Imperialismo, colonialismo, guerra, crisi ecologica e democrazia

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Prima era la pandemia, a occupare cronache e opinioni, oggi la guerra in Ucraina. Ma l’una e l’altra si inseriscono in un contesto in cui agiscono fattori economici, sociali e politici globali, correlati tra loro, dentro una difficilissima fase storica.

Una delle letture circa la guerra in Ucraina è che Putin stia attaccando non solo il paese confinante, ma – per ora solo simbolicamente – la stessa idea di democrazia occidentale.

Benché sia una tesi di comodo, che suona parecchio propagandistica, in realtà credo contenga qualcosa di vero. Forse non proprio nel senso in cui la sostengono i suoi propagandisti.

Anche io ritengo che Putin e il suo regime temano l’espandersi ai suoi confini di modelli politici, sociali e culturali diversi dal suo modello imperiale e reazionario. Probabilmente in una consistente porzione della classe dominante russa alberga la convinzione che quell’enorme paese (perché è davvero enorme) non possa restare unito ed essere efficacemente governato se prendesse piede un regime aperto, laico, grosso modo liberale, pluralista; uno stato di diritto, insomma.

È lo stesso problema che ha la Cina. Anzi, nel caso cinese il problema è anche più evidente, dato che si tratta alla fin fine di un impero millenario, che ha maturato una civiltà sua, distinta da quella europea. Sono imbarazzanti i tentativi di imporre a quel mondo una visuale “occidentale”, quale che sia il nostro giudizio sul regime cinese attuale.

In India l’esperimento di una democrazia grosso modo basata sul modello europeo ha avuto qualche successo, con alti e bassi e contraddizioni grandiose, proporzionate, anche qui, alle dimensioni del paese. Non è fallito del tutto per via della natura federale del gigantesco stato indiano. Ma molti nodi sono restati irrisolti e oggi, col nazionalismo hindu imperante, stanno venendo al pettine. Chissà come andrà.

La Russia è in una condizione ibrida: troppo estesa la sua parte asiatica per non condizionarne gli interessi strategici e per non lasciare tracce culturali profonde; troppo forte l’attrazione verso l’Europa (almeno dai tempi di Pietro il Grande) per non generare, sul lato occidentale, una sorta di faglia tettonica costantemente attiva.

Del resto, di stati confinanti pienamente democratici o avviati verso una compiuta democrazia, la Russia ne conta già alcuni. Basti pensare alla Finlandia, per più di un secolo parte dell’impero russo. Però, l’Ucraina è un’altra faccenda. Non è una piccola repubblica baltica o uno stato marginale – in termini geografici e demografici – come la Finlandia. L’Ucraina è un paese molto grande, popoloso, pieno di risorse (agricole e minerarie), affacciato sull’Europa centrale. Subisce l’influsso diretto di paesi ormai pienamente integrati nel sistema di valori “occidentale”. Alla Russia, a chi la governa, questo fa paura. Più dell’ingerenza NATO.

Non è un buon motivo per invaderla, sia chiaro. Non ce ne sono di buoni motivi per invadere l’Ucraina. Voglio ribadirlo in modo molto chiaro. Non vale a nulla il discorso delle provocazioni NATO o la discutibile politica ucraina sul Donbass, o il pretesto della presenza più o meno larga di simpatizzanti fascisti (o nazisti, se preferite, è uguale) tra e sue forze armate e nella società civile ucraina (magari fosse un problema solo ucraino!), tanto meno la simpatia o antipatia dei suoi governanti (chi ha governanti simpatici alzi la mano!).

È perfettamente comprensibile, invece, che per la popolazione ucraina il modello occidentale sia semplicemente desiderabile, così come lo era per le altre popolazioni dell’ex Patto di Varsavia e anche per molte persone russe (specie nelle città maggiori). Ed è comprensibile che una grande maggioranza della popolazione ucraina, oggi più che mai, non intenda affatto accettare il controllo russo, diretto o indiretto. Il nazionalismo a volte un po’ fanatico mostrato dal governo ucraino in queste settimane può non piacerci (a me non piace), lo stesso Zelens’kyj può non convincere (personalmente lo trovo inquietante e a tratti detestabile); ma si tratta di un effetto inevitabile di questa situazione. È in corso un nation-building rapido e doloroso, laggiù. Cose già successe altrove, spesso in modalità non meno cruente. Prima di valutare frettolosamente cosa sia l’Ucraina, di che qualità sia la sua politica, come siano orientati i suoi governanti, io direi che dovremmo aspettare che l’Ucraina fosse libera dall’invasione straniera (e direi anche dall’ingerenza straniera, qualsiasi ingerenza straniera) e messa nella possibilità di decidere per sé.

