Insularità in costituzione: una sconfitta storica nel momento peggiore

Cagliari, 1906

Il Parlamento italiano approva la legge costituzionale relativa all’inserimento nella Carta fondamentale del “principio di insularità”. Grande giubilo unanime della politica e dei mass media sardi. Dove sta la fregatura?

Cominciamo col dire che l’intera campagna per l’inserimento dell’insularità in costituzione si è svolta sostanzialmente “a reti unificate”, con la partecipazione convinta di tutto l’arco politico rappresentato in Consiglio regionale (ossia una porzione, forse neppure maggioritaria, dell’elettorato), senza alcun vero contraddittorio e con il sistematico silenziamento di ogni voce discordante.

Questo punto è importante. Non esiste democrazia dove non vi sia una dialettica tra posizioni e proposte diverse, dove non esista un confronto libero e di libero accesso tra idee e tra diverse posizioni politiche (fatta salva l’esclusione, per principio, di fascismo, razzismo e altri crimini; almeno in teoria). Il pluralismo dei mass media è una delle condizioni di base. Pluralismo che in Sardegna è come minimo dubbio, o debole.

Quei geni del male che rispondono al nome di Riformatori sardi hanno concepito questo diversivo e a loro si sono accodati volentieri tutti gli altri schieramenti. Addirittura si è costituito un comitato promotore, che ha visto in prima fila anche personalità apparentemente insospettabili.

Il battage propagandistico è stato ampio e prolungato. Chi promuoveva questa misura non ha badato a spese, contando evidentemente su un budget che chi fa militanza politica su altri versanti non ha mai visto e probabilmente nemmeno immaginato.

Detto ciò, va affrontato anche il merito della questione. Cosa chiedeva chi ha concepito questa campagna politica e cosa ha ottenuto? Che significato ha e in quale contesto si inserisce? Con quali possibili conseguenze?

Il comitato promotore aveva mire ambiziose. Intendeva vincolare lo Stato italiano a un obbligo costituzionalmente garantito di tutela e soccorso (ossia di investimento e di finanziamento) verso le sue isole, tanto quelle oggettivamente svantaggiate (le minori), quanto quelle maggiori (e in particolare Sardegna e Sicilia, isole grandi, tra le prime 50 al mondo per dimensioni, e dalle grandi potenzialità).

Il testo proposto alla discussione parlamentare recitava infatti una formula estremamente impegnativa:

DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE
Art. 1.
1. All’articolo 119 della Costituzione, dopo il quinto comma è inserito il seguente:
«Lo Stato riconosce il grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità e dispone le misure necessarie a garantire un’effettiva parità e un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili».

Dopo la discussione in commissione e il doppio passaggio nelle due aule (come previsto dall’Art. 138 della Costituzione), il testo approvato è il seguente:

Art. 1.
1. All’articolo 119 della Costituzione, dopo il quinto comma è inserito il seguente:
«La Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità».

La differenza è notevole sia sul piano formale sia sul piano sostanziale. Di fatto viene smontato e depotenziato non solo l’impianto della proposta ma anche la sua portata giuridica e politica.

Come è stato rilevato (qui):

Queste le principali di novità rispetto al testo iniziale:
– è la Repubblica, e non soltanto lo Stato, a farsi carico dell’intervento pubblico in favore delle Isole;
– il riconoscimento riguarda le «peculiarità delle Isole» (e non più il “grave e permanente svantaggio naturale derivante dall’insularità”);
– la Repubblica «promuove» (nel precedente testo lo Stato disponeva) misure per rimuovere gli svantaggi derivanti dall’insularità;
– viene meno il riferimento alla finalità di effettiva parità e di un reale godimento dei diritti individuali e inalienabili.
In sede di approvazione al Senato, “è stato evidenziato come le modifiche siano volte ad evitare che il termine insularità in Costituzione sia considerato esclusivamente come fonte di svantaggio e di conseguenti ristori di tipo economico e finanziario. Per tale ragione, è stato inserito il riferimento al riconoscimento delle peculiarità delle isole, espressione che sottende una valorizzazione delle specificità di carattere culturale, storico, naturalistico di tali territori”.
E’ stato, inoltre, messo in luce – riguardo alla sostituzione del riferimento allo Stato con quello alla Repubblica – “come sarebbe stato limitativo circoscrivere allo Stato, e non anche agli altri enti costituenti la Repubblica, il compito di riconoscere le peculiarità delle isole”.

