Coronavirus, internazionalismo, subalternità e studi postcoloniali

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L’epidemia di Covid-19 sta suscitando molte riflessioni interessanti e ci sta squadernando sotto il naso le grandi contraddizioni della nostra epoca declinante.

Questo, oltre a mettere drammaticamente in luce la stoltezza e la cialtronaggine delle classi dirigenti (in primis quella italiana, e quella sarda al seguito).

Eppure, anche laddove si rinvengano ragionamenti fecondi e spunti interessanti, spesso si nascondono ulteriori nodi, che però solo uno sguardo obliquo e magari “allenato” riesce a scorgere.

La prendo un po’ alla lontana (ma non troppo). Uno dei capisaldi della riflessione sui diritti civili e dei movimenti di emancipazione è che i gruppi subalterni non possono/devono assumere come proprie le istanze politiche dei gruppi dominanti, se non al prezzo di subirle e di restarne imprigionati. Anche nel caso di istanze progressive o emancipative.

Non puoi pretendere dai neri – nel contesto USA – l’accettazione della dialettica tra repubblicani e democratici, tra progressisti e conservatori, prescindendo dal problema dei diritti civili e del razzismo.

Non puoi pretendere dalle donne l’adesione a una o l’altra delle famiglie politiche che si dividono la scena, prescindendo dalla questione femminile.

Non puoi pretendere dal proletariato l’assunzione della morale e della visuale padronale come uniche legittime e valide, senza accentuarne la condizione di dipendenza e asservimento.

Non puoi chiedere a una popolazione che ha subito il colonialismo e il neo-colonialismo di aderire all’idea (sempre piuttosto astratta) di democrazia così com’è concepita in Occidente, prescindendo dalla stratificazione storica locale, compreso appunto il colonialismo con tutte le sue conseguenze.

Allo stesso modo la questione si può/deve applicare alla Sardegna. Non capirai nulla della Sardegna contemporanea se rimuovi dallo scenario i fenomeni di stampo coloniale e la minorizzazione culturale subiti negli ultimi due secoli. Se rimuovi, insomma, la “questione sarda”.

È un problema di rilievo assoluto e di indole epistemologica, che riguarda prima di tutto le scienze sociali, nel loro dispiegarsi nell’isola e riguardo all’isola, ma naturalmente tocca anche gli aspetti materiali di natura socio-economica, quelli culturali (in senso lato) e la politica.

Mi ha fatto pensare a questo problema la lettura di un interessante articolo uscito sul manifesto. Un’intervista a un importante storico delle epidemie, Frank Snowden.

Nel corso dell’intervista Snowden dice cose molto belle e, per quanto mi riguarda, pienamente condivisibili, come questa:

Uno dei modi essenziali per prepararsi al futuro è garantire che tutti sul pianeta abbiano accesso alle cure mediche gratuite, perché se qualcuno si ammala di un virus polmonare, questo si ripercuoterà su tutti nel mondo. E quindi, se qualcuno deve essere al sicuro, tutti devono essere coperti dall’assistenza sanitaria.

Una conclusione che discende dai fatti a cui stiamo assistendo, prima ancora che da una posizione ideologica. Ed è una delle faccende che ci spingono a mettere in discussione ancora più drasticamente e con maggiore urgenza gli assetti economici e politici ereditati soprattutto da questi ultimi quarant’anni di liberismo feroce.

Il discorso merita ulteriori approfondimenti e magari ci torneremo su (come d’altra parte sta avvenendo in tutto il mondo e a vario livello, in queste settimane).

Quel che però mi premeva di mettere in risalto è ciò che viene poco dopo:

Nel suo libro “Epidemics and Society” lei parla del successo sardo nell’eradicazione della malaria nella prima metà del ‘900 per illustrare l’importanza dell’assistenza internazionale, che all’epoca coinvolse gli Stati Uniti. Di conseguenza, per sopravvivere alla sfida di un’epidemia, l’umanità deve adottare una prospettiva internazionalista? Lei cosa ne pensa?

Assolutamente sì. Penso che uno degli aspetti più preoccupanti di questa epidemia sia che il “muro di Trump” diventi la metafora dell’epoca in cui viviamo, la nostra fiducia nei muri, nei confini e nelle barriere nazionali per “proteggerci”. Questo sottrae risorse alle misure che dovrebbero in realtà essere prese e una cosa che sappiamo è che i microbi hanno zero rispetto per i confini nazionali e i confini politici.
Credo ci sia stata una qualche misura efficace nei travel ban messi in atto temporaneamente. La speranza era che i paesi che avevano un divieto di viaggio in vigore guadagnassero qualche settimana di tempo per prepararsi. Ora, molti paesi hanno sprecato quel tempo, hanno messo in atto i divieti e poi non hanno fatto nulla.
Il mio paese, gli Stati Uniti, è l’esempio perfetto di come si è sprecato tutto quel tempo…L’Unione Europea non è stata in grado di sviluppare e adottare piani di preparazione che potessero mettere in atto una unica risposta continentale alla malattia.
E quindi ogni paese dell’Unione ha adottato misure senza alcun coordinamento. E l’opinione pubblica è rimasta molto confusa non sapendo quale fosse l’approccio migliore.
Questo è un ambiente in cui fioriscono miti, paranoie e teorie del complotto. Un’epidemia di disinformazione ha alimentato la pandemia biologica e l’ha aiutata a proliferare.

