Raccontiamocela tutta

Non è una fine d’anno che ispiri ottimismo. Inutile elencare i motivi, sono tanti. Avevo perciò intenzione, sardomasochisticamente, di contribuire a mantenere elevato il livello di depressione commentando un paio di articoli usciti su altrettanti blog sardi in questi giorni. Riguardano temi consueti in questo spazio e sono di interesse generale, quindi niente di strano.

Tuttavia, mentre ragionavo su come formulare le mie considerazioni e su come connetterle, mi si è presentato un dubbio. Uno di quelli che non si vede l’ora di condividere, egoisticamente, giusto per sgravarsene un po’. Lo lascio alla fine e vado con ordine.

I due pezzi su cui volevo esprimere delle considerazioni sono uno di Vito Biolchini e uno di Fiorenzo Caterini, usciti di recente sui rispettivi blog.

Nel primo caso, si tratta di un articolo di argomento politico, dedicato a Sardegna Possibile. Se ne lamenta la sparizione, ma senza uscire dalla cornice delle voci di corridoio, dell’indeterminato. Per saperne qualcosa di meno vago sarebbe bastato chiedere a qualcuno di Sardegna Possibile. Ma il tema principale chiaramente non era la sorte vera o presunta di quella compagine politica bensì un altro. Infatti di Sardegna Possibile si segnala soprattutto (benché in modo un po’ ellittico, dicendo e non dicendo) la natura di ostacolo al progetto di creazione di un nuovo soggetto politico identitario-sovranista-autonomista, ormai in fase di lancio. Si tratta per la precisione del progetto di Paolo Maninchedda, assessore ai lavori pubblici della giunta Pigliaru e precedentemente esponente della maggioranza che sosteneva la giunta Cappellacci (prima ancora alleato di Renato Soru e poi suo acerrimo avversario). Il progetto di per sé ha una sua logica politica e non risulta affatto sorpredente. È una evenienza che da queste parti era già stata segnalata come una delle possibilità in campo.

Lo spazio politico sardo si presenta piuttosto sfibrato, aperto a nuove avventure. Quella in questione sarebbe una soluzione prevalentemente votata allo scopo di sostituire l’attuale classe politica egemone per appropriarsi del suo ruolo di intermediazione con i centri di potere economico e politico dominanti. Un ruolo di potere a sua volta, dunque, che da duecento anni è sempre stato in mano a fedelissimi delle strutture di dominio a cui la Sardegna è stata fin qui condannata a soggiacere. Per fare cosa? Non è chiaro. Sia come sia, presentarlo come una prospettiva simil-indipendentista appare una operazione di puro storytelling. Sardegna Possibile (evidentemente non abbastanza evaporata) si situa nel medesimo spazio politico che tale progetto intende egemonizzare e, qualsiasi cosa se ne pensi, per esso rappresenta un avversario diretto. Come tale va ridimensionata, disinnescandola o normalizzandola, magari strappandone via qualche pezzo. Sostenere che Sardegna Possibile coincida politicamente, in tutto o in parte, con il progetto di Maninchedda e dei suoi è una tesi capziosa che serve appunto allo scopo. Nell’insieme, l’articolo di Vito Biolchini non mi sembra francamente un apporto costruttivo alla discussione politica sarda. È frutto di una scelta di campo, legittima ma che andrebbe dichiarata. Non ci sarebbe nulla di male. E mi fermo qui.

Il secondo pezzo che intendevo commentare riguarda la questione dei Giganti di Monte Prama. Tema appassionante, probabilmente più del primo. La questione specifica affrontata da Fiorenzo Caterini è la mancata vigilanza sul sito archeologico cabrarese. Laggiù i lavori sono tutt’altro che conclusi e sembra anzi che nei pressi esistano altri possibili reperti, secondo rilievi fatti col georadar (strumento ingegneristico che segnala la presenza di “anomalie” nel sottosuolo, senza per altro poter fornire informazioni più precise). La mancanza di un servizio di vigilanza sul sito è grave ed è giustamente stigmatizzata. Ciò che mi premeva dire su questo articolo riguarda però la lamentazione circa l’indifferenza dello stato italiano verso questo sito e verso il patrimonio archeologico sardo in generale.