Detto questo, a me sembra che ci sia un tema fondamentale su cui questa guerra ci interroga, ed è proprio la nostra idea di democrazia. Non solo l’idea, però. Dovremmo interrogarci anche su cosa siano di fatto le democrazie in cui ci troviamo a vivere, in cosa consista il loro fascino e quali siano i vantaggi che ci offrono. Dovremmo chiederci se questa democrazia è in salute, se sta maturando e irrobustendosi o se sia in crisi e stia mostrando segni di cedimento. Magari potremmo anche provare a immaginare come potrebbe migliorare, dando per scontato che ne disponiamo liberamente.

Io ho un’idea molto severa e molto preoccupata, sulla condizione delle democrazie occidentali. Penso anche che non dappertutto, nel cosiddetto Occidente, sussista una democrazia compiuta. Ritengo che abbiamo da tempo imboccato la parabola discendente della storia, quanto a possibilità espansive (sto usando un termine gramsciano) delle democrazie liberali. Esse hanno già tradito molte premesse e molte promesse.

Ciò non toglie che, a tutt’oggi, io non preferirei vivere in un regime diverso e penso che valga anche per molte altre persone critiche verso il modello “occidentale” (fascisti a parte). Possiamo scomodare il vecchio Churchill, che di suo era una carogna colonialista e razzista, ma aveva un certo senso della storia e non amava le dittature: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora” [corsivo mio]. Una massima famosa, pronunciata nel corso di una seduta parlamentare, nel 1947.

Io la leggerei con più attenzione di quanto non si faccia di solito. Anche perché di solito la si cita malamente, parzialmente ritoccata o amputata.

La democrazia occidentale nasce e prende piede in un preciso momento storico e in un contesto culturale determinato. Non è il frutto di un’evoluzione politica universale, non nasce spontaneamente dappertutto, nella stessa forma, allo stesso momento.

La democrazia è una soluzione politica europea, che i colonizzatori europei si portano appresso in Nord America, laddove la combinazione di condizioni climatiche, apporti culturali e vicende politiche consentirono di replicare su una scala continentale ciò che nel Vecchio continente andava sviluppandosi dentro le singole comunità nazionali in formazione, tra XVIII e XX secolo. Una delle condizioni del successo del modello democratico in Nord America è stato l’uscita dallo status di colonia. Un’altra, per quanto brutto possa suonare, fu lo sterminio e la marginalizzazione delle popolazioni native insieme allo schiavismo e poi alla segregazione razziale.

La democrazia occidentale si è sviluppata sulla base della trasformazione dello stato assoluto, grazie alla rivoluzione capitalista, al colonialismo, allo schiavismo e al razzismo. In fondo, dunque, anche la democrazia occidentale è una conquista concessaci dalla combinazione tra “armi, acciaio e malattie”. Ed è comunque costata “sangue, fatica, lacrime e sudore” (per restare alle citazioni del vecchio Winston) a molte generazioni del Vecchio continente.

Va anche ricordato che, quando altri popoli, finiti sotto il giogo coloniale europeo, hanno provato a realizzarla, o a realizzarne una propria versione, sono stati combattuti, riconsegnati a regimi dispotici e mantenuti in condizione di subalternità, per la maggior gloria della democrazia occidentale. Le potenze coloniali europee e gli USA hanno sempre temuto e combattuto ferocemente molto più le potenziali nuove democrazie di qualsiasi dittatura. Ancora oggi contano, tra i propri amici e alleati, paesi in cui vigono regimi autoritari, quando non oscurantisti e crudeli.

Certo, nei regimi democratici disponiamo di alcune libertà fondamentali, come quella di pensiero e di parola. Non è poco, ma non è tutto rose e fiori. Nessuna libertà, nessun diritto è esente da minacce (vedi casi di attivisti politici sottoposti a misure di polizia, casi di repressione violenta di manifestazioni, ecc.). In quasi tutti i paesi democratici esistono consistenti problemi di minoranze non garantite, di rivendicazioni territoriali soffocate, di colonialismi interni e di razzismi. In più, dopo la fine della Guerra fredda, si è accentuato il fenomeno della chiusura oligarchica e della mercificazione totale di risorse umane e materiali, si è messo in atto un elaborato e capillare sistema di controllo e monitoraggio delle vite dei cittadini, si è promosso e protetto uno spostamento netto di ricchezza e potere dal basso verso l’alto.

