
Estate calda, in molti sensi. Oltre alle temperature, in Sardegna si accende un certo dibattito pubblico sul progetto dell’Einstein Telescope dopo un attentato incendiario a Lula, mentre va avanti la mobilitazione contro l’aggressione speculativa in ambito energetico. Dal quadro, però, mi pare restino fuori alcuni elementi decisivi e al contempo controintuitivi, che dovrebbero darci da pensare.
La faccenda dell’Einstein Telescope è tornata agli onori delle cronache, anche italiane, in seguito all’attentato incendiario che ha colpito due ingegneri dell’INGV impegnati nei lavori preparatori per il mega cantiere.
Che l’Einstein Telescope sarà ubicato a Lula, in località Sos Enatos, è tutto ancora da vedere.
Alla politica italiana la cosa interessa e non interessa. L’attuale governo non ama particolarmente la scienza e non ha alcun incentivo a favorire la Sardegna in un’operazione che avvantaggerebbe politicamente l’attuale giunta del campolargo (dunque avversa alla maggioranza capeggiata da Giorgia Meloni).
Alle opposizioni a Roma, a parte un blando sostegno alla propria emanazione coloniale che amministra l’isola, sembra importare ancor meno. Stanno decisamente pensando ad altro (soprattutto a come perdere le prossime elezioni politiche).
Notevole però il flusso di commenti riguardanti l’episodio criminale a Lula. Valanghe di pseudo-analisi pressoché sempre venate di razzismo anti-sardo: stereotipi degradanti profusi a piene mani, accuse di barbarie e arretratezza anti-moderna, accuse di procurato danno all’Italia e al suo prestigio a causa del nostro spirito violento.
Molti di questi commenti sono arrivati o comunque sottoscritti da persone sarde, sempre disponibilissime a meritarsi l’integrazione italiana a suon di auto-denigrazione. “Purtroppo noi sardi siamo così”, “A noi sardi piace fare questo”, ecc. ecc. Direi che prima di parlare a nome di tutta una collettività umana bisognerebbe contare fino a mille e poi, possibilmente, desistere. Parlate per voi!
Bisogna essere chiari, però: l’azione è stata esecrabile. Se l’intento era dimostrare contrarietà a un progetto per ora solo ipotetico e di cui in realtà si è capito ancora poco, è stata non solo moralmente riprovevole, ma anche controproducente. Il che può giustificare qualche dietrologia complottista non del tutto peregrina.
Va anche sottolineato un aspetto basilare. La diffidenza popolare, in Sardegna, è assolutamente giustificata. Due secoli di fregature epocali imposte dall’alto con mezzi ingannevoli e posture paternaliste, lasciando sul terreno perlopiù conseguenze negative, se non proprio disastri irrecuperabili, hanno prodotto questo effetto antropologico. Davvero dobbiamo stupirci?
Quando si dice – e succede spesso – che la popolazione sarda dice solo “no” a tutto e viene menzionata, a sproposito, la famigerata sindrome NIMBY, si omette di precisare che purtroppo, per troppo tempo, la popolazione sarda ha detto “sì” a un sacco di porcherie devastanti. O è stata indotta a dire “sì”. Magari non è proprio un male che cominciamo a dire qualche “no”. Poi caso mai ne parliamo.
Anche nel caso dell’Einstein Telescope, bisognerebbe parlarne. Più e meglio di quanto sia stato fatto fin qui. Senza trattare le popolazioni interessate come un mucchio di minus habens, senza indorare la pillola, presentando chiaramente vantaggi e svantaggi, prospettive sul medio e lungo periodo, possibili esternalità negative. Tutto.
Inutile mandare a parlare alle assemblee pubbliche politicanti imbonitori e allergici alle domande legittime delle persone (vedi presidente Todde, con tanto di testimonianza video) o tecnici che discettano di questioni scientifiche, senza la minima capacità comunicativa. Le popolazioni vanno coinvolte a pieno titolo, dentro processi di partecipazione e di costruzione di una consapevolezza proporzionale alla rilevanza del progetto.
Ma in Sardegna questo approccio sembra difficile da praticare e addirittura da concepire per la politica podataria isolana, e peggio ancora per quel che riguarda la politica italiana e lo stesso sistema dei mass media. Che considerano l’isola “un’appendice molto incerta dell’Italia” (cit.), da controllare, normalizzare, tenere a bada (in certi casi con la forza).
Lo si vede chiaramente nella partita dell’aggressione coloniale in materia di FER (fonti di energia rinnovabili). Ammirevole la pazienza e lo sforzo di studio, condivisione e mobilitazione dei vari comitati che difendono il territorio dalle intenzioni speculative più sfacciate.