Il fallimento è evidente e totale. Eppure nessuno, tra i promotori e le promotrici, così come tra osservatori e osservatrici, ha fatto una piega. Tutt* quant* perfettamente allineat* nel giubilo e nel trionfalismo.

A mo’ di esempio, cito dal sito dei deputati del PD:

Come ha sottolineato nella sua dichiarazione di voto alla Camera la deputata del Pd Romina Mura, approvando questa modifica il Parlamento ha “di fatto sventolato in quest’Aula – e in tutto il percorso che abbiamo fatto – quell’articolo 3 della Costituzione che prevede che la Repubblica rimuova gli ostacoli che di fatto impediscono di essere liberi e uguali ” e ha riconosciuto “attraverso il reinserimento dell’insularità in Costituzione, che la condizione di vivere, lavorare, formarsi, curarsi e spostarsi da e per un’isola è una condizione particolare, soggetta a dinamiche che talvolta possono precludere la possibilità di accedere ai principali diritti costituzionali”.

Leggere dichiarazioni come questa (e non è la sola di questo tenore, fidatevi) dopo aver letto il testo approvato dal Parlamento fa un effetto straniante. Viene da chiedersi se ci siano o ci facciano.

È palese che, anche a prendere sul serio le intenzioni dei promotori, esse siano uscite clamorosamente frustrate. Ma è altrettanto palese che, anche laddove qualcuno se ne renda conto, non lo si può dire.

Faccio una precisazione (così anche le persone più pignole saranno contente). Sul piano procedurale, in un’ottica di definitivo accantonamento di questa pagliacciata, potrebbe ancora essere attivata la modalità prevista dalla Costituzione medesima. Non avendo ottenuto la maggioranza dei 2/3 richiesta per la promulgazione immediata, la modifica costituzionale potrebbe essere ribaltata da un referendum. Che andrebbe richiesto entro 3 mesi da 1/5 dei membri di una delle Camere, o da 5 Consigli regionali, o da 500mila elettori. Evenienza che reputo assai improbabile.

La campagna elettorale incombe. Una campagna elettorale tra le più meschine e deprimenti della storia repubblicana italiana. Vuoi per la particolare contingenza storica, vuoi per il dispositivo legislativo che presiede alle elezioni politiche, ne uscirà in ogni caso un parlamento debole, mediocre, in balia dell’esecutivo, poco o nulla rappresentativo delle pulsioni, dei bisogni, delle aspettative della popolazione, o quanto meno della sua maggioranza.

Per la Sardegna sarà comunque una debacle. Solo 16 i posti in Parlamento (tra le due Camere) che scaturiranno dal voto dell’elettorato isolano. Una pattuglia non solo esigua e del tutto ininfluente, ma per di più selezionata solo in funzione dei giochi di potere di oltre Tirreno.

La concorrenza sarà ampia e spietata. Poter vantare il grande risultato dell’insularità in costituzione sarà una carta da giocare con giusta enfasi e col massimo sprezzo del ridicolo. Vedrete che lo faranno.

Che si sia rivelata un clamoroso fallimento per chi la promuoveva non toglie nulla al suo carattere debilitante e minorizzante. Il diversivo è servito a far finta di svolgere una battaglia storica a vantaggio dell’isola, quando si stava contribuendo a decretarne il declino. In questo l’operazione è riuscita, anche in virtù dell’unanimità del consenso e della copertura mediatica (di cui sopra).

Una grande auto-assoluzione dell’intera classe dominante sarda, la cui responsabilità storica è invece di tutt’altra indole. Non c’è aspetto della vita collettiva, dall’economia alle infrastrutture, dai servizi alla cultura, dalla demografia alla salute, che non sia stato devastato in questi ultimi trent’anni post Guerra fredda. E la china è tutta in discesa verso il baratro, come ampiamente e da tempo segnalato (anche da queste parti).

Tuttavia il vero problema rappresentato da questa operazione è il suo impatto sul senso comune e il suo effetto sul momento storico in corso.

L’aspetto della diversione e dell’auto-assoluzione si somma alla definitiva sanzione dell’inferiorità permanente e strutturale della Sardegna e di chi la abita. Nonostante la drastica modifica del testo iniziale, dal punto di vista simbolico e politico il danno permane.

Una sconfitta storica molteplice, a più strati, dunque. Che si inserisce in un momento in cui invece la Sardegna avrebbe bisogno di un risveglio politico forte, ampio, radicale.

