Comparazione tra Südtirol e Sardegna

Südtirol, circa 1/3 della superficie e della popolazione della Sardegna

Rispondo qui, con più agio e spazio rispetto a quelli che avrei su Facebook (dove non intervengo), a una sollecitazione di Tonino Dessì riguardo la comparazione tra la realtà autonomistica della Provincia Autonoma di Bozen/Bolzano, ossia il Südtirol/Alto Adige, e la Regione Autonoma Sardegna.

Tonino Dessì scrive sul suo profilo FB questo argomentato post. Lo riporto per intero (non ve lo linko, ma potete recuperarvelo da voi su FB, se proprio ci tenete):

Demografia, economia, società e istituzioni: il welfare non è necessariamente sinonimo di assistenzialismo.

Questo servizio sulla natalità nella Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen mi stimola alcune riflessioni che forse ai più potrebbero sembrare stravaganti, ma da chi abbia dimestichezza con certe questioni mi auguro siano accolte come tutt’altro che tali.
Per ragioni personali sopravvenute a quelle latamente di studio e di lavoro ho avuto modo di conoscere abbastanza bene la realtà altoatesina, che nonostante le suggestioni di certi indipendentisti sardi non è neppure lontanamente comparabile con la nostra, nemmeno per quanto riguarda le tematiche dell’autonomia.
La Provincia di Bolzano/Bozen nasce come territorio ex austroungarico occupato nel 1918 subito dopo l’offensiva di Vittorio Veneto al principale scopo di completare la corona di contrafforti alpini di presidio dei confini settentrionali del Regno d’Italia.
Il suo mantenimento è sempre stato condizionato da quelle finalità e la convivenza fra le componenti di lingua e cultura tedesca (tirolese, di matrice cattolico-bavarese, più che austriaca), di lingua e cultura italiana e -di ancora più remota origine- di lingua e cultura ladina (entrambe preesistenti all’annessione), è sempre stata questione di delicati equilibri.
Il fascismo perseguì una politica di italianizzazione forzata, il che tuttavia si rivelò un autentico boomerang, talchè l’occupazione germanica dell’Alto Adige immediatamente conseguente all’8 settembre 1943 fu accolta dalla quasi totalità della popolazione di lingua tedesca come una liberazione.
Del sistema instaurato in epoca repubblicana, di distribuzione delle provvidenze pubbliche per quote etniche sulla base della rispettiva consistenza, la politica demografica è invece parte integrante.
Ora, sarebbe interessante anzitutto fare una comparazione, prima che con la Sardegna, con l’altra Provincia autonoma della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, quella di Trento (a composizione etnico-culturale inversa) e con le altre due Regioni speciali frontaliere continentali, la Valle D’Aosta e il Friuli-Venezia Giulia.
Mi limito a evidenziare alcuni tratti della Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen.
Poco più di mezzo milione di abitanti, si colloca in un crocevia importante delle relazioni fra il distretto economico nordorientale italiano padano-veneto e quello austrotedesco occidentale.
Si può certamente dire che, per questa sua rilevanza strategica, è un territorio che da un lato si giova della spontanea dislocazione di attività produttive e commerciali attive su entrambi i versanti, con i conseguenti riflessi sull’alto livello di occupazione lavorativa, per altro verso si avvantaggia del fatto che gli investimenti pubblici infrastrutturali italiani ed europei, stradali e ferroviari in particolare, non gravano neanche minimamente sulle finanze regionali e provinciali.
Finanze che sotto i due profili delle entrate e delle spese sono caratterizzate da un elevato livello di autonomia, analogo a quello della Valle D’Aosta, ma superiore a quello del Friuli Venezia Giulia, il cui regime è pressoché identico invece a quello sardo.
Sarebbe quindi molto interessante un’analisi dei bilanci regionali e nel caso del TAA/Südtirol provinciali, per comprenderne la composizione quantitativa e quantitativa sotto alcuni aspetti, in comparazione con le altre Regioni italiane e con quella sarda.
Esemplifico.
Delle Regioni ordinarie italiane si sa che l’ottanta per cento delle risorse va al sistema socio-sanitario, il resto copre prevalentemente le spese di funzionamento di Regioni ed enti locali, relativamente poco resta per altre funzioni. Da qui nasce la rivendicazione delle Regioni del Centro-Nord di poter acquisire e di poter disporre autonomamente della maggior parte delle risorse tributarie riscuotibili in quanto derivanti da redditi, produzioni e consumi afferenti al rispettivo territorio.
Sulla Sardegna sappiamo invece che la metà delle risorse del bilancio è destinata alla sanità, mentre il resto va a coprire funzioni che per un verso lo Stato non ha mai finanziato adeguatamente o che non finanzia più, per altro verso derivano dall’ambizione storica della Regione sarda di intervenire direttamente o indirettamente nei più svariati campi economico-sociali.
Per noi probabilmente si tratta di una condizione necessitata, certo è che la coperta si rivela stretta, molto tuttavia c’è da domandarsi sulla selezione e sulla qualità della spesa, anche perché una cosa è l’assistenza, altra l’assistenzialismo.
Quando mi occupavo di bilancio mi capitava di osservare che non c’è praticamente capitolo del bilancio della Regione sarda dal quale se pungi con un ago non stilla sangue umano.
Venendo a un’ultima approssimazione, varrebbe infine la pena di comprendere quanto nella Provincia Autonoma di Bolzano, al netto di interventi probabilmente analoghi ai nostri di sostegno al comparto agrozootecnico soprattutto montano, sia destinato direttamente alle famiglie non solo per mantenere l’equilibrio demografico tra le componenti etnico-culturali, ma anche al fine di contenere lo spopolamento delle zone interne.
Perché in sintesi tutto riconduce a questi aspetti.
Il primo: mantenere alta la dinamica demografica generale dev’essere considerato un macroobiettivo fondamentale.
Il secondo: occorre essere consapevoli che un’alta dinamica demografica costituisce un fattore economico decisivo, non solo per i riflessi sulle entrate fiscali.
Il terzo: una ridistribuzione della ricchezza amministrata dai soggetti pubblici tale da garantire un’elevata qualità della vita delle famiglie previene le tensioni sociali. Nello stesso tempo costituisce la condizione per l’attrattività di un sistema regionale nei confronti dell’esterno.
Il quarto: l’efficienza del sistema istituzionale e amministrativo nel fornire servizi alle famiglie, più che nell’erogare loro prestazioni in danaro (salvi i meno abbienti assoluti), innestata su un tessuto sufficientemente solidale della società civile, garantisce che l’assistenza non degradi nell’assistenzialismo passivo e parassitario.