L’indifferenza (o persino l’ostilità) del sistema culturale italiano verso la storia sarda e le sue vestigia è evidente (non sempre, forse, ma in modo abbastanza diffuso e sistematico). Appellarsi ad esso perché se ne faccia carico è perciò totalmente illusorio. Confondere l’ambito della giurisdizione statale con un preteso ambito nazionale condiviso non aiuta. Il concetto di nazione e di nazionale sono molto fuorvianti. Per quanto sfuggenti e facili oggetti di manipolazione, essi attengono a una sfera di significati e di elementi storici che, nel caso della Sardegna, della sua storia e della sua cultura, segnano una distanza netta e ineludibile con l’Italia. Il patrimonio storico-culturale sardo non è un patrimonio nazionale italiano. Ne è anzi di fatto un contraltare e persino un pericoloso antagonista. La storia e l’archeologia sarda, la nostra cultura in senso ampio, minacciano direttamente l’ambito culturale italiano, gli elementi su cui si fonda, la sua egemonia, e prima di tutto le sue potenziali ricadute economiche.

Il fattore geografico è determinante. Non essere parte del continuum territoriale italiano ha un peso enorme. Tanto per dire, le eventuali quote di flussi turistici di tipo culturale conquistate dalla Sardegna, in virtù della sua ricchezza storica, sarebbero quote in buona misura sottratte all’Italia, senza possibilità di compromesso.

In questo frangente temo giochi un suo ruolo la rimozione o la mancata comprensione della questione dell’autodeterminazione. Che non può essere relegata a una mera funzione suppletiva delle carenze dell’autorità costituita. L’enfatizzazione dell’opera (meritoria) dei volontari che si occupano di vigilare sul sito di Monte Prama è una aggravante, in questo contesto. È una sorta di stampella, suppongo involontaria, lanciata al traballante discorso della deprofessionalizzazione dei beni culturali perseguita dai governi italiani, e da quello in carica in particolare. Non c’è niente di edificante, né in questo caso né in senso generale, nell’esaltare la mobilitazione dilettantistica e volontaristica (che sia fisica, sul posto, o via internet) in un ambito che invece richiederebbe ancora più ricerca, più studio, più competenze e più personale qualificato. Non sarà certamente lo stato centrale, già avaro verso i beni culturali italiani propriamente detti, a farsi carico in questo senso del nostro patrimonio culturale. Sarebbe ora di pensare a un modello sardo, serio, strutturato, pianificato e messo in opera da professionisti e studiosi qualificati, possibilmente di statura internazionale. Il tutto legato alla fruizione culturale e turistica, alla valorizzazione del nostro paesaggio storico, alle produzioni locali sia in ambito enogastronomico e agroalimentare, sia in ambito creativo (artigianale, artistico, letterario, ecc.). Compito che, se è del tutto estraeo agli obiettivi dei governi centrali, non è certamente in cima alle priorità dell’attuale giunta regionale come non lo è stato di quella precedente, entrambe esempi di dipendentismo abilmente praticato.

Come si vede, le obiezioni ai due articoli attengono a questioni rilevanti e meriterebbero di essere sviscerate e discusse in modo ben più approfondito. Però qui interviene il dubbio di cui ho fatto cenno all’inizio.

Il dubbio è il seguente. Va bene discutere delle rispettive tesi, delle proposte, delle argomentazioni; è giusto e va fatto. Nondimeno le domande che mi sono venute in mente in proposito sono almeno di due tipi. Il primo riguarda il “come” lo facciamo: che rapporti ci sono tra blogger e commentatori pubblici sardi, di che tipo è il dibattito che intercorre tra loro e di che livello. Il secondo è di tenore etico e sociologico: che senso e che peso ha tutto ciò? La sensazione è che si parli in fondo a un circolo ristretto di conoscenti, grosso modo sempre gli stessi o giù di lì, senza alcuna reale interazione, per lo più in termini autoreferenziali (lo so che è un aggettivo abusato) o per portare acqua al proprio mulino (quale che esso sia), con ben poco impatto sull’opinione pubblica. È una sensazione sconfortante.

L’uso di internet anche in Sardegna è minoritario (benché sopra la media italiana, per altro bassissima). Raggiungere qualche migliaio di persone serve o no ad alimentare il dibattito pubblico? Lo arricchisce di argomenti e di idee? Serve da stimolo intellettuale o politico? E c’è una relazione – e nel caso di che tipo – tra l’elaborazione del pensiero veicolata da internet e i mass media più tradizionali (carta stampata e televisione)? E quanta parte hanno in tutto ciò la buona fede, l’onestà intellettuale, la disponibilità al confronto? L’imbarbarimento delle discussioni, soprattutto sui social media, hanno qualcosa a che fare con i metodi e i contenuti espressi nei blog e nei siti di discussione online? Un click o un “mi piace” in più giustificano cadute di tono, sollecitazione della polemica, selezione strumentale dei temi e delle parole chiave?

