Nuovo libro, nuove necessarie riflessioni su indipendentismo, sardismo, democrazia in Sardegna

Cristiano Sabino e Giovanni Fara provano a condensare in un libro un’analisi sulle recenti vicende dell’indipendentismo sardo, con sguardo critico e autocritico.

Un’operazione necessaria, al di là delle consuete discussioni tra militanti o ex militanti e delle inutili schermaglie sui social media. Necessaria ma non sufficiente, questo è anche banale precisarlo. Ne sono consapevoli gli stessi autori.

Il libro, pubblicato da Catartica, si intitola Dare finalmente all’abbandono un movimento e un’anima, citando un passaggio dello “Schema di programma politico approvato dal 3° Congresso regionale dei combattenti sardi”, del 1920.

È articolato in due parti, una a testa, più una sorta di manifesto di base di quello che Cristiano Sabino definisce “sardismo popolare”. Quest’ultimo testo è reso anche in sardo.

Sia Sabino sia Fara hanno in comune una lunga militanza politica, dipanatasi in passato su percorsi diversi e oggi ritrovatasi su un terreno comune, quindi non scrivono da osservatori esterni. Per questo parlo di “autocritica”. Hanno vissuto direttamente le dinamiche e i conflitti che descrivono e sono parte essi stessi dei problemi che sollevano. È una posizione soggettiva, dunque, la loro; ma è anche dichiarata, trasparente, e ben poco indulgente, perciò aggiunge, non toglie, senso alla loro disamina.

L’incipit non lascia dubbi:

Sgomberiamo subito qualsiasi dubbio sullo scopo del testo che vi apprestate a leggere: non si tratta propriamente di un saggio sull’indipendentismo sardo, bensì di un’opera incentrata sulla necessità di fornire una lettura del fallimento storico dell’indipendentismo organizzato e dei suoi principali protagonisti, per avanzare la proposta – sotto forma di manifesto – di un nuovo percorso di emancipazione, liberazione della Nazione Sarda.

Dico subito che si tratta di un contributo importante, perché i due autori provano a stilare un consuntivo di anni di azione politica e di offerta teorica e pragmatica altrimenti prossimi all’oblio, dandone un giudizio nel complesso negativo, senza però rinunciare a una pars construens.

Sul giudizio complessivo, benché io stesso riconosca come corrette molte delle considerazioni fatte da Giovanni e da Cristiano, tenderei ad essere meno severo di loro. I processi in questione, per altro tutt’ora in corso, non possono essere descritti adeguatamente limitandoci ai fenomeni più epidermici, ai fatti di cronaca minuta. Sono processi che passano in gran parte sotto la superficie della storia e le sue increspature occasionali.

Certamente, dentro il quadro dei rapporti di forza e del gioco del consenso elettorale, l’indipendentismo si trova oggi messo alle strette, costretto a rincorrere. E questo nonostante l’oggettiva e crescente debolezza degli apparati di potere e delle reti di complicità e di controllo clientelare che fin qui hanno consentito a un’oligarchia mediocre di dominare la scena.

In questo senso (e qui apro un inciso), la lezione che si sarebbe potuta trarre dalle elezioni del 2014 è andata perduta quasi completamente. A furia di liquidare come perdente e come fallimentare quel particolare frangente, e soprattutto l’esperienza di Sardegna Possibile, se ne sono persi il patrimonio di esperienza, di contenuti e di metodo che avevano consentito a un gruppo di pochissime persone, con la sola base operativa di un partito giovanissimo di neanche duecento iscritti, di coinvolgere decine di migliaia di sardi in un percorso politico realmente innovativo. La figura di Michela Murgia, sulle cui spalle si scaricarono allora molte responsabilità e molti oneri, è servita a tanti come parafulmine e come diversivo. Su tutto ciò sono necessarie un’esauriente ricostruzione e una riflessione meno condizionata da contingenze e idiosincrasie personali. Per quanto mi riguarda, ci sto lavorando su, come annunciato. Vedremo cosa ne verrà fuori.

Tornando al libro di Fara e Sabino, il suo pregio principale, al di là dei contenuti specifici, è che non pretende di reinventare da capo l’indipendentismo, come troppo spesso si è cercato di fare negli ultimi vent’anni, forse per una malintesa applicazione del principio dell’uccisione dei padri, bensì prova a recuperare alcune lezioni del passato in modo propositivo.

Così, l’articolato processo che condusse un secolo fa alla nascita del Partito Sardo d’Azione viene ricollocato nel suo contesto, enfatizzandone la connessione con Gramsci e il suo punto di vista sul sardismo (aspetto sempre trascurato dagli studi gramsciani e dall’indipendentismo stesso), e viene anche messo in consonanza col momento storico attuale.

È piuttosto interessante questo tentativo di riannodare alcuni fili politici col primo sardismo, istituendo così una giusta connessione con un passato ingombrante del quale si criticano spesso alcuni aspetti e alcuni esiti – non senza ragioni, secondo me -, ma quasi sempre facendo un torto alla complessità di quei momenti, ricchi di fatti, personaggi e contenuti.

Forse nel libro manca un analogo lavoro di ricucitura con vicende più recenti e più direttamente collegate con le dinamiche degli ultimi vent’anni, una ricognizione critica dell’indipendentismo contemporaneo da Simon Mossa all’ultimo decennio del XX secolo. Ma del resto siamo in attesa di una ricostruzione storica accurata sull’intero fenomeno dell’indipendentismo sardo, perciò sarebbe ingiusto attendersi da questo libro ciò che non promette e non vuole essere.

