La festa, la storia, il senso di sé

Ho come la sensazione che a molti dispiaccia sotto sotto che anche quest’anno ci tocchi celebrare la ricorrenza del 28 aprile. Sa Die de sa Sardigna in questo momento sembra essere più un intralcio che un’occasione. Uno scomodo richiamo alla consapevolezza che in tempi di estrema debolezza economica, sociale e culturale disturba chi ha tutte le intenzioni di sopire il senso critico, ma anche una pericolosa fonte di smascheramento per i numerosi assemblatori di falsa coscienza identitaria che si trovano a dover fare i conti con la propria incoerenza.

Da qui l’evidente operazione di elusione o di espunzione della ricorrenza da parte dell’apparato massmediatico (oggi sulla home page della Nuova on line non c’è il minimo richiamo, ad esempio, mentre c’è quello alla vittoria di una velina sarda nell’ennesimo reality televisivo), schizofrenicamente in conflitto con la necessità di non farla troppo sporca che spinge le dormienti e succubi istituzioni politiche sarde a dover comunque fare qualcosa.

Inevitabili i pasticci, i cortocircuiti storici, i tentativi di attenuazione del significato storico dei fatti ricordati, come il loro inserimento nell’ambito della propaganda sull’unificazione italiana, o le solite falsificazioni storiche basate sull’uso improprio di termini e concetti, in primis l’attribuzione di significati “autonomisti” ai moti angioyani e alla stagione rivoluzionaria sarda, e la connessa, penosa e ahinoi ricorrente retorica rivendicazionista verso la matrigna italica.

Eppure, proprio per la sua scomodità, per la sua irriducibilità a qualsiasi disegno egemonico, questa festa del popolo sardo rimane un’urgenza, un necessario momento di richiamo all’ordine, al senso di noi stessi nel tempo e nello spazio.

Le vagonate di retorica italianista, di stampo patriottardo e a tratti meramente nazionalista, con cui siamo stati subissati in questi mesi, se hanno contribuito a confondere ulteriormente i già precari sentimenti di appartenenza di tanti sardi, hanno anche inevitabilmente costretto molti a fare i conti con tale precarietà, a indagarne le ragioni, almeno a renderla esplicita e non più inconscia o sottaciuta.

I sardi non sono mai stati così fuori dalla Storia come negli ultimi centocinquant’anni. Non lo erano di certo alla fine di quel fatidico XVIII secolo, primi emuli europei della prassi rivoluzionaria francese. Questo è già un dato scomodissimo per i teorici della nostra subalternità. Inoltre in quegli anni appare quasi didascalicamente evidente il vero nodo storico che ancora ci costringe a vivere in un perenne stato di crisi: il costante tradimento delle classi dominanti nei confronti del popolo, della collettività storica sarda. Classi dominanti che hanno sempre preferito garantirsi il proprio ruolo di intermediazione verso un centro di potere e di sovranità esterno, per mantenere i propri privilegi in Sardegna, piuttosto che farsi interpreti della necessità storica della nostra piena emancipazione politica, economica, culturale.

La attuale classe politica sarda è l’erede in piccolo degli aristocratici e dell’alta borghesia che nel 1799 ritirarono le Cinque Domande al re di Sardegna, proprio nel momento in cui lo avevano in pugno, stante l’esilio cagliaritano della corte sabauda, salvo poi ingrassarsi ai danni della popolazione grazie all’Editto delle chiudende e al riscatto monetario dei feudi soppressi (pagato dai sudditi).

Oggi si evita caldamente di trascinare lo stato davanti al suo giudice naturale (la corte costituzionale) per avere indietro quel che ci spetta in base alle stesse leggi italiane (le famose entrate mai riversate), forse in attesa di essere gratificati da qualche incarico o da altre prebende, per tanta remissività. O si risponde alle sollecitazioni dell’opinione pubblica (ma forse di più a quelle della lobby degli albergatori, non certo tutti sardi) circa la questione del caro traghetti scopiazzando sfacciatamente proposte altrui, in mancanza di una propria capacità di elaborazione politica. Esempi pratici di come funziona oggi il meccanismo di impoverimento, deprivazione culturale e controllo sociale che ci condanna alla depressione materiale e psicologica.

E allora ben venga Sa Die de sa Sardigna a ridestarci almeno un poco dal sonno della ragione e dello spirito. Ben venga questa fonte di senso di noi stessi, questa possibile scaturigine di una nuova visione su quel che possiamo e dobbiamo pretendere. I nostri antenati in quel lontano giorno di primavera seppero cosa fare. In nome di se stessi, non di altri. Per provare l’ebbrezza di decidere da sé chi essere, dove collocarsi, quale orizzonte scrutare. È già successo, può succedere ancora.

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