Sono tutte domande che pongo a me stesso e che vorrei porre a tutti, conscio della estrema necessità di una crescita culturale e di una maturazione civica senza le quali la Sardegna non può aspirare a nulla di diverso dalla dipendenza, più o meno mascherata da autonomia o da un qualche suo surrogato. Crescita e maturazione a cui non può essere estraneo alcun soggetto del dibattito pubblico, piccolo o grande che sia. Sarebbe bene dedicare un po’ di tempo a riflettere anche su questi aspetti, al di là delle rispettive posizioni. Sempre che si abbia almeno un poco a cuore la sorte di tutta la Sardegna e non solo di centri di interesse specifici o della parte politica a cui si appartiene.

3 responses

  1. Penso che la maggior parte di noi si sia fatto ipnotizzare dalla comunicazione e dal dibattito pubblico purché-sia, dimenticando che in Sardegna, e in Italia, non è questo aspetto ad essere carente, ma l’apprendimento di modalità di approccio ai problemi diverso da quello che conduce alla mera espressione delle opinioni. Mi riferisco all’assenza di interesse non tanto alla “formazione”, quando proprio all’apprendimento, che consiste in un cambiamento sia di chi propone un tema, sia di chi lo accoglie, sia, spesso, del tema stesso o del suo modo di determinarsi. L’abitudine allo studio, alla ricerca, alla verifica delle fonti, alle discussioni ragionate è l’ultima delle virtù delle università italiane, in particolare in Sardegna. Intere generazioni sono state educate a sparare cazzate, oppure a ripetere a pappardella il contenuto dei manuali. Il dibattito, nelle nostre condizioni, diventa una cosa un po’ teatrale, in cui un’asserzione si contrappone a un’altra asserzione senza mai contestare né le fonti (quali che siano) né le qualità (intellettuali, ma anche morali) di chi le produce, che è in genere la modalità adottata, ad esempio, nelle controversie tecnoscientifiche (il cosiddetto “regresso dello sperimentatore”). Da noi, la cosa più plausibile o più urlata diventa quella più seguita. Si tratta di una qualità che il nostro dibattito pubblico ha forse ereditato dal fascismo e dal suo prolungamento partitocratico e che oggi si è trasformato in un fenomeno pop in quanto il continuum politico-mediatico lo ha traslato quasi interamente nelle interazioni mediate o nelle quasi-interazioni mediate, senza che perdesse alcun carattere postfascista, cioè fondato sulla tendenziale opacità delle fonti, dei dati, delle posizioni politiche di chi asserisce. E sull’idea in fondo elitista che comunicazione è soprattutto manipolazione e che il popolo sia bue (cosa diffusissima anche a sinistra dove perfino il lascito gramsciano è stato traslato e l’idea che dell’egemonia si sono fatti i nostri posttogliattiani o comunque gesuiti di ritorno è proprio che egemonia corrisponda alla manipolazione).
    C’è in Italia una persistente opposizione alla ricerca e alla serietà e all’importanza dell’approccio intellettuale alle cose, cioè anche alla ricerca e alla produzione di idee nuove. Oggi si maschera con “cultura del fare” (in genere cazzate) o, antropologicamente, con la metànoia provocata nelle identità dall’avere successo (anche attraverso una carica farlocca o una comparsata a Videolina o sull’Unione), questo anti-intellettualismo. In realtà, è solo paura della necessità di affrontare le cose per quello che sono e non per quello che appaiono sui giornali o all’interno del senso comune. E’ superficialità che, ora come sempre, produce solo disastri.

    • Grazie, Alessa’. Mi tocca essere d’accordo con te. Mi sa che hai centrato un aspetto fondamentale della questione. Del resto, basta osservare il dibattito pubblico o semi-pubblico, su vari argomenti e a vario livello, così come avviene in altri contesti, per avere subito dei termini di paragone mortificanti. Parlo proprio di metodo, di abitudine a discutere con altri (e non sempre e solo contro altri). Attitudine critica, serietà nelle argomentazioni, trasparenza delle fonti e delle appartenenze, riconoscimento e accettazone delle obiezioni (quanto meno, della legittimità delle obiezioni): cose che latitano, dalle nostre parti. Non che me ne voglia chiamare fuori, ma almeno provo a pormi il problema.

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