L’enorme mole di energia che, stando alle richieste presentate in Regione, dovrebbe essere prodotta nell’isola, eccederebbe di gran lunga il fabbisogno interno e sarebbe anche difficilmente convogliabile verso il continente. Anche col potenziamento dei cavidotti esistenti o in fase di realizzazione.
Perciò la prima domanda da farsi è: cui prodest? A vantaggio di chi va tutta questa fregola (in senso italiano) energetica?
Vero è che l’idea di trasformare la Sardegna in una grande batteria elettrica al servizio dell’Italia settentrionale (secondo le dichiarazioni dei vertici Terrna e dello stesso governo italiano) solletica l’establishment economico e politico peninsulare.
I numerosi data center in progetto o in costruzione intorno a Milano, per dirne una, avranno (avrebbero) bisogno di moltissima energia. Da qualche parte dovranno pur prenderla.
Posto che riescano a sfruttare la Sardegna ai propri scopi, avranno però un altro enorme problema da affrontare.
Parlo della necessità di acqua per il raffreddamento dei server, che quel genere di infrastrutture richiede. Acqua che, in Padania, sta diventando un bene raro e comunque discontinuo. Dopo il dramma del 2022, anche quest’anno la siccità incombe su tutto il bacino del Po e zone limitrofe. I ghiacciai sono un ricordo, la possibilità di godere di una disponibilità d’acqua costante e abbondante non esiste più.
Il problema dell’acqua nel settentrione italiano si porta appresso una serie di potenziali rischi che al momento sembrano drammaticamente sottovalutati. Insieme all’ingressione sempre più profonda del cuneo salino dal Mar Adriatico e all’inquinamento ormai pressoché irrimediabile.
Il fatto che la classe dirigente italiana non stia facendo nulla per ovviare alle conseguenze già visibili del cambiamento climatico e anzi preveda di sfruttare i consueti meccanismi di colonialismo interno a vantaggio delle “aree più produttive del paese” potrebbe condurre a un disastro di proporzioni macroscopiche e di portata storica.
Come si metteranno le cose, se ci sarà un crollo del tessuto socio-economico del Nord Italia? Qui potremmo rientrare in gioco noi. Come sempre, in posizione subalterna e in modalità servizievole.
Dovremo accogliere masse di profughi che si aspettano di essere accolti, accuditi, sfamati e garantiti nel loro livello di consumi (e di spreco)? La classe dirigente sarda si presterebbe a un’evenienza del genere? O come reagirebbe?
Sembra uno scenario distopico molto fantasioso e sinceramente spero che si riveli come tale. Facciamo già fatica a sopportare il peso del turismo, con disservizi e disagi costanti per i residenti in diverse località sarde (chiedere ad Alghero, per dire; ma anche a Bosa, dove l’acqua è dirottata verso la marina per garantirla ai turisti, e la popolazione residente che si arrangi).
Gli effetti del cambiamento climatico sulla Sardegna, d’altro canto, non sono minimamente presi in considerazione. Non a Roma – com’è naturale – né a Cagliari (figuriamoci!). Eppure, dato che si fa tanto parlare di transizione energetica (o addirittura ecologica), forse sarebbe il caso di cominciare dal posto dove poggiamo i piedi, e poi caso mai vedere se possiamo salvare altre genti e altre terre.
Come si incastri tutto questo con la crescente influenza nell’isola della criminalità organizzata esogena – promossa anch’essa dallo stato italiano, checché ne dica Roberto Saviano – è difficile valutarlo. Ma è un altro tassello di questo complicato mosaico.
Gli effetti di questi processi in corso, sommati ai problemi stratificati e di lunga durata (trasporti, sanità, infrastrutture civili, scuola, crisi dei comparti produttivi, spopolamento) saranno il lascito di questi ultimi trent’anni alle nuove generazioni sarde. Sempre che ne rimangano, vista la denatalità e la diaspora costante.
Sconcerta che non ci sia, a livello politico e nell’intellighenzia sarda, la consapevolezza della consistenza di queste dinamiche, della loro portata. Quando parlo del dramma dell’ignoranza della nostra classe dirigente mi riferisco anche a questa incapacità di comprendere la natura dei nostri problemi e la mancata volontà di affrontarli sul serio.
Vedremo se dall’effervescenza sociale di questi anni, che dal basso e fuori dalle istituzioni sta cercando di opporsi alle derive più devastanti, emergerà qualche forza collettiva capace di conquistarsi un ruolo politico realmente emancipativo. Non è che possiamo sperare in molto altro.
Mi paret de aere leggiu in os social e giornales, ecc., ca po fraigare Einstein serbit a faere gallerias. Ma no est chi calicunu podet pensare in “malu” ca icui che bolent istichire s’arga nucleare, e in corrias de fogu Einstein.