La realtà altoatesina non è tutta rose e fiori. Molti di noi probabilmente non si troverebbero a proprio agio, a viverci. Infatti sono tutt’altro che rare le testimonianze non proprio soddisfatte di persone provenienti da altre realtà culturali italiane, persino meridionali, che per ragioni di lavoro ne hanno esperienza.
Altri di noi ricordano la critica al sistema altoatesino del nativo interetnico Alexander Langer.
Limitiamoci qui tuttavia a constatare uno dei risultati (non l’unico) indubbiamente di successo.
Non marginalmente non possiamo non interrogarci sulla nostra condizione regionale sarda.
Il nostro essere frontalieri, ma marittimi e insulari, non terrestri, nella difficoltà permanente delle relazioni con lo Stato, ci priva dei vantaggi di cui oggettivamente godono le Regioni frontaliere continentali.
Il nostro retaggio di Regione che supplisce a questa condizione caricandosi sulle spalle l’universo mondo delle questioni economiche e sociali rende la missione di affrontarle tutte praticamente impossibile, salvo cambiamenti strutturali.
Tuttavia l’esigenza di non disperdere le risorse nell’assistenzialismo e di fare del sostegno all’economia e alla società un fattore di qualità della vita, di efficienza del sistema, di attrattività nei confronti dell’esterno, di contenimento della dissipazione verso l’esterno del capitale umano, di contrasto dello spopolamento, di equilibrio sociale e territoriale, rende urgente una rigorosa selezione programmatica dell’impiego strategico delle risorse.

Tutto molto chiaro e condivisibile. Ho già affrontato la questione su SardegnaMondo, del resto (per es. qui e qui; e qui per quanto riguarda la Provincia Autonoma di Trento). Non ripeto quanto già esposto. Aggiungo solo che la divaricazione tra Südtirol/Alto Adige e Trentino, storicamente stratificata, è sempre più accentuata.

