Buonanotte e buona fortuna!

dsc01074

Riprendo da Megachip questo pezzo, a mio modo di vedere particolarmente significativo per diversi aspetti.

di Dafni Ruscetta – Megachip.

Anche in Italia, nonostante l’incapacità delle élite al potere di gestire il paese, esiste un residuo di sensibilità democratica, di senso civico misto a rispetto che, ultimamente, avevo  assaporato solo grazie ad un lungo soggiorno in Danimarca.

Ieri pomeriggio, infatti, ho avuto nuovamente la sensazione che la decisione di tornare a vivere nel contesto nazionale, con l’intenzione di contribuire a cambiarlo anche attraverso le banali azioni quotidiane, sia stata per me una scelta fondamentale e carica di speranza. Questo rinnovato ottimismo nasce dall’aver ricevuto di persona, oggi, una conferma della bontà delle risorse umane, sociali e civiche che questo nostro paese, malgrado tutto, è in grado di esprimere e di cui anche il “popolo delle carriole” de L’Aquila è un esempio concreto.

La domenica pomeriggio del 14 marzo, a Cagliari, probabilmente non sarà ricordata solo per il primo sole primaverile di questo 2010. Per coloro che hanno assistito a questo evento è stata soprattutto una bella dimostrazione di come un sistema democratico dovrebbe funzionare, di come dalla dimensione di consapevolezza individuale si possa passare ad una coscienza di società civile. E di come tali esempi siano sempre più spesso individuabili nelle piccole dimensioni, nella gente con cui ci si confronta ogni giorno.

Sono le 14 e poche macchine percorrono la via Is Mirrionis. Davanti all’Agenzia Regionale per il Lavoro circa cinquanta giovani fanno la fila fronte ad un anonimo cancello bianco. La mia ragazza ed io, sappiamo che lunedì 15 marzo (dalle 11) inizierà l’accettazione delle domande per l’assegnazione di un finanziamento da parte della Regione Sardegna, indirizzato a circa mille giovani che hanno già svolto un Master, un Dottorato o un Tirocinio con il programma “Master & Back”. In sintesi il programma prevede un percorso di formazione, per i giovani sardi, presso le più prestigiose università in Italia o all’estero (la parte “Master”) ed un successivo percorso di rientro in Sardegna (il cosiddetto “Back”) presso aziende, istituzioni o enti locali. Il tutto con un finanziamento sia in uscita che in entrata per i fortunati assegnatari della misura. La ratio del programma, istituito a suo tempo dalla giunta regionale guidata da Renato Soru – è la seguente: si investe nella formazione, e così si permette ai giovani di specializzarsi in contesti all’avanguardia, per poi farli rientrare in modo che possano spendere “internamente” quei saperi. Si crea in questo modo un circolo virtuoso che dovrebbe apportare un contributo non indifferente al futuro sviluppo economico e sociale (e aggiungo politico) dell’Isola. Una possibilità da non sottovalutare, specie in un contesto di continua emigrazione come quello sardo, in cui le opportunità di lavoro per le giovani generazioni sembrano sempre più un miraggio nel deserto.

L’edizione 2009-2010 del programma è stata peraltro caratterizzata da un procedimento alquanto complicato e farraginoso, spesso con regole di difficile interpretazione. Particolarmente penalizzati sono stati proprio i candidati aspiranti al Back, cioè la parte del programma che consente ad alcune realtà sarde (aziende pubbliche e private, università, Comuni, Province, centri di ricerca etc.) di ottenere fondi per l’assunzione, per un periodo di almeno un anno prorogabile a tre in caso di contratto a tempo indeterminato, di risorse umane con un’alta formazione alle spalle.

La scelta di separare la procedura in due tranche, infatti, ha creato non pochi disguidi, soprattutto se si considera che l’assegnazione dei contributi avviene per ordine cronologico di presentazione delle domande, che la pubblicazione delle “vetrine” di candidati e organismi ospitanti è avvenuta in una notte a cavallo tra il venerdì e il sabato e che tale pubblicazione è arrivata con quasi due mesi di ritardo rispetto alla naturale scadenza prevista dal bando stesso.

Questo, dunque, il contesto di enorme confusione e ansia in cui è maturata l’esperienza che sto per descrivere. Cose da Italia insomma, anche se proprio non riesco a rassegnarmi all’accettazione passiva di ciò che i cittadini di questo paese continuano a subire quotidianamente.

Come dicevo prima dell’inevitabile premessa, già dalla domenica mattina alcuni giovani coraggiosi – anche se alcuni di loro preferiscono definirsi “disperati” – affollano il marciapiede dell’Agenzia Regionale. La mia ragazza si iscrive nella lista che alcuni di loro hanno creato su fogli volanti. Man mano la lista cresce, arrivano ragazzi e ragazze di varia età e con diverse esperienze: c’è chi è stato due anni in Spagna, chi in Danimarca, in Inghilterra, qualcuno alla Normale di Pisa, alla Bocconi, altri provengono da importanti esperienze di lavoro in prestigiosi contesti internazionali. Tutti hanno in comune il desiderio, forse il sogno, di un futuro da vivere nella propria terra.