Chiaramente, la campagna pro insularità in costituzione aveva anche il compito di togliere forza e consenso a eventuali proposte politiche di reale opposizione democratica. Che però non si sono manifestate. Non in termini di massa e organizzati.

Non è un merito che potranno rivendicare i promotori della misura, anche se magari tra di loro qualcuno proverà a intestarsi anche questo risultato. Invece si tratta di una debolezza specifica della militanza e delle organizzazioni democratiche sarde di questo periodo.

L’ambito indipendentista, quel che resta della sinistra non coloniale, i movimenti civici, l’ambientalismo non di facciata, la mobilitazione contro le discriminazioni, la parte del mondo della cultura non assorbito dalle clientele e dai circoli elitari e autoreferenziali che dominano la scena: questa sarebbe la base di un’alternativa politica popolare e di reale cambiamento. Ebbene, queste componenti ancora non sono riuscite a crearsi una solida base che consenta loro di esistere in modo non occasionale e per di più non riescono nemmeno a dialogare tra loro.

Una parte dell’indipendentismo è ormai persa dietro a sogni di facili glorie a traino di qualche partito italiano o sardo-italiano: un posto in Consiglio regionale (o un ripiego all’altezza) non si nega a nessuno, almeno nelle promesse pre-elettorali. Dubito però che con la riduzione del numero dei parlamentari a Roma e dei consiglieri regionali a Cagliari ci sarà molta trippa per gatti.

Un’altra parte del mondo indy è gelosamente schierata a difesa della sua ridotta massimalista, pronta a difendersi dall’arrivo dei Tartari (che ovviamente non arrivano mai).

Ci sono anche i puristi identitari, per cui non si può parlare di nulla se non si mettono in mezzo, come elementi dirimenti e decisivi, le loro ossessioni (e chiaramente nei termini che stanno bene a loro). Che a volte hanno una base reale (prima di tutto la questione linguistica), ma che perdono senso e anche speranze di diventare qualcosa di concreto, se usate in questo modo.

Ambientalismo, sinistra residuale e movimenti civici o saranno depotenziati e riassorbiti nella finta dialettica del dibattito tra i poli politici coloniali (altrimenti detti centrodestra e centrosinistra), o si accontenteranno di un ruolo di pura testimonianza fuori dalla competizione politica principale.

Il mondo della cultura è troppo debole e inquinato da servilismo e pavidità per rappresentare un vero pericolo per la politica dominante. Che anzi se ne serve spesso come fonte di legittimazione, come manovalanza propagandista, occasionalmente come bacino da cui attingere figure meno compromesse, a scopo di ripulitura dell’immagine.

Non è un caso se le voci critiche contro la messinscena dell’insularità in costituzione sono state poche, disorganiche e mai davvero minacciose (compresa la mia, beninteso). Va detto che sono emerse principalmente proprio nell’ambito indipendentista, che su queste cose ha le antenne dritte e ci vede benissimo (come dimostrato da altre mille battaglie in vari ambiti). Ma, come negli altri casi, è stato un po’ il ruolo della Cassandra: non un gran che, se si vuole davvero mutare lo stato delle cose presenti.

L’insularità in costituzione è cosa fatta. Non cambierà nulla nei rapporti asimmetrici e sbilanciati tra Stato italiano e Sardegna, o, se qualcosa cambierà, sarà in peggio. Aumenterà la sensazione, già piuttosto diffusa in Sardegna, di essere un popolo minus habens e alimenterà l’astensionismo elettorale e il disinteresse per la politica (obiettivi accessori ma non casuali e comunque preziosi dell’operazione insularità, per chi l’ha promossa).

Non è però un buon motivo per tirare i remi in barca o per rinunciare alla battaglia politica, sociale e culturale. Non sarebbe male replicare i movimenti popolari e di massa di inizio XX secolo, in questa dannatissima fase storica. È un precedente affascinante, benché poco studiato e pochissimo raccontato. Ma mi rendo conto che non sono fenomeni che nascono dal nulla, solo perché li si evoca.

Eppure bisognerà che prima o poi la gente sarda riscopra la sua indole ribelle e ritorni a manifestare la propria contrarietà al potere dominante. Non è detto che non succeda. Magari a dispetto o comunque a prescindere dalle diaboliche macchinazioni della nostra classe politica cialtrona e servile, così come dai disegni opachi e distruttivi dei vari leader occulti (più o meno) del mondo degli affari sporchi. E persino delle aspettative pessimiste della residua opposizione sociale e culturale.

“Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio.”
Antonio Gramsci

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