Il primo, sia per storia sia per propensione orientata dalla sua classe dirigente, punta sempre più esplicitamente all’area mitteleuropea, traendone esempi, soluzioni, know-how (compresa la componente di studenti sud-tirolesi che si formano nelle università austriache e tedesche).

Il secondo è sempre più una versione locale di modalità, approcci e orizzonti mutuati dai vicini Veneto e Lombardia. Con più autonomia e un residuo retaggio asburgico, che però va sempre più stemperandosi e riducendosi a un autoritarismo sempre meno illuminato e sempre più impositivo.

In Südtirol si sta formando per altro un’intellighenzia svincolata dall’organizzazione del sapere italiana e anche meno legata a pregiudizi e ossessioni identitarie. D’altronde, la partita tra componente tirolese (e ladina) e quella italiana è sostanzialmente vinta (a parte Bolzano e in qualche misura Merano).

La stessa richiesta di indipendenza (o di annessione all’Austria, che non è la stessa cosa, chiaramente) è ormai stemperata da una visione meno etno-centrica e dalla sicurezza offerta da un’autonomia vera, forte (ulteriormente irrobustita di recente) e garantita anche da accordi internazionali (differenza sostanziale col caso sardo).

Per venire dunque alla Sardegna, Tonino Dessì evidenzia alcuni aspetti che mi sembrano decisivi e al contempo poco considerati quando si trattano questi temi.

Uno è la differenza tra assistenza e assistenzialismo. Troppo spesso chi critica il secondo in realtà vorrebbe sbarazzarsi della prima, ossia dell’intervento positivo delle istituzioni pubbliche in ambiti come il welfare, il sostegno al reddito delle famiglie, le sovvenzioni alle attività produttive strategiche, al mondo culturale, ecc.

L’esempio del Südtirol/Alto Adige è utile a smontare molte argomentazioni negative in proposito, anche senza idealizzazioni indebite.

Un altro punto è quello relativo alla mole delle competenze e dei corrispondenti cespiti finanziari facente capo alla RAS. Qui il problema non è la mancanza di risorse né l’eccesso di materie da amministrare: due elementi retorici, questi, di un certo successo.

Sulle risorse disponibili, intanto, grava ancora l’irrisolta vertenza entrate. Quella che ogni giunta regionale, da Soru in poi, ha dichiarato di aver chiuso. Al netto di questo contenzioso con lo Stato centrale e della mal posta questione dei residui fiscali, la Regione Autonoma Sardegna ha la possibilità di accedere a varie fonti di finanziamento, soprattutto a livello europeo. Possibilità che però richiede pianificazione, studio, redazione di progetti adeguati, capacità di spesa. Ambiti in cui la RAS non brilla.

Tale incapacità viene spesso usata da qualche neo o vetero-centralista per perorare l’azzeramento dell’autonomia e la centralizzazione statale delle competenze. Rovesciando causa ed effetto. È la condizione para-coloniale della Sardegna (o coloniale tout court, per tanti aspetti) a produrre una selezione del personale politico e amministrativo così mediocre.

Insomma, è un discorso di qualità della politica e delle scelte amministrative, che andrebbe affrontato risolvendo a monte la causa della loro inadeguatezza.

Un altro punto è la questione della “marginalità”, che Dessì non stigmatizza come un problema in sé. Non lo è di sicuro per il Südtirol/Alto Adige. Perché lassù tale condizione geografica (e culturale) è stata sapientemente trattata come un vantaggio strategico da chi ha dovuto gestirla politicamente.

La marginalità sarda, caratterizzata in aggiunta dall’insularità, non è affatto uno svantaggio oggettivo e di per sé insuperabile, bensì una posizione che può essere estremamente positiva, se gestita in un’ottica di amministrazione virtuosa, fuori da un rapporto di subalternità e dipendenza indotte (e imposte).

Il Südtirol/Alto Adige non è il paradiso, come si dice correttamente anche nel post riportato. Chi non ci nasce fa fatica ad ambientarsi, a meno che non provenga da aree portatrici di una cultura e di forme di socializzazione similari.