A pessare male faghes pecau ma a belle semper intzertas, naraiat calicunu. No creo chi sa punna de su guvernu italianu siat cussa. Si cherent istichire arga nucleare in carchi logu sardu, giai ant sa possibilidade de lu fàghere in àteros zassos (a tipu sos polìgonos militares). Sas dudas a subra de su ET sunt prus chi totu àteras. Est giustu a pedire sa craresa prus manna, ca de fàulas nos nde ant contadas tropu e de tzerachias nde patimus giai medas.
In prus, totus faeddant de ite at a fàghere custu ET, cando at a èssere cumpridu, e podet èssere beru puru. Ma unu de sos problemas prus mannos est su chi narat Gian Mauro Corda in FB (lu còpio inoghe):
Ci si concentra, purtroppo, sul dopo, ovvero sull’esercizio dell’attività del radiotelescopio e sugli eventuali vincoli connessi. In realtà il principale problema, in senso ambientale, sarà costituito dai lavori. Si tratta di un’opera mastodontica, di gran lunga la più imponente mai realizzata in Sardegna. Nelle attuali previsioni si parla di un cantiere di dodici anni, ma considerando le consuetudini esecutive dei lavori pubblici, saranno certamente di più. Non credo meno di 15, presumibilmente venti. I lavori, per le anticipazioni progettuali circolanti in rete, prevedono un’escavazione che arriva alla profondità di 300 metri, con la predisposizione sotterranea di condotti e tunnel per due o forse tre lati ciascuno di 10 km circa. Si produrrà una massa enorme di rilevati, la cui natura sarà tutta da verificare, come da verificare l’impatto sulle falde acquifere. Il rilevato andrà smaltito e trasportato, in superficie, non solo sotto, opereranno macchine escavatrici enormi, che dovranno transitare su una rete stradale ancora da adeguare. Tutta l’area interessata all’opera, più vasta di quella sulla quale sorgerà l’impianto, sarà sottoposta a un gravoso stress. Insomma, sarà un cantiere enorme che per molti anni condizionerà la vita e le abitudini delle persone che vivono in quei luoghi. Sarebbe opportuno che questi aspetti venissero chiariti. E non apro ancora la pagina delle possibili sorprese geologiche, ma spesso la Terra, sotto la sua superficie e a certe profondità, riserva sorprese non sempre gradevoli.
Omar, come ben sai, stiamo parlando di temi molto complessi: energia ed ET. Il primo più del secondo. Tu affronti il problema con una modalità che dovrebbe essere scontata ma, purtroppo, così non è e, talvolta, con l’impegno non esserlo. Penso all’energia: quando come Sardegna Possibile proponemmo l’Agenzia venimmo persino derisi da gente che oggi ne fa un baluardo. Quando si dice “Sardegna hub dell’Italia”, con 6,2 GW aggiuntivi, si omette che in totale, in Italia, si deve arrivare – al 2030(!) – di circa 160GW di FER installate. Opinioni? Dati discutibili? Certo è che non si può procedere con contrapposizioni che escludono un confronto serio, trasparente. Ad esempio tenendo in considerazione studi come quelli dell’Università di Padova, Politecnico di Milano e UNICA. Su Einstein Telescope: miserabili ne abbiamo sempre avuti, e anche prezzolati. Sulla trasparenza vale la stessa cosa, ma di ET se ne parla da lustri! Tutto ora? Perché? Io sono abituato al confronto, e mi chiedo: possibile che il progetto scientifico più importante di questo secolo in Europa sia stato pensato nel modo sgangherato con cui molti lo rappresentano. De André diceva: la “mano del sale” è una questione che non può agire chiunque.
Tore, tu ti chiedi, tipo domanda retorica, “possibile che il progetto scientifico più importante di questo secolo in Europa sia stato pensato nel modo sgangherato con cui molti lo rappresentano?”. Io non la porrei su questo piano. Il nodo della questione, in parte per quel che riguarda l’ET e sicuramente per quanto riguarda l’aggressione coloniale in materia energetica, è l’approccio ed è l’obiettivo delle scelte. Ma anche chi le fa e in nome di cosa.
Sull’ET sospendo il giudizio, perché è una questione controversa, su cui la trasparenza e l’onestà nella presentazione dell’opera sono indispensabili. E anche qui però noto il solito approccio autoritario, infastidito dal dover rendere conto alla popolazione (vedi reazione ostile e dai termini inaccettabili della stessa Alessandra Todde, a Lula, qualche tempo fa). Ma è possibile che l’ET sia davvero un’opera meravigliosa e che porterà grandi vantaggi al territorio. Non lo so. Per adesso le argomentazioni usate suonano come la solita presa in giro (più di trentamila posti di lavoro? quando? dove? per chi? e dai!).