In Italia esistono molte questioni aperte di questo tipo, a volte menzionate superficialmente nelle cronache quotidiane, spesso mistificate, altre volte semplicemente taciute. La Questione meridionale non va più di moda, ma è ben lungi dall’essere risolta. Il drenaggio costante di risorse umane e materiali dal Sud al Nord della penisola non è mai cessato. Ma anche nel ricco Nord la situazione è meno omogenea di quanto appaia al senso comune dei più. Pensiamo alle dolorose vicende del cosiddetto Confine orientale, con tutto il loro carico di xenofobie, nazionalismi, nostalgie fasciste o asburgiche, memorie tutt’altro che condivise. Pensiamo alla vicenda, ormai più che trentennale, della Val di Susa e dell’assurda operazione speculativa del TAV, con tutto il suo strascico di lotte, militarizzazione del territorio, disinformazione, repressione. Pensiamo alla Sardegna, uscita malconcia dalla fine dei finanziamenti dei Piani di Rinascita (1991), malissimo governata in questi ultimi trent’anni da una classe politica in pieno declino ideale e morale, sottoposta a forme di speculazione e di sottomissione materiale e politica di stampo sempre più chiaramente coloniale.

La Sardegna è un ottimo caso di studio per comprendere le dinamiche interne delle democrazie occidentali, sia pure nella debole e opaca declinazione italiana. Lo è per le sue caratteristiche e per le sue vicende, lo è se contestualizzata nelle storia europea di questi anni.

Una storia europea dominata da una globalizzazione più subita che agita, in cui hanno guadagnato molto grandi gruppi economici e porzioni di classe dirigente sempre più rapaci e lontane da qualsiasi dinamica realmente democratica. In cui ha preso piede una visione politica tecnocratica, rigidamente oligarchica e di fatto a-democratica, ma in molti suoi esponenti sostanzialmente anti-democratica. Mario Draghi rappresenta bene questa deriva. Ma è in buona compagnia. Aver accettato come controparte i rigurgiti xenofobi, reazionari e anti-democratici (a loro volta sostenuti e a quanto pare anche foraggiati dal regime di Putin) non è stato un caso o un errore di valutazione, ma una scelta precisa. Lo spostamento verso destra del baricentro politico europeo, a favore di soluzioni autoritarie e anti-popolari, è stato promosso dalle classi dirigenti e alimentato tramite le varie emergenze succedutesi senza soluzione di continuità: terrorismo, pandemia, ora guerra.

In proposito, una cartina di tornasole, oggi più significativa che mai, è la questione catalana. Emblematici i mesi tra estate e autunno del 2017, dall’attentato dell’ISIS a Barcellona, coperto o favorito dai servizi di sicurezza spagnoli, al referendum del primo ottobre 2017, con la sua repressione violenta e i suoi strascichi anche internazionali. Confrontando quelle vicende e le relative posizioni espresse da UE e stati membri con la retorica ostentata in queste settimane a proposito della crisi ucraina, emerge l’ipocrisia e la doppia morale della gran parte delle classi dirigenti europee. Il che si somma, senza annullarla, all’ipocrisia emersa a proposito di tutte le altre crisi internazionali, che l’Europa non ha saputo affrontare se non in ordine sparso, ogni stato per conto proprio, tutti ossessivamente attaccati ai propri interessi particolari e sempre in un’ottica di potenza e di egoismo nazionalista.

Non affronto la questione degli USA, del loro imperialismo, della loro strana concezione della democrazia (almeno a livello di establishment politico: vedi caso Julian Assange). Del resto è stata chiamata in causa spesso, per quanto non sempre in modo corretto. Purtroppo, lo spauracchio USA viene spesso agitato pavlovianamente da una parte consistente della residuale sinistra europea come espediente per non affrontare i nodi a noi più vicini, come le forme di colonialismo interno e, oggi, le domande e i problemi che ci pone la questione ucraina.

Temo che non usciremo affatto migliori, da tutte queste crisi sovrapposte e interconnesse: crisi politica, sociale e culturale, crisi ecologica, pandemia, guerra in Ucraina. Non ne usciremo nemmeno presto, se non cambia qualcosa. Di sicuro, anche una volta usciti, non troveremo ad accoglierci uno scenario più pacifico e democratico, se non lo costruiamo oggi.