Il discorso è molto saggio e pragmatico e sembrerebbe non fare una grinza. Tuttavia il problema si annida nelle sue pieghe, e non è un problema da poco.

Tanto la domanda quanto la risposta partono dal presupposto che si sia verificata un’evenienza storica di questo tipo: la Sardegna, povera e arretrata regione italiana, aveva bisogno dell’aiuto di qualcuno per tirarsi fuori dalla sua condizione di sottosviluppo; una delle misure più efficaci intraprese è stata l’eradicazione della malaria ad opera degli Americani; un esempio di solidarietà internazionale – e internazionalista – andata a buon fine.

Punto e a capo.

Il discorso che ne emerge non è affatto sbagliato. La riflessione e le conclusioni che ne trae Snowden sono lucide e – a mio avviso – giuste.

Il problema è che la premessa è come minimo lacunosa, se non infondata.

La soluzione al problema endemico della malaria in Sardegna non è stata affatto una generosa dimostrazione di internazionalismo solidale. Sappiamo perfettamente cosa sia successo un attimo dopo la morte per DDT dell’ultima zanzara anofele sarda (e non solo sua, va detto): la Sardegna è diventata una enorme piattaforma militare della NATO. Bottino di guerra, concessione fatta obtorto collo dallo stato italiano, tutto quello che vogliamo. Ma tant’è.

Un bel ragionamento mandato a gambe all’aria dalla mancanza di una giusta prospettiva nell’inquadrare un fatto storico significativo. Isolandolo e distaccandolo dal complesso contesto in cui avvenne, dai suoi presupposti e dalle sue conseguenze, lo si piega a un significato altro, lontano e persino opposto alla realtà storica.

Ma chi è che dovrebbe sottolineare questo nodo irrisolto? Com’è che si fa a riportare questa vicenda contraddittoria alla sua più corretta dimensione?

Intanto imponendo una visuale non passiva né subalterna, possibilmente quella di chi quei fatti li ha vissuti e subiti direttamente, li ha meditati e li ha ricostruiti in tutte le loro articolazioni. Ossia i sardi, in questo caso. E bisogna sia fatta propria prima di tutto dai sardi stessi.

Raramente, per quel che ho potuto constatare in tanti anni di monitoraggio delle ricostruzioni e della manualistica storica, la vicenda dell’eradicazione della malaria in Sardegna viene presentata sotto un’ottica sarda non passiva, autonoma. Un’ottica non subalterna, insomma.

Se racconti la vicenda dell’eradicazione della malaria in Sardegna prescindendo dal resto della storia sarda del Novecento e in particolare del secondo dopoguerra – imposizione delle servitù militari, Piano di Rinascita industriale, emigrazione di massa, ecc. – non fai un buon servizio alla storia e non racconti tutta la *verità*.

Tanto più è grave, ovviamente, se a farlo è un/a sardo/a.

La coscienza di questo problema di fondo, quando si tratta di affrontare le vicende di comunità subalternizzate, minorizzate e/o colonizzate, è decisiva. Lo è per i membri della comunità medesima, lo è per chi, da esterno, la studia.

Mi piacerebbe sperare che, nel caso di Frank Snowden e della sua intervista, se l’intervistatrice fosse stata sarda, gli avrebbe fatto notare questa cosa. Ma non mi faccio troppe illusioni in proposito.

Possiamo però usare questo episodio tutto sommato minimo per ragionarci su. Anche in un’ottica più ampia di consapevolezza di quel che ci sta accadendo in questo frangente storico così particolare.

Non dobbiamo rinunciare ad avere uno sguardo nostro sulla questione Covid-19 e tutto ciò che la concerne, specie sul piano politico. Non per una fatto ideologico o “identitario”, ma per ragioni molto pratiche e, per tanti versi, vitali.

E non dovremmo rinunciare nemmeno ad avere una nostra voce, anche nelle sedi istituzionali. La passività e la dabbenaggine con cui gli attuali governanti dell’isola, sulla scorta di chi li ha preceduti, stanno affrontando la questione pandemia, è il frutto anche della mancata maturazione e diffusione di uno sguardo non passivo e non subalterno su noi stessi e la nostra storia.

In questo senso non è nemmeno colpa dei vari Solinas, Nieddu e soci. Il problema non nasce con loro, né svanirà con loro. Magari fosse così semplice.

Intanto che teniamo duro e ci barcameniamo nella quotidianità sconvolta dalla pandemia, proviamo a rifletterci su.

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