Altra annotazione, marginale ma su una faccenda non secondaria: mi lascia perplesso, a livello concettuale, il riferimento iniziale alla Nazione Sarda, assunta come dato storico e politico oggettivo. L’idea di nazione e la sua applicazione alla Sardegna attuale meritano una riflessione accurata. Non nei termini liquidatori e regressivi con cui l’establishment culturale e politico sardo l’ha sempre trattata; caso mai in termini teorici un minimo aggiornati e con una più coraggiosa aderenza alla realtà storica, fattuale, della Sardegna degli ultimi due secoli. Il concetto di nazione, in senso contemporaneo, va preso per quello che è: un’idea ben situata nel tempo e nelle circostanze in cui fu pensata e usata, non una realtà storica di lunga durata, né un dato oggettivo e indubitabile.

Anche sul lessico, insomma, andrebbe fatta una ricognizione critica e forse sarebbe il caso di dotarci di parole e di cornici concettuali non solo e non tanto nuove ma soprattutto più precise e più dense di senso anche per il futuro. (Ho provato ad affrontare il problema, prendendolo alla lontana (ma non troppo), in un recente articolo su Filosofia de Logu e a quello rimando.)

Non sono affatto convinto che il mondo che verrà abbia ancora bisogno di nazioni. Non sono nemmeno persuaso che avrà bisogno di stati, anche se gli stati, ancora per un po’, avranno qualcosa da dire nello scenario umano prossimo venturo. Non è detto che sarà qualcosa di buono.

Naturalmente, il libro di Fara e Sabino non ha questo focus, quindi non si tratta di un tradimento delle premesse. Per questo la definisco un’annotazione marginale. Intravvedo invece una lacuna più consistente su un altro piano. In tutta la disamina, sia nella parte scritta da Giovanni sia in quella scritta da Cristiano, manca un tentativo, sia pure sintetico, di tracciare un quadro sociale (e storico-sociale) a cui fare riferimento per contestualizzare tanto i fatti analizzati quanto la proposta politica presentata.

Non è una lacuna solo di questo libro, intendiamoci. Direi anzi che proprio qui sta una delle pecche maggiori dell’indipendentismo contemporaneo: la mancanza di una connessione diretta col tessuto sociale sardo, nelle sue articolazioni e nelle sue dinamiche. Così si spiega, in larga misura, il limitato successo dei tentativi di rappresentanza politica, ossia nella ricerca del consenso elettorale. L’indipendentismo ha sempre puntato più a rappresentare le proprie stesse idee, i propri concetti, la propria prospettiva, che a interpretare e rappresentare componenti sociali reali.

L’intento emancipativo di molto indipendentismo, pure indubitabile, è stato spesso troppo astratto e/o troppo dogmatico, cioè sottomesso a una logica e a cornici teoriche non sorte dal terreno storico, ma calate dall’alto e dall’esterno.

Servirebbe, dunque, un approccio materialista nuovo, non prescrittivo ma prima di tutto adeguatamente descrittivo, da cui partire per vivificare il processo di autodeterminazione. Tale approccio me lo sarei aspettato, almeno a grandi linee e in termini ipotetici, problematici, in un testo come questo, specie laddove si analizzano le debolezze dell’attività indipendentista dell’ultimo ventennio, ma non l’ho rinvenuto.

Sia chiaro, non è un compito facile, a cui possano dedicarsi poche persone a tempo perso e nemmeno un partito politico. In Sardegna soffriamo di una mancanza colpevole, se non dolosa, di studi accurati su processi socio-economici anche macroscopici; abbiamo un’idea molto approssimativa di noi stessi. Vivacchiamo in un limbo oscuro, vagamente illuminato a tratti dalla fioca luce di qualche raccolta di dati presi da altri, spesso per altri scopi, e poi assemblata alla meno peggio, senza alcuno studio vero, senza alcuna applicazione di strumenti analitici, descrittivi e riassuntivi tarati sulla realtà a cui andrebbero applicati.

Nondimeno, il compito di una nuova stagione di politica indipendentista, autodeterminazionista e democratica deve essere anche di dotarsi di strumenti di comprensione più raffinati e di partire dai dati di realtà, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Partendo da lì, sarebbe anche più semplice ricostruire le radici socio-culturali della scarsa attrattiva elettorale dell’indipendentismo, beninteso senza fare dell’ambito elettorale un feticcio o l’unico ambito da curare.

Non mi dilungo oltre, lascio a lettrici e lettori il piacere di scoprire i contenuti specifici del libro a valutarli alla luce delle proprie esperienze e informazioni. Per quel che mi riguarda, sono lieto che questo lavoro sia stato fatto, anche se o proprio perché mi sento chiamato in causa direttamente. L’invito che posso fare, soprattutto ai lettori più coinvolti, è di trarne degli spunti di ragionamento e delle considerazioni argomentate, anche di dissenso magari, ma fuori dalle bolle autoreferenziali in stile Facebook e dalle vacue difese corporative, di clan, personalistiche.

È uno sforzo teorico collettivo, quello che serve, senza rinunciare alla partecipazione e all’azione politica diretta. Ambiti pragmatici ai quali, oltre a un nuovo apporto teorico, gioverebbe un percorso organizzativo originale, ampio, plurale e diffuso.

In ogni caso, anche gli aspetti pragmatici e organizzativi, persino la partecipazione a future competizioni elettorali, potranno trarre forza da una conoscenza di un passato – più o meno vicino – che non resti mera memoria personale o di gruppo – come tale, parziale e accomodata all’occorrenza -, ma si traduca in un patrimonio di fatti, esempi, conseguimenti, errori e successi a cui attingere e di cui fare tesoro.

Ben venga dunque questo libro, del resto agile e di comoda lettura anche per i non specialisti, e ben vengano tutti gli ulteriori contributi che seguiranno.

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