La lente deformante della subalternità

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È complicato commentare la circostanza di uno sciopero generale dichiarato in Italia e celebrato pedissequamente in Sardegna, senza imbattersi in contraddizioni imbarazzanti.

Lo sciopero generale proclamato da CGIL e UIL ha molte ragioni dalla sua parte, di sicuro molte di più di quelle che compaiono nella piattaforma su cui lo sciopero è stato chiamato.

La timidezza e l’evidente paura, con cui i vertici di due dei tre sindacati confederali (la CISL, come si sa, si è chiamata fuori) hanno dato vita a questa mobilitazione, sono di per sé l’indice più chiaro della loro estrema debolezza e dell’inadeguatezza a un momento storico dai tratti drammaticamente conflittuali.

Purtroppo, il conflitto sociale – che è in corso – viene combattuto senza risparmio di forze e di trovate tattiche solo da una delle parti in campo: quella padronale. Recenti rilevazioni mostrano che l’Italia è l’unico stato OCSE in cui, negli ultimi trent’anni, il salario medio annuale non solo non è cresciuto, ma anzi è diminuito (del 3%). Già solo questo dato basta a dare un’idea di come siano andate le cose.

La lotta sociale, in Italia, sembra essersi arrestata e anestetizzata fin dalla Marcia dei 40mila di Torino, nel 1980, e ancora di più dal post guerra fredda in poi, specie per responsabilità delle varie alleanze politiche di centrosinistra, che hanno agito come “amiche del giaguaro”, normalizzando e facendo passare come ordinario e anzi inevitabile l’orientamento politico reazionario del liberismo totalitario, delle privatizzazioni, dell’erosione della rappresentanza democratica, della spinta verso il governo “dell’uomo forte”, ecc.

Tutto ciò assume un colore particolare se visto dalla Sardegna. Anche in questo quadro l’isola si conferma come periferia marginale e senza peso rispetto a un centro che è sempre ubicato lontano. Non solo, ma nel corso del tempo tale condizione subalterna e dipendente non ha fatto che aggravarsi.

Lo spettacolo offerto dai sindacati è significativo. In Sardegna essi agiscono per lo più come agenzie al servizio di grumi di potere clientelare e come interfaccia tra il Palazzo e diversi gruppi di pressione, raggranellando qualche consenso corporativo a seconda di quanto riescono a strappare ai politici di riferimento, in promesse ed elargizioni occasionali. A volte assumono le vesti di veri e propri sindacati gialli, ossia direttamente funzionali agli interessi del padrone (mi vengono in mente giusto un paio di esempi eclatanti); altre volte assumono il ruolo di cane da guardia del potere, con un controllo occhiuto sulla situazione sociale di interi territori.

Dipende da settore e settore, naturalmente. Il quadro è articolato. Tuttavia, la generale subalternità del sindacalismo sardo è facilmente verificabile e ne dà conferma lo stesso sciopero generale di oggi. L’immagine dell’adunata in Piazza dei Centomila, a Cagliari, assiepata davanti ai megaschermi che rimandano i discorsi dei leader italiani da Roma è di suo emblematica. Anche sul piano simbolico, offre un quadro deprimente della lotta sociale in Sardegna.

Tanto più che la già debole piattaforma su cui lo sciopero è stato convocato risulta quasi grottesca nel contesto isolano. Ha senso, per lavoratrici e lavoratori sardə, scioperare contro le delocalizzazioni in corso in Italia? Certo, in termini generali ne ha sempre: solidarietà di classe, ecc. Ma poi, in termini concreti? Forse è una domanda retorica.

E, sulle altre questioni sollevate da CGIL e UIL, qual è la voce specifica, la piattaforma di lotta locale, del sindacalismo sardo? Su scuola, sanità e inclusione sociale esiste un approccio proprio, dei sindacati sardi, o fanno solo da comparse in un gioco deciso da altri e nell’interesse di altri territori e altre comunità?

La domanda è lecita, se si guarda all’attività dei sindacati confederali nell’isola in questi ultimi trent’anni. Non sembra proprio che sia stato coltivato alcuno spirito di autonomia, alcuna capacità di analisi propria, sulle grandi vertenze strategiche sarde. Comprese quelle richiamate – almeno indirettamente – dalla piattaforma rivendicativa dello sciopero odierno.

