Per sottrarsi al dominio bisogna sconfiggerne l’egemonia: verso una via sarda alla democrazia (1/2)

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Ci sono tante questioni aperte sul tappeto, in Sardegna, questioni che sembrano eterne e quasi irrisolvibili per loro natura.

Oppure perché i Sardi, per un proprio difetto congenito, non sono in grado di risolverle.

Almeno, questa è la spiegazione “ufficiale”.

È la spiegazione di tutto l’establishment politico-affaristico (i Sardi come inconveniente, come “limite”).

È la spiegazione pronta all’uso di pressoché tutto il panorama culturale ufficiale, accademico, mediatico.

È la spiegazione dell’intero apparato di dominio, articolato e governato dall’Italia. Ossia, meglio, dalla classe dominante italiana tramite i suoi agenti e complici locali.

Così, per esempio, dobbiamo sorbirci continue lezioni sulla necessità di avere più turismo e meglio organizzato.

Sorvolando su tutto il resto. Tipo: perché? O: a chi gioverebbe? O anche: su quali basi si fonda questa asserzione?

Naturalmente, che in Sardegna ci vivano già persone “non turiste” non ha alcuna rilevanza. Le cose vanno fatte per i turisti e solo per loro. E guai se si trovano male.

Allo stesso modo ci si attribuisce un ritardo economico che sembra sempre ascrivibile a difetti razziali e non a specifiche condizioni di fatto, situate nel tempo e nello spazio, che hanno prodotto questi effetti.

Condizioni di fatto che discendono da rapporti di forza, da scelte politiche, da volontà e interessi, non certo da una pretesa tara culturale, facilmente ascrivibile alla natura “sbagliata” della razza sarda.

In questa cornice narrativa, ovviamente, non hanno posto le innumerevoli realtà produttive sarde che invece, nonostante limiti strutturali e politici, funzionano e si fanno valere.

E non ha posto il costante ricatto occupazionale garantito proprio dalla debolezza socio-economica, indotta e coltivata a proprio vantaggio da chi poi può farla franca attribuendola ad altro o addirittura a chi la subisce.

L’ultimo dei proletari, ormai, pensa esattamente come il padrone. A proprio danno. Un capolavoro assoluto. Non ci sarebbe da chiedersi come mai?

Non sarà che anche da noi, come dappertutto, le “idee dominanti” alla fine sono quelle “della classe dominante”? (Chi lo diceva, questo?)

Oggi in Sardegna vanno di moda due grandi narrazioni, apparentemente slegate tra loro.

Una è quella sulla metanizzazione.

Dice: il metano ci serve per uscire dalla dipendenza dal carbone e dal petrolio. E grazie al piffero!

Accorgersene trent’anni fa sembrava brutto?

L’attuale progetto di metanizzazione della Sardegna in realtà NON è un progetto di metanizzazione della Sardegna.

Si tratta di una tipica Grande Opera Inutile e Imposta tirata insieme certamente nell’interesse di qualcuno ma fatta pagare alla Sardegna.

Tutta, ma proprio tutta, la comunicazione politica e mediatica è a favore di questa porcheria.

Un’ennesima servitù che si somma alle altre, presentata come un’occasione per essere un po’ meno servi.

A questi Orwell non gli lega manco le scarpe da tennis.

L’altra grande perla narrativa è quella legata alla proposta di inserire il “principio di insularità” nella costituzione italiana.

Una genialata a cui non sono estranei quei veri maghi del crimine (politico) dei Riformatori.

Sì, proprio quelli che hanno proposto e ottenuto l’abolizione degli organi democratici delle province senza abolire le province e le relative spese.

E che hanno proposto e ottenuto la riduzione del numero dei consiglieri regionali (non certo dei loro emolumenti, mica sono scemi).

Questa cosa dell’insularità in costituzione è un mantra, in questo periodo. A reti unificate.

Propagandato e imposto con enorme spiegamento di mezzi e anche di panzane invereconde.

Entrambi i grandi inganni sono largamente avallati e sorretti da una comunicazione compulsiva.

Comunicazione, beninteso, omissiva e reticente su tutti i numerosi aspetti problematici, ma prodiga di enfasi e argomentazioni fallaci sulla necessità quasi ineluttabile di queste misure coloniali.

Perché è evidente, solo che si guardi alle cose con un minimo di distacco, fuori dai fumi mefitici della propaganda, che si tratta solo degli ennesimi pastrocchi coloniali.

Ora, il problema non è solo che questa robaccia ci verrà presto o tardi imposta, a prescindere dalla volontà dei più. Insieme a tutto il resto.

Il problema è come farvi fronte. E, prima di tutto, esserne coscienti.

È chiaro che non si può essere “terzi” su queste faccende. O di qua, o di là.