Molto del suo successo è dovuto all’abitudine secolare delle sue genti alla durezza dell’esistenza in quelle valli e a regole ferree, alcune formalizzate altre restate a livello consuetudinario, che ne hanno preservato il popolamento ed evitato una diaspora altrimenti esiziale. Basti pensare alla spietatezza della “legge del maso chiuso”.

Non è nemmeno un esempio assoluto di massima virtù politica. Su come gestisce la situazione la SVP e su certe dinamiche socio-culturali locali ci sarebbe da dire qualcosa di piuttosto lontano dalla solita agiografia. Il compianto (e citato anche da Tonino Dessì) Alexander Langer ci ha speso la vita, su questi nodi. Senza riuscire a scioglierli, purtroppo.

Certamente il Südtirol rappresenta un esempio di territorio apparentemente marginale e privo di particolari risorse, storicamente non proprio ricchissimo (a parte la faccenda delle miniere di argento, che però avevamo anche in Sardegna), che ha tratto da sé la forza di garantire alla propria popolazione un livello di reddito e di benessere tra i più alti d’Europa.

Che insegnamenti trarne? Be’, insegnamenti diretti pochi, data la differenza notevole tra i territori, la loro storia, la loro popolazione, le rispettive culture, ecc.

Tuttavia un insegnamento generale c’è ed è che alla Sardegna serve una classe politica locale votata al benessere della propria terra e non dipendente, come delegazione coloniale, da centrali di potere e di interessi esterne.

La classe politica sudtirolese ha il suo baricentro d’azione e la sua proiezione di carriera nel proprio territorio. A Roma ci si mandano quadri di secondo piano o politici a fine carriera. Come delegazione diplomatica, obbediente al proprio mandato territoriale, però, non certo per bivaccare in Parlamento agli ordini dei partiti italiani di appartenenza (massima aspirazione dei/delle politicanti di mestiere isolan_).

In combinazione con quanto precede, alla Sardegna serve indispensabilmente conquistare nel più breve tempo possibile uno status giuridico-politico che garantisca una forma di autodeterminazione democratica molto più ampia e forte dell’asfittica e moribonda autonomia ottriata di cui disponiamo dal 1948 a oggi.

Queste condizioni non sono fissazioni ideologiche da indipendentisti ma discendono da una mera constatazione pragmatica, in cui le questioni identitarie hanno un peso molto relativo, per non dire nullo.

Tutte le partite strategiche che coinvolgono l’isola e chi la abita richiedono una capacità decisionale localizzata nell’isola medesima. Richiedono di essere inserite in una prospettiva sardo-centrica. Non per etno-centrismo fuori luogo o per mero spirito di separazione, ma perché l’alterità geografica (oltre a quella storica e ad ogni altra distanza immateriale vogliamo considerare) è un fattore determinante.

Riappropriarci della nostra soggettività politica, da “terra al centro della civiltà europea” (cit.), è indispensabile per cercare di rispondere, con un minimo di ragionevole speranza, alle difficilissime sfide che il mondo di quest’epoca di transizione ci sta ponendo davanti.

Si può fare in diversi modi. Scartando l’ipotesi rivoluzionaria (almeno in questa esposizione tutta teorica), restano le modalità della negoziazione e anche quelle della forzatura istituzionale. Da praticarsi, però, solo sulla base di un largo consenso e con ampia partecipazione popolare.

Il che significa che non saranno le attuali forze oligarchiche e etero-dirette a poter guidare il processo. Anche questo è un problema da affrontare a viso aperto, dato che a livello di rappresentanza democratica garantita dalle leggi (altra differenza col Südtirol) siamo in una condizione di deprivazione patologica.

E non va ignorata la difficoltà di un lavoro culturale profondo per abbattere la montagna di stereotipi, complessi e false credenze che ammorbano la percezione di sé della maggioranza delle persone sarde. Come avviene in tutte le popolazioni colonizzate.

In questo senso, l’ennesima differenza col Südtirol è evidente (e dolorosa), soprattutto sul piano dell’assimilazione culturale delle classi dirigenti (in Sardegna, ossessionate – invano – dall’integrazione con le omologhe componenti sociali d’oltre Tirreno) e dell’accettazione passiva dell’italianizzazione forzata (nella toponomastica, in ambito linguistico, nell’istruzione).

