vista pedagogico culturale. Dato che è in famiglia che si riceve la prima educazione, è in famiglia che “l’intelligenza viene fecondata” è da qui che si deve partire per capire perché i nostri nipoti a scuola funzionano meno degli altri studenti italiani. La mia opinione si basa, ovviamente, sull’esperienza personale. Provo a spiegare alcune cose su cui negli anni ho riflettuto e questo articolo mi ha fatto tornare in mente. Il rapporto con i miei parenti -non dico solo i genitori perché all’epoca si viveva in famiglia allargate dove la presenza di zii, nonni e cugini era costante- era di tipo gerarchico, ognuno si rivolgeva al prossimo in modo imperativo, quando c’era il nonno era lui il capo indiscusso sino a che non diventò troppo vecchio, poi la mamma, i fratelli più grandi, gli zii e qualche volta anche gli amici di famiglia. Tutti comandavano il più piccolo e il più debole a seconda dell’autorità che si credeva di possedere. Tutti dovevano rompere i coglioni per un nonnulla, tutti dovevano esse severi perché quello era rapporto tra grandi e piccoli. Mancava il dialogo, l’insegnamento, i bambini dovevano capire e basta senza che niente ti venisse insegnato, dovevi capirlo a mala gana e quando sbagliavi era facile che arrivassero gli schiaffi “perché si fa così”. I bambini sono curiosi e vivaci, si sa, ma all’epoca e vedo anche oggi erano spesso mal sopportati, le curiosità venivano messe a tacere in modo sbrigativo oppure prendendo in giro la loro ingenuità dando informazioni fuorvianti perché non si sapeva rispondere in modo corretto. I bambini non erano considerati persone da trattare in modo serio, non gli si insegnava e non gli si spiegava niente, dovevano imparare e farsi le ossa da se. Questo, secondo me si riverbera sull’attitudine allo studio e ai rapporti col prossimo. La timidezza, la violenza, la scarsa propensione ai modi cortesi e quindi anche a una certa avversione per l’insegnamento potrebbero derivare da questo. Io ne sono abbastanza convinto.
    Quando molto giovane me ne scappai in Germania insieme a mio fratello, mi piaceva osservare come al contrario di noi i tedeschi, ma anche gli italiani al nord dove me ne andai dopo, facevano esattamente il contrario di noi. Era commovente vedere come i genitori instauravano un dialogo con i loro bambini anche molto piccoli, spiegando loro le cose in modo corretto e con pazienza esaudendo le curiosità. E’ da allora che maturai l’idea che non esiste una civiltà sarda, benché i sardi siano capaci di essere persone estremamente buone, ed anche intelligenti, sì. Ne ho conosciuto di persone intelligenti, ma pareva avessero paura di esprimersi, ho solo capito che erano vissuti nello stesso humus culturale reprimente. Perciò, che ci siano delle eccellenze non dovrebbe stupire, anche se come ha detto lei, dovrebbero essere eccezioni alla regola, e comunque senza ironia e polemica, avrei piacere di averne un elenco di questi sardi eccellenti. Sia ben inteso, non escludo che queste dinamiche sociali siano esclusiva nostra, ma se i dati parlano in certo modo evidentemente i primati di cui spesso ci vantiamo non sono solo quelli positivi, tipo avere il mare più bello del mondo… ah, quella non è opera nostra.
    Un altra cosa. Lei crede di poter essere un buon insegnante? Ho notato l’uso della e rovesciata della fonetica anglosassone, crede veramente di poter cambiare da un giorno all’altro il suono delle parole che ha impiegato millenni a formarsi? Saluti

    1. Non credo affatto di essere un buon insegnante, Damiano. Principalmente per la circostanza che… non sono un insegnante.
      L’uso della sceva o shwa non ha a che fare con la fonetica anglosassone ma, come forse sa, con una scelta politica e culturale nel campo dell’uso pubblico della lingua italiana. Non c’entra niente il suono della vocale, bensì solo la sua grafia, quando indica un plurale indeterminato nel genere. Per altro, dato che la lettura avviene di norma per inferenza (dunque in realtà non si leggono mai per intero le singole parole), è un problema minimo dal lato meramente pratico. Resta significativo da quello simbolico. È una presa di posizione, la mia, che non mi impone nessunə e che io non intendo imporre a mia volta. Ma credo e spero di essere libero di assumerla.