Che guerre, crisi climatica, migrazioni di massa, diseguaglianze e disconoscimento dei diritti dei popoli e degli individui vadano di pari passo, lo vediamo chiaramente proprio in Sardegna, dove militarismo e militarizzazione, industria bellica, colonialismo energetico e subalternità culturale e politica sono un tutt’uno. È questo il mondo che ci sta consegnando la tarda età del capitalismo. In alcune porzioni del pianeta, Europa compresa, le conseguenze saranno più drammatiche che altrove. Lo choc costituito dall’invasione russa dell’Ucraina è dovuto alla vicinanza degli eventi, ma è solo l’ennesimo episodio di un andamento drammatico in corso da anni.

In Europa, la senescente Europa, ci serve un orizzonte ideale e strategico nuovo, in cui possano trovare accoglienza tanto le questioni politiche e sociali di fondo, quanto le questioni ambientali. Un orizzonte che faccia tesoro delle esperienze e anche degli errori del passato; che miri a spezzare la logica di potenza e gli ottusi paradigmi della geopolitica.

In questo senso, non potrà essere elusa la questione della natura e della funzione degli stati-nazione così come emersi dal XIX secolo, la questione dei nazionalismi, la questione della convivenza pacifica, solidale e libera di tutti i popoli europei. Urge una riflessione ad ampio spettro sul concetto e sulla consistenza storica della democrazia di stampo occidentale, sui suoi limiti e sui modi di superarli.

Churchill, che tutto era fuorché sciocco, si lasciava uno spiraglio aperto, nella sua cinica celebrazione della democrazia, non parlava per il futuro. Piuttosto che continuare a usare la democrazia di stampo europeo come dispositivo retorico per tacitare tutte le forme di opposizione, specie quelle più progressive, e per evitare di affrontare i nodi storici, bisognerebbe cominciare a ripensarla in termini di ulteriore sviluppo e di più completa realizzazione. Ciò contrasta con i robusti interessi materiali dei ceti privilegiati, con le mire imperialiste di tanti e con la rapacità di chi considera il mondo unicamente come una fonte di risorse da saccheggiare. A maggior ragione, è un obiettivo politico e storico per cui vale la pena lottare.

4 Comments

  1. In realtà, forme di democrazia al di fuori dell’Occidente europeo ne sono esistite e ne esistono tante, come ci ha ricordato Amartya Sen ne “Le democrazie degli altri”. Il fatto che siano un prodotto dell’Occidente fa parte dell’ideologia dell’esclusività dell’Occidente, che si dovrebbe rovesciare. La modernità e la democrazia si producono e si possono produrre ovunque, e non sono necessariamente legati a condizioni e fattori “necessari”. E’ importante ricordare che forme assembleari sono tipiche di ogni civiltà o quasi, almeno in embrione. Nella storia russa (e anche ucraina) esisteva l’assemblea popolare (veče o viče), a cui si è contrapposta in russo la Duma dei bojari (nome che ha ripreso il “parlamento” moderno nella Russia contemporanea). L’autoritarismo non è un destino necessario di una civiltà, così come la democrazia. Hanno dei legami con il dominio di una classe o di un gruppo dominante, che diventa anche dirigente, ed esclude la possibilità di essere sostituito.

    1. Vero e concordo.
      Per questo ho applicato un aggettivo o una definizione specifica alla democrazia di cui parlo: “occidentale” o “di stampo europeo/occidentale”. Che poi sono comunque etichette di comodo, dato che si tratta di un modello astratto e ideale. Tra le varie declinazioni della democrazia in Europa esistono differenze che a volte non sono proprio sfumature.
      L’ideologia “occidentalista”, o “occidente-centrica”, che poi sfocia in quello che oggi va di moda definire “westsplaining”, è dura a morire. Così come l’assunto che la modernità sia solo quella europea, e solo una certa modernità europea per giunta. Non a caso tutto ciò è uno dei bersagli degli studi decoloniali, il cui ambito geografico di nascita e di riferimento è l’America Latina.

  2. Rilancio anche qui questo post preso dal blog Reo Tempo, perché presenta molte consonanze – del tutto casuali, dunque ancor più significative – con quanto ho scritto negli ultimi tre post su SardegnaMondo. Imperialismo, guerra, colonialismo (e visuale coloniale), democrazia e natura dello stato-nazione: tutta materia di necessaria riflessione, a cui non possiamo sottrarci.

  3. Linko anche un’intervista a Noam Comsky, a cui vanno riconosciute la coerenza e l’onestà intellettuale con cui affronta temi complessi. Se lo può permettere, dirà qualcuno, ed è vero. Ma Chomsky lo fa senza rinunciare al patrimonio di valori a cui ha sempre votato il suo impegno pubblico e al contempo con una dose di realismo non ipocrita che rende le sue posizioni più solide. Comunque da leggere e da meditare.

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