Ignoranza collettiva e impotenza appresa: come andare fiduciosi incontro al disastro

Tipica pietanza della cucina italiana

L’UNESCO ha accolto la “cucina italiana” (qualsiasi cosa sia) nel patrimonio dell’umanità. In Sardegna, grandi feste e proclami di vantaggi sicuri per le nostre produzioni enogastronomiche. Un totale nonsense, un abbaglio collettivo di grande successo. Come è possibile?

Giusto per dare un termine di confronto, in Sud-Tirolo ci hanno tenuto subito a precisare che i canederli non fanno parte della cucina italiana. Ma lassù devono essere proprio scemi, per rifiutare un’etichetta così prestigiosa e che apre le porte del mondo. Infatti sono la regione più povera d’Europa (se non fosse chiaro, vedi alla voce: antifrasi).

Altre cose. Tra le (false) credenze propalate dalla nostra politica (non molto tempo fa, per esempio, lo ha fatto il sindaco di Cagliari Massimo Zedda) va sempre di moda quella secondo cui essere associati, come Sardegna, al marchio “Italia” sia un vantaggio, soprattutto in termini turistici. Un’evidente sciocchezza, per varie ragioni che invito chi legge a scoprire da sé (pensandoci un po’, ci si arriva).

L’altro giorno ho scoperto con raccapriccio che a Oliena, per festeggiare “3200 anni di storia” (di storia loro, di Oliena e del suo territorio), hanno invitato Roberto Giacobbo. Fortunatamente sarà affiancato dall’archeologa Gianfranca Salis. Ma mi domando che senso abbia.

A Nuoro, domenica 14 dicembre, transita con notevole partecipazione di folla la fiaccola olimpica. L’organizzazione non è locale, lo speaker dell’evento è italiano. Per tutta la durata dell’evento continua a dire *Nuòro* e nessuno che si sia azzardato, non dico a tirarlo via, portarlo in un vicolo, e dargli una… esaustiva spiegazione, ma almeno a correggerlo lì per lì.

Vogliamo accennare ai prestigiosi ospiti musicali dei nostri concerti di fine anno (rigorosamente italiani, dato che di artisti sardi all’altezza non ne abbiamo)? Volendo farmi del male, potrei tirare in ballo ancora Nuoro, ossia casa mia, ma preferisco sorvolare. In ogni caso, una desolazione.

Non si contano gli episodi di sfregi più o meno volontari, retorici o materiali, fatti da visitatori forestieri a monumenti, beni paesaggistici, eventi culturali più o meno tradizionali, ecc. In quei casi, negli anni è maturata nell’isola una sensibilità maggiore che, tramite i social, si esprime regolarmente in moti di indignazione diffusa. Ebbene, non mancano mai le voci di nostri conterranei che stigmatizzano non le azioni o le dichiarazioni dannose e/o offensive bensì le reazioni indignate. Perché la colpa è sempre “di noi sardi”.

Di esempi di questo tipo ce ne sono in quantità industriale, in ogni circostanza, a tutti i livelli.

Dove sta il nodo? Be’ uno bello grosso è la nostra condizione di colonia culturale, ossia di collettività umana che ha subito una feroce e duratura violenza epistemica e ha acquisito uno status ordinario e diffuso di “impotenza appresa“.

È una condizione largamente elusa, omessa o negata, soprattutto nell’ambito della nostra intellighenzia, specie progressista (o sedicente tale). Eppure ha un peso storicamente decisivo.

Non torno su cose già dette (per es. qui). Ma aggiungo questa considerazione.

La popolazione sarda soffre di una forma di ignoranza profonda, a partire da sé, dalla propria collocazione geografica e storica, sulla propria realtà materiale, su natura e cause dei propri problemi macroscopici.

È un’ignoranza che ha due facce. E anche questo è un elemento del problema. Da un lato c’è l’ignoranza crassa e arrogante del ceto dirigente, specie politico-amministrativo, delle consorterie di potere che dominano la scena locale e quella generale, che si somma a quella del nostro ceto medio (semi)istruito, a quella del nostro mondo culturale istituzionale, università comprese.