Insomma, se il “se” mi sembra decisamente una questione superata dai fatti stessi – e le persone di buona volontà animate da spirito democratico dovrebbero finalmente prenderne atto – il “come” resta ancora problematico. E occorre discuterne – fuori dai social, per favore – in termini propositivi, pragmatici e direi anche operativi.

5 Comments

  1. Ottima riflessione. Grazie per averla condivisa.
    Vorrei aggiungere un aspetto, che ho avuto modo di osservare nel 1984 (quando ho lavorato e vissuto in Südtirol).
    Dato che nelle scuole, nei documenti ufficiali, nella toponomastica e nei giornali (a quel tempo sfogliavo il Dolomiten, poi qualche anno dopo è nato un nuovo giornale: Die Neue Südtiroler Tageszeitung) si usa il tedesco standard (Hochdeutsch ovviamente con proprie specificità) mi pareva di notare una situazione molto particolare: una dimensione da un lato chiusa (rispetto alla provincia di Trento e al resto d’Italia) e dall’altro aperta (rispetto alla popolazione di lingua tedesca: Austria, Germania e Svizzera). Qualcosa di estremamente diverso rispetto alla Sardegna (che invece ha molte similitudini con il Friuli Venezia-Giulia). Io credo che questa dimensione di chiusura e apertura data dalla conoscenza del tedesco (anche se quello che si parla normalmente è il dialetto locale quindi la situazione è sicuramente ancora più articolata) abbia portato dal punto di vista sociale e culturale a una specificità tutta sudtirolese. Mi sono permesso di riportare il mio pensiero (peraltro basato su osservazioni di 40 anni fa e non sono in grado di sapere se è cambiato qualcosa) nella speranza di contribuire in qualche modo alla discussione.

    1. Grazie, Andrea.
      Osservazioni pertinenti e che mi sento di confermare – e forse di rafforzare – anche per questi anni.
      Le giovani generazioni sudtirolesi sostanzialmente conoscono poco e male l’italiano, lo studiano a scuola ma lo usano poco (a parte qualcuno che lavora in ambito turistico). La loro lingua di uso quotidiano è la parlata tirolese locale. Chi prosegue gli studi – una percentuale fino a pochi anni fa abbastanza ridotta della cittadinanza – ha più dimestichezza col tedesco (diciamo) standard, ma non è la regola. Faccio l’esempio di Jannik Sinner. Lui parla comunemente in tirolese, a casa sua, e se la cava in qualche modo in tedesco standard (ma a suo dire non lo parla fluentemente, dato che non ha studiato in Sudtirol). L’italiano invece lo parla molto molto meglio di qualsiasi suo coetaneo rimasto in terra natia, dato che è cresciuto in un ambiente italofono, quando lasciò casa per avviare la sua carriera tennistica (a Bordighera). Il suo è un caso emblematico, su cui però in Italia si fa molta confusione, non senza una sottile ostilità rivolta alla sua italianità poco solida (ne ho scritto in uno dei post linkati qua sopra).
      La mutua comprensione tra parlanti tirolesi e parlanti tedeschi non è preclusa, ma non è nemmeno così scontata. Resta però il fatto che l’orizzonte sudtirolese è aperto verso nord e la cultura di riferimento è quella germanica (in senso lato). Il che offre un appoggio fortissimo alla resistenza culturale sudtirolese all’italianizzazione, pure tentata, sia sotto il fascismo, sia in età repubblicana (fino al Secondo Pacchetto di autonomia, del 1972, arrivato dopo un periodo di attentati e repressione).
      La Sardegna, in questo senso, è sola. Non ha una cultura di riferimento a cui chiedere sostegno e su cui fondare le proprie istanze di autodeterminazione. La Sardegna, come diceva Baudi di Vesme, con sconcerto, a metà Ottocento è “pretta sarda”, sarda e basta. Ciò non ci esime dal parlarci con chiarezza e onestà. L’appartenenza allo stato italiano è da sempre una iattura storica, seguita per giunta a un’amministrazione sabauda che, a dispetto degli apologeti della dinastia francese diventata italiana (per convenienza), è stata a sua volta devastante per l’isola.
      Ma il passato è passato (e però bisognerebbe conoscerlo). Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e cercare di capire, insieme, come possiamo uscire dalla condizione minorizzata, subalterna e penalizzante in cui ci troviamo. Prima che sia troppo tardi.