      Detto questo, veniamo al merito del suo commento. Intanto una piccola puntualizzazione di metodo: le esperienze personali non sono mai esemplificative di una realtà complessa, nemmeno quando ci appaiano particolarmente chiare. Non possono essere usate come argomenti a sostegno di una tesi o di una obiezione. La sua esperienza familiare, probabilmente diffusa, non esaurisce comunque il campo delle dinamiche familiari. Questo in generale.

      Ma anche se la sua esperienza fosse generalizzabile, cosa ci direbbe, in realtà? Che un’educazione collettiva e con una gerarchia rigida è migliore o peggiore di una educazione chiusa in una famiglia nucleare però magari più dialogante? Mica facile dare una risposta netta. Anche io potrei portare come argomentazione la mia esperienza personale. Di sardo cresciuto in Sardegna e dentro rapporti familiari allargati. Di padre. Di “emigrato”. Sarebbe solo una testimonianza personale, come tale magari curiosa e persino interessante, ma che non dimostrerebbe granché.

      Occorrerebbe basarsi su studi e ricerche a largo spettro, anche in senso diacronico (ossia, storico, relative al mutare delle condizioni nel corso del tempo). Studi e ricerche di cui però disponiamo in misura drammaticamente ridotta.

      In mancanza, posso però affermare con ragionevole certezza che non è affatto vero che in Sardegna sussistesse una forma di educazione più rigida e castrante che in altre regioni europee, Italia compresa. Sicuramente non porterei il Nord dell’Italia come esempio di forme educative evolute, emancipate, aperte. Salvo magari qualche caso nelle grandi città (non generalizzabile nemmeno quello), nell’Italia del Nord, non meno che in quella del Sud, sia pure magari in forme diverse, il modello è stato a lungo – ed in larga misura è ancora – quello paternalista e maschilista. Basterebbe consultare le statistiche territoriali dei femminicidi, per rendersi conto che l’immagine di un Nord Italia virtuoso, evoluto, più avanzato è solo un feticcio ideologico. Da tantissimi punti di vista.

      La scuola sarda partecipa del problema generalizzato della scuola italiana (a livello infrastrutturale, di carenza di personale, di mancato aggiornamento didattico, di rigidità burocratiche, di aziendalismo strisciante, ecc. ecc.), ma con in più elementi peculiari che ne aggravano la portata. Gettare la colpa sulle persone, sulle singole famiglie, è un espediente comodo per mantenere tutto come sta. I problemi generali, sociali, culturali non sono mai attribuibili alle volontà o alle condizioni singolari dei cittadini e delle formazioni sociali di base, che invece per lo più li subiscono. Nel mio scritto accenno a diverse questioni aperte, di indole molto pratica, stratificate nei decenni, a cui ancora la politica sarda non ha risposto adeguatamente. Inizierei a ragionare su quelle.

      La sua domanda circa “un elenco di questi sardi eccellenti” mi ha strappato un sorriso. Non sarcastico né di commiserazione. Solo, di rassegnazione. I Sardi e la Sarde per lo più ritengono di saperla molto lunga su se stessə, le proprie cose, la propria terra, ecc. In realtà ne sappiamo pochissimo e il poco che sappiamo spesso è un’accozzaglia di luoghi comuni e di cose imparate a memoria perché le abbiamo sentite ripetere mille volte. Non mi dilungo su questo aspetto, perché ne ho scritto tanto (qui, altrove, nei miei libri) e spero di poter rimandare a quelle sedi.

      Certo è che, se dovessi mettermi a elencare, ambito per ambito, le persone sarde che si sono distinte a vario livello anche solo negli ultimi trent’anni (lasciando stare le glorie passate), dovrei stare qui per parecchio tempo. Sicuro che non le venga in mente alcuna persona sarda di talento, che ne so, in ambito letterario, musicale, artistico, scientifico, sportivo? Secondo me, se fa un piccolo sforzo di memoria, gliene vengono in mente tante. Considerato che di Sardə in Sardegna ne vivono meno di 1 milione e 600mila e che in giro per il mondo ce ne sono meno di 1 milione, direi che la densità di talenti e di eccellenze è davvero notevole, proprio in termini quantitativi. Si vede che il problema non sono né qualche nostra tara congenita, insita nell’etnia, né i modelli educativi dominanti.

      Grazie per il suo intervento.

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