Si tratta di un tipo di ignoranza che ha in sé una buona dose di rigetto per la stessa appartenenza alla collettività sarda. Un’aspirazione all’emancipazione individuale che passa per l’affrancamento dalla cultura popolare, da qualsiasi commistione con i gruppi sociali meno istruiti, tendenzialmente dal mondo del lavoro non “di concetto” (come si diceva un tempo).

È una repulsione acquisita da lungo tempo, che ha una radice profonda nella riforma linguistica del ministro Bogino, negli anni Sessanta del XVIII secolo, e uno sviluppo decisivo dalla Restaurazione sabauda in poi. Anche di questo ho già parlato.

Chi in Sardegna raggiunge i gradi più alti dell’istruzione subisce un processo di alienazione fortissimo, di cui però di solito soffre poco il trauma, perché tale processo ha storicamente garantito vantaggi personali e familiari in termini materiali, di status sociale e di censo.

L’assimilazione culturale e linguistica dei nostri ceti dirigenti e della nostra intellighenzia li ha trasformati nei primi agenti di subalternizzazione e di minorizzazione dei ceti popolari, con particolari esiti sulla lingua sarda e sulla cultura da essi prodotta.

I ceti popolari a loro volta soffrono di una forma di ignoranza diversa. Intanto, sono perlopiù esclusi dal discorso pubblico principale (se non come “macchiette”, casi umani, bersagli caricaturali da cui prendere le distanze). Non sono attratti dalle iniziative culturali egemoni, quelle che applicano o scimmiottano il modello “festival letterario” all’italiana, non rietrano tra il pubblico destinatario degli eventi normalmente finanziati e sostenuti dalla politica, sono ignorati dal dibattito culturale (striminzito, a dire il vero) nei media.

Una grande massa di persone sarde, probabilmente la maggioranza della popolazione, ha pochissimi strumenti di analisi e di comprensione dei fenomeni socio-economici e politici, a parte quelli conseguiti nelle varie “scuole improprie” dei mestieri, delle relazioni concrete dentro le nostre comunità. Oltre a non sapere pressoché nulla della nostra storia. E, nonostante questo, possiede un proprio, consistente patrimonio culturale, materiale e immateriale, opacizzato e appunto minorizzato.

Esiste una tensione fortissima tra queste due macro-categorie in cui è grosso modo divisa la collettività umana sarda.

Quando i ceti popolari e il mondo del lavoro cercano di prendersi uno spazio pubblico, di avere voce in capitolo nel dibattito generale, quasi sempre sono stigmatizzati, catalogati negativamente ovvero, se proprio è necessario, ricondotti sotto controllo, vuoi di qualche sigla sindacale, di qualche signorotto politico locale, di qualche printzipale. O tutt’al più ignorati.

La retorica, molto italiana, sull’analfabetismo funzionale (fenomeno tutto da verificare nella sua natura e diffusione), in Sardegna colpisce regolarmente chi, privo dei mezzi forniti dall’istruzione scolastica e universitaria italiane, si azzarda a dire la sua su qualsiasi cosa.

A tale costante forma di censura (in senso ampio) appartiene anche la rabbiosa ostilità contro le tesi e le narrazioni “non istituzionali” sul nostro passato, specie quella che l’archeologo Rubens D’Oriano ha etichettato come “fantarcheosardismo” e fenomeni simili.

Su un altro piano, pure in qualche modo connesso, agisce l’avversione verso qualsiasi manifestazione di rivalsa, di contestazione o di rivendicazione sociale e/o politica che salga dal basso, che non sia incanalata e gestita da qualche spezzone della classe dirigente.

Veniamo da due secoli di mobilitazioni sociali respinte, represse o normalizzate, con vari mezzi. Ed è un fenomeno a cui stiamo assistendo in questi stessi mesi, col vasto movimento popolare contro la speculazione energetica. Ma basterebbe citare, tra le altre, la lunga battaglia civile contro lo sfruttamento militare dell’isola.

Detto per inciso, su questo tema, l’indipendentismo sardo e la sinistra non omologata avrebbero da farsi qualche domanda, specie alla luce della loro inconsistenza attuale.