Sulla questione energetica il discorso è più chiaro. E bisogna partire appunto dalle domande fondamentali. Chi? Perché? Come? A quale scopo? A vantaggio di chi? Il meccanismo giuridico e finanziario su cui si basa tutto il piano governativo è strumentale al profitto privato di pochi e alla produzione di energia purchessia, da convogliare il più possibile verso l’Italia (del nord). I 6,2 GW di cui si parla sono la quantità minima prevista. Come è noto, i progetti presentati in Regione ammontano a dieci volte tanto. Perché? A che pro? Con quale vantaggio per la popolazione sarda? E perché, a dispetto delle dichiarazioni (messe in dubbio dai comitati fin da subito, e clamorosamente a ragione), al contempo si implementa l’utilizzo di combustibili fossili e non si fa nulla per ridimensionare e possibilmente chiudere lo stabilimento Vitol (ex Saras) di Sarroch?
Insomma, la questione non è se sia necessario produrre energia dalle FER. È indispensabile e urgente. Ma il modo scelto, come sempre, serve solo agli affari privati dei soliti “portatori di interessi” forti e al compimento dei piani – di stampo eminentemente coloniale – del governo italiano. Questo è il tema.
Affinché non sembri che l’allarme circa la situazione italiana, soprattutto al Settentrione e in Padania, sia frutto di una mia ipotesi fantasiosa, cito giusto questo studio, del Politecnico di Milano, che tuttavia non tiene conto di altri fattori di crisi concomitanti. Insomma, la situazione potrebbe diventare davvero drammatica per “la parte più produttiva del Paese”. Chi potrà, emigrerà verso nord, fintanto che gli altri stati lasceranno fare. E gli altri? E dopo?
Salve,
In merito all’affermazione che la popolazione non sia coinvolta è una notizia falsa e ripetuta periodicamente. Gli istituti di ricerca, in particolare l’INFN, da anni è impegnato nel territorio a presentare al pubblico il progetto, gli sforzi e i dettagli delle operazioni di caratterizzazione. Non si limitano solo a Lula, Onanì e Bitti ma scendono anche fino a Gavoi e oltre. Di recente hanno anche fatto una campagna informativa per le scansioni elettromagnetiche del suolo usando un elicottero che montava un’antenna circolare di decine di metri di diametro. Senza contare che a Lula stesso da un mese circa si è insediato un infopoint, aperto al pubblico dove la gente può fare domane sul progetto.
Quando si accusano le istituzioni di mancanza di partecipazione, allora è solo per una mancanza di informazione da lato di colui che critica. Basta andare sulla pagina di einstein telescope italia e si trovano tutti gli appuntamenti.
Saluti
Puntualizzazione per Puntualizzazione.
Informare e “coinvolgere” non sono la stessa cosa. La partecipazione è un’altra cosa ancora.
Mai scritto che la popolazione non sia “informata”. Non so chi lo affermi. Chi segue un po’ la vicenda sa che la campagna di sensibilizzazione è attiva da tempo, in modi e in termini però che suscitano parecchie perplessità. Infatti è a questo che mi riferisco nella mia critica.
L’approccio con le popolazioni “coinvolte” è stato prevalentemente di tipo top-down, spesso paternalistico, a volte aggressivo verso le domande e le obiezioni.
Per altro, è un “coinvolgimento” tutto teso alla persuasione, non alla discussione aperta e davvero informata su tutti gli aspetti del progetto. Che non sono solo quelli tecnici e (ipoteticamente) occupazionali, ma anche le diverse “esternalità negative”, su cui l’informazione data alle popolazioni è obiettivamente reticente.
In Sardegna esistono precedenti storici che suggeriscono estrema prudenza, in questo genere di faccende. Basta studiare le campagne di persuasione collettiva (per non dire manipolazione) relative all’imposizione delle servitù militari e a quelle che riguardarono il Piano di Rinascita industriale.
La diffidenza, come ho scritto, è ampiamente giustificata. Per diradarla non basta “informare” e “coinvolgere”, in un ruolo passivo, le popolazioni. Spero di essere stato chiaro.
Personalmente non sono ostile all’Einstein Telescope. Mi piacerebbe che fosse realizzato in Sardegna. A patto che siano chiariti tutti gli aspetti, soprattutto quelli più critici, e venga abbandonata la postura propagandistica ingannevole (i trentamila posti di lavoro sanno di promessa elettorale, per altro abusata) e non si riveli, per l’isola, l’ennesima, gigantesca sottrazione di territorio a danno delle popolazioni locali e l’ennesima servitù da cui abbiamo solo da perdere.