Verso le 20 la lista ha raggiunto quasi quota 150. Quello che è davvero straordinario di questa vicenda, però, è la quanto mai singolare – ma solo perché stiamo parlando di un paese come l’Italia – e interessante prova di maturità, di senso di convivenza civile che questi giovani sardi hanno saputo esprimere quest’oggi. Sono arrivati lì una domenica mattina (alcuni persino 30 ore prima dell’inizio della consegna delle domande), hanno cominciato a conoscersi, a dialogare tra di loro ed hanno deciso di darsi delle regole affinché si potesse gestire agevolmente e con efficienza l’arrivo e l’iscrizione di centinaia di ragazzi e ragazze da tutta l’Isola. L’organizzazione, in sintesi, è la seguente: chi arriva viene iscritto in fondo alla lista da uno degli “anziani” del gruppo. Ogni ora si fa un appello per verificare che chi si è già aggiunto tra gli iscritti sia ancora presente. Chi non è presente slitta in fondo alla lista (un voto a maggioranza ha deciso per questa soluzione e non per la cancellazione). Il candidato iscritto può delegare a terzi la propria presenza durante l’appello, per favorire la turnazione e la possibilità di concedersi una pausa di riposo di tanto in tanto. L’appello allo scadere di ogni ora è realizzato a turno, una volta da un candidato di sesso maschile, l’altra volta da una ragazza. Poi ci sono gli episodi di umanità, di solidarietà: chi offre una sedia, chi un pezzo di panino, chi una birra (rigorosamente Ichnusa…), chi la propria macchina per riscaldarsi un po’ le ossa.

Alle 23 le circa duecento anime, sfinite, sono in attesa che qualcuno le faccia entrare all’interno della struttura che, nel frattempo, la Protezione Civile ha allestito nel cortile dell’Agenzia. Ma i duecento “guerrieri” sono determinati, molti di loro occupano la strada di via Is Mirrionis e bloccano il traffico delle auto, semplicemente per chiedere di poter trascorrere almeno la notte al caldo. Molti automobilisti suonano il clacson innervositi, a loro forse nemmeno interessa sapere perché quelle anime siano lì al freddo a rispettare una fila, alle 23 di una domenica sera. Il Direttore dell’Agenzia, Dr. Tunis, esce dal cancello e, rivolgendosi loro, con senso di umanità afferma: “State facendo qualcosa di davvero grandioso ragazzi! Tra un po’ vi faremo entrare”. Dopo circa mezz’ora le porte si aprono. Entrano con i loro zainetti, i sacchi a pelo e qualche panino sullo stomaco, e si apprestano a trascorrere una notte che difficilmente dimenticheranno. Una notte in cui un gruppo di persone ha dato prova di grande sensibilità democratica, di senso di responsabilità, di autogestione nelle regole, di maturità civica e di rispetto. Non è cosa da poco nell’Italia dei nostri giorni, dei furbi, della corruzione, dell’irresponsabilità, dell’individualismo. E’ un bel segnale di speranza.

E’ mezzanotte, c’è ancora ansia tra quei ragazzi e ragazze, soprattutto tanta stanchezza e piedi freddi, ma il peggio sembra passato. Buona fortuna ragazzi! Buona notte Italia!

Gli aspetti per cui l’articolo citato mi sembra significativo sono i seguenti.

Il primo è relativo alla rivelazione, di per sé quasi stupefacente, che esistono delle persone, dei giovani per giunta, che sono in grado di gestire una situazione potenzialmente caotica e conflittuale in modo indipendente da qualsiasi autorità esterna che ne incanali o organizzi le azioni. E stiamo parlando, clamorosamente, di sardi.

Avete presente? Quelli “pochi, scemi e disuniti” della vulgata auto-razzista dominante.

Ebbene, questi giovani sardi hanno dato prova di maturità, senso di collaborazione e di condivisione. Niente a che fare con la competitività, il darwinismo sociale e le altre baggianate ideologiche imposteci dall’egemonia degli ultimi trent’anni.

Un ottimo segnale, direi!

Chi dovrebbe raccogliere tale segnale? Nell’articolo si fa riferimento all’Italia e a una realtà “nazionale” che sempre all’Italia allude. Eppure, non manca un certo orgoglio di appartenenza, simboleggiato dall’accenno a una nota marca di birra… olandese (ma con i quattro mori stampigliati in etichetta!).

Il che lascia pensare che molti giovani sardi, anche quando siano maturi, preparati e in pieno contatto col mondo che li circonda, abbiano una resistenza profonda a codificare un orizzonte identificativo al cui centro siamo noi e non qualcun altro.

È un atteggiamento diffuso, in Sardegna. Non so quanto, a dire il vero. Però è diffuso.  Aprirsi al mondo viene confuso con la rimozione di se stessi. Come se la propria soggettività, in quanto tale, disturbasse la qualità, la significatività, di ciò che si desidera condividere. La sindrome è attestata anche da altri sintomi (si veda ad esempio questa discussione su un blog di ricercatori sardi, che per altro, facendo un consuntivo, lamentano il proprio scarso appeal su vasto pubblico; quale? quello italiano, off course!)

Materia su cui riflettere, dunque. Specie per chi non intenda semplicemente osservare la realtà, ma anche provare a intervenirci su.

Buonanotte Sardegna. E… in bonora!