  2. Ciao Omar, mi colpisce nella tua analisi che non appaia mai la citazione di un’importante risorsa che permette alla provincia autonoma di Bolzano (e di dentro) spazi di manovra economica e sociale rilevantissimi: l’energia.
    Conosco molto bene la situazione di Trento: magari si potesse appena appena metterla in pratica! Nota di colore: io sono cliente di una società energetica Alto-atesina.

    1. Certo, Tore. L’energia – in particolare quella prodotta tramite l’idroelettrico – è una voce significativa dell’economia sudtirolese, come di quella trentina. Orografia e idrografia favoriscono questa soluzione. Che tuttavia esiste da tempo anche in Sardegna, solo che è decisamente più trascurata (c’è da chiedersi il motivo).
      Il problema che da quelle parti dovranno affrontare è l’esaurimento dei ghiacciai e la disponibilità d’acqua non più così abbondante e permanente. Immagino che se ne stiano occupando. Altrove, come scrivo nel post che precede questo, molto meno.
      Nel 2022 la Regione Lombardia aveva chiesto al Governo italiano di imporre alla Provincia Autonoma di Trento di riversare la sua acqua verso i propri compluvi, anche quell’anno (come questo) a secco. Ovviamente il Trentino aveva risposto picche.
      Di queste dispute, temo, ne vedremo sempre di più, nei prossimi anni. Acqua ed energia sono strettamente legate e a loro volta sono fattori indispensabili per l’industria e la produzione di cibo (e non solo per i data center).

  3. Nel blog Logu, organo del movimento (chiamiamolo così) SURRA (andatevelo a cercare, se non li conoscete), una dei portavoce della combriccola, Elena Pinna, tenta di rispondere a me e Tonino Dessì, senza però citare i nostri nomi né linkare i testi a cui si riferisce, impedendo così qualsiasi riscontro a chi legge.
    È una modalità scorretta, oltre che maleducata, di alimentare il dibattito pubblico. Poi, pubblico è una parola grossa: è tutta roba data in pasto a una fanbase variegata, ma completamente irretita dalle logiche dei social media. Sarei curioso di capire quali meccanismi l’abbiano spinta a cimentarsi su queste tematiche, se la voglia di cavalcare un’attenzione evidentemente riscontrata su FB (a cui questi di SURRA sembrano molto sensibili) o l’intenzione di accreditarsi come interlocutrice. Se è vera questa seconda ipotesi, be’, cara Elena Pinna, lo stai facendo male.

    La lettura è rivelatrice. Intanto, la scrivente (con o senza l’ausilio di IA) non sembra aver capito bene di cosa trattano i testi da lei apparentemente contestati. Salvo ripeterne alcune argomentazioni, come se fossero però sue. Ma mi rendo conto che questa obiezione può suonare debole: accusare chi legge di non capire non è elegante e può sempre discendere dalla scarsa capacità di chi scrive di farsi capire. Dato però che i due testi – quello di Tonino Dessì e il mio – sono stati letti da decine e decine di persone, con commenti sempre pertinenti, mi sa che non è questo il caso.

    Aggiungo una nota più personale. Mi ha fatto sorridere, per la sicumera abbastanza infantile della scrivente, l’accusa di non conoscere il territorio di cui si parla, in questo caso il Südtirol, che Elena Pinna chiama sempre e solo Alto Adige (e non è un elemento neutro). Posso rassicurarla, pur senza scendere in dettagli privati che non interessano lei né altri, sulla mia personale conoscenza diretta di quel territorio. Per un lasso di tempo, a naso, molto più cospicuo della durata del suo soggiorno lì.

    Sulle sue argomentazioni, non sempre perspicue e lineari, lascio il giudizio a chi avrà voglia di leggere quel testo. Dico solo che è facile intravvedervi temi e anche stilemi, cornici concettuali ed espedienti retorici tipicamente di destra. Il che spiega bene cosa intendano lei e chi la segue per “non ideologici” o “né di destra né di sinistra”, ecc. ecc.

    Tutto molto istruttivo, in ogni caso.

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