L’ignoranza della categoria dominante, con le sue argomentazioni fallaci e la sua prepotenza, non può essere disgiunta da una responsabilità storica enorme.

L’ignoranza dei ceti popolari è molto più scusabile, compresa l’esclusione, spesso di fatto violenta, dai percorsi scolastici (si veda l’enorme mortalità scolastica sarda, che viene costantemente addossata alle persone sarde stesse, dal nostro stesso ceto dirigente). Non di rado ha come esito la ricerca di spiegazioni che diano conto dei nostri problemi atavici. Una ricerca inevitabilmente esposta a narrazioni fantasiose, a spiegazioni facili, a manipolazioni.

Le potenzialità emancipative che emergono spontaneamente e costantemente dai nostri ceti popolari soffrono da sempre di una mancanza di “intellettuali organici”, fenomeno a cui non è estranea la questione linguistica (sempre sottovalutata).

Queste due forme di ignoranza collettiva, soprattutto quando si sommano, producono esiti spesso assurdi, anche nel piccolo, o nella gestione ordinaria delle cose, come quelli esemplificati all’inizio.

Scelte politiche banalmente stupide, una comunicazione pubblica a volte al limite del demenziale, l’accettazione passiva delle peggiori nefandezze dei vari governi italiani, la strenua garanzia degli interessi di qualsiasi grande agente economico esterno, sono fatti ordinari, nella Sardegna coloniale. L’uso della nostra autonomia come fattore di subalternità, anziché di conquista democratica, è un altro esito paradossale di questa faccenda.

L’estraneità del nostro ceto politico e della nostra intellighenzia alla realtà concreta dell’isola, alle sue caratteristiche sociali e culturali, se non sotto forma di folklore, ne determina anche l’avversione profonda, la diffidenza sistematica. Le sue scelte non tengono mai conto degli interessi collettivi e generali della popolazione, perché tali interessi non sono nemmeno presi seriamente in considerazione.

Basti citare i trasporti esterni, la famigerata continuità territoriale, per avere un esempio di come il nostro ceto politico garantisce diritti di cittadinanza e risponde ai bisogni di base della popolazione che amministra.

Da parte loro, i ceti popolari, inevitabilmente disarticolati dalla polverizzazione sociale e dal bombardamento mediatico soprattutto della televisione italiana (ancora preponderante, nelle nostre anziane comunità), hanno pochi strumenti per produrre una pressione politica abbastanza organizzata e forte da imporsi al Palazzo.

Va sempre ricordato, a questo proposito, che lo stesso Palazzo si è ben garantito da interferenze esterne alla propria cerchia oligarchica, soprattutto se provenienti dal territorio sardo (a quelle d’oltre Tirreno è sempre piuttosto permeabile).

Basti pensare alla scandalosa legge elettorale regionale o alla fine fatta fare alle 211mila firme della legge di iniziativa popolare “Pratobello 24”. Ma anche a come il ceto politico sta gestendo il processo di preparazione della nuova legge statutaria e la – auspicata, ma non davvero desiderata – riforma dello statuto (con i colloqui riservati tra Giunta Todde e Governo Meloni, i misteriosi lavori della Commissione speciale del Consiglio regionale e le audizioni molto selettive e chiaramente pro forma messe in piedi dal presidente del Consiglio regionale Comandini).

In definitiva, chi ha i mezzi e le opportunità, in Sardegna, lavora sostanzialmente contro la Sardegna, a volte per scelta, a volte con egoistica leggerezza. Chi invece mezzi ne ha pochi deve arrabattarsi a sopravvivere in un contesto penalizzante e difficile, da cui ci si salva solo grazie alle reti informali e all’economia sommersa, cercando spiegazioni a lume di naso, diffidando della politica (se non come fornitrice di favori), rinunciando a esercitare a pieno titolo diritti e doveri propri di una democrazia realmente realizzata.

E così rimaniamo oggetto storico, zona di sacrificio, pedina in balia di scelte altrui. Come detto altre volte, non è questa la fase storica migliore in cui trovarci in tale condizione.

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