Di qua, ossia dove è in pieno funzionamento un gigantesco dispositivo neo-coloniale, si può continuare serenamente a dire che i Sardi sono una razza inferiore che abbisogna di tutela e del generoso aiuto di qualche nobile e disinteressato padrone (il padrone può essere anche musulmano, solo i poveri non possono).

Si può continuare a difendere qualsiasi ricetta che confermi e perpetui la nostra condizione subalterna, chiaramente mentendo sulla sua vera natura e spacciandola per la giusta risposta a qualche bisogno più o meno reale.

Si possono addebitare a cause e/o soggetti fittizi, o a magagne insormontabili, o a vaghi nemici esterni, gli effetti deleteri della nostra situazione di dipendenza e sottomissione.

Una sottomissione socio-economica, ma anche, inevitabilmente culturale.

Di là, invece, bisogna trovare il modo di costituire un nuovo blocco sociale (e culturale e politico) che sappia contrastare questa deriva e produrre un processo profondo di democratizzazione della Sardegna.

Perciò è importante precisare le condizioni in cui è dato di agire, i termini delle questioni e le possibilità concrete di incidere su di esse. Ed è necessario che una massa consistente di persone capisca quel che succede.

La grande forza dell’apparato di dominio che agisce in Sardegna è la sua capacità di controllare l’organizzazione del sapere e la comunicazione di massa.

Una potenza egemonica enorme, difficilissima da scalzare.

Ne sono concrete articolazioni persino le esperienze culturali apparentemente più progressiste e votate a una certa apertura, come alcuni grandi festival culturali.

Mi ha fatto riflettere, per esempio, il fatto che, nel giugno scorso, i due maggiori eventi culturali dell’isola – Marina Café Noir e Isola delle Storie – non siano stati in grado non dico di dedicare qualcosa, ma nemmeno di rievocare o anche solo menzionare i Moti di Pratobello, di cui in quei giorni cadeva il cinquantesimo anniversario.

Non è casuale, ma non è nemmeno un problema dei due festival in quanto tali. Si tratta di grandi eventi immersi – direi inevitabilmente – nella semiosfera e nella mediasfera italiana.

L’immaginario collettivo e l’armamentario mentale di tanti sardi sono conformati e allestiti in termini subalterni, anche quando sono messe in campo le migliori intenzioni.

Prima vittima – compartecipe – di questo fenomeno è il nostro cosiddetto “ceto medio istruito”.

Ceto vario ed eterogeneo, formato per lo più da impiegati, insegnanti, funzionari pubblici, professionisti, ma anche persone senza grandi titoli di studio eppure intellettualmente attive.

Tutta gente che in realtà prevalentemente appartiene alla classe lavoratrice. Ma che si sente classe dirigente. E assume in sé le idee dominanti, ossia quelle della classe dominante, né più né meno dei proletari strettamente intesi delle zone più disagiate dell’isola.

Una fetta consistente e a volte anche ben attrezzata della nostra collettività è dunque totalmente succube di un grande dispositivo egemonico che ne obnubila la capacità di discernimento.

Ma per lo più non se ne rende conto.

Si tratta di un caso di alienazione culturale di massa.

Il fatto stesso di “essere informati” (perché si segue la politica e la cronaca, perché si leggono i giornali e si guardano le trasmissioni di inchiesta, ecc.) si traduce in una quasi totale perdita di consapevolezza di sé.

Vorrei che fosse chiaro quello che sto dicendo, perché anche in Sardegna circola la leggenda che la colpa di certe vittorie elettorali o di fenomeni di costume degeneri sia da attribuire al popolo ignorante, illetterato, analfabeta (funzionale o in senso stretto).

Non è così. Gran parte dei nostri guai dipende della de-responsabilizzazione, dal conformismo e spesso dall’opportunismo e dalla crassa ignoranza della nostra piccola borghesia, della nostra intellettualità, della nostra politica locale, del nostro associazionismo, del nostro “ceto medio istruito” appunto.

La Sardegna è – lo ribadisco anche qui – una colonia televisiva italiana.

Le agenzie formative – scuola e università – non solo non sono un argine a questo fenomeno, ma anzi in buona parte lo alimentano.

Il loro depotenziamento, l’asservimento del loro governo a logiche di controllo sociale e di subalternità culturale sono funzionali al mantenimento di rigide divisioni di classe e a crescenti dislivelli territoriali.

Basti pensare al favore dimostrato negli anni dalle dirigenze scolastiche e dai due atenei per i militari e per il militarismo, assecondati in questo dai mass media e da troppe amministrazioni locali.

Oppure alla questione linguistica, così fraintesa, mortificata, folklorizzata o del tutto elusa.

E sono solo due esempi.

Tutto questo costituisce una enorme sfida a cui rispondere. La sfida dell’egemonia culturale.

Che non è solo una questione di cose da dire, ma anche e soprattutto di cose da fare.

Il discorso è lungo e va articolato per bene. Ci tornerò su nella seconda parte di questa trattazione.

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