Bisognava aspettare il permesso di Landini e Bombardieri per sollevare la questione della sanità pubblica e della scuola in Sardegna? Non ci sono da anni e anni ottime ragioni per realizzare un lavoro di analisi e di proposta sulla situazione locale e poi per dare il via a una stagione di battaglie popolari su questi temi?

E sui trasporti – interni ed esterni – a parte difendere i posti di lavoro dei marittimi campani (è successo), quante volte e in che termini si sono espressi i sindacati confederali in questi anni? Con quali proposte? A tutt’oggi, con la vertenza Air Italy aperta, le posizioni e le idee appaiono fragili e confuse.

Non parliamo poi dell’ambito manifatturiero e del connesso settore della produzione e distribuzione dell’energia. Ambiti su cui diversi gruppi civici locali, gli ambientalisti e molta parte dell’indipendentismo sono schierati da tempo, non solo in termini contestatari, ma anche di proposte e di prospettiva a medio e lungo termine. I sindacati, su questo terreno, sono sempre stati una controparte, pressoché sempre alleati tanto dei padroni quanto della politica di Palazzo. Non è anche questo, già di suo, un profondo vulnus democratico a cui far fronte?

La credibilità odierna di CGIL, CISL e UIL in Sardegna è piuttosto limitata. La loro rilevanza relativa. A parte vecchie e consolidate fedeltà, meccanismi di carriera alimentati anche dall’appartenenza sindacale, giochi di scambi e di co-interessenze con i gruppi politici dominanti (sia a Cagliari sia nelle altre curadorias isolane), c’è ben poco. I casi di attività sindacale seria ed efficace ci sono, ma sono rare eccezioni che confermano una regola fatta di acquiescenza e di passività. Il risveglio odierno non cambierà questa situazione.

I sindacati di base e la CSS-Confederazione Sindacale Sarda non hanno peso e seguito sufficienti a creare uno spazio di rappresentanza per gli interessi del mondo del lavoro abbastanza largo da sopperire alle carenze dei sindacati maggiori.

L’assenza di lotte sindacali di ampio respiro, di vertenze di massa, che coinvolgano anche le giovani generazioni, le donne, il lavoro precario, così come la mancanza di una visuale politica non subalterna né tributaria verso agende esterne, sono una zavorra troppo pesante, per la realtà socio-economica sarda. Appare dunque necessaria, oltre al resto, una profonda opera di decolonizzazione e di ridefinizione del sindacalismo, nell’isola.

Bisogna tagliare tutti i cordoni clientelari e tutte le complicità dirette o implicite con i vari centri di potere locale. Al contempo bisogna svolgere un grande lavoro di organizzazione e di raccordo sia dei settori già sindacalizzati, sia soprattutto delle ampie fasce sociali non rappresentate. Non basta alimentare l’astensionismo in occasione delle elezioni o spostare qualche pacchetto di voti da un partito o un capo-bastone di riferimento a un altro. Serve uno sforzo di emancipazione e di elaborazione in un’ottica di conflitto forte e centrato sulla realtà sarda, autonomo dai centri decisionali d’oltre Tirreno, strategicamente ben orientato.

In questo senso, in Sardegna occorrerebbe una mobilitazione sociale ben più ampia, diffusa e coraggiosa di quanto abbiamo visto fin qui.

Ciò non toglie che sia sacrosanto contestare apertamente e con argomenti robusti l’azione del governo Draghi. A dispetto della propaganda diffusa a reti unificate e della complicità dell’oligarchia italica, la combinazione tra scelte politiche reazionarie di lungo corso e pandemia sta presentando il conto. Le decisioni governative non faranno che aumentare il divario sociale e aggravare la crisi dei territori più deboli o peggio difesi da chi li amministra e da chi li abita. La Sardegna, da questo punto di vista, è in cima (o meglio in fondo) alla lista.

Dubito che lo sciopero generale di oggi servirà a qualcosa di decisivo. Al di là degli effetti prodotti in Italia – che comunque immagino piuttosto blandi – per la Sardegna temo si ridurrà all’ennesima manifestazione di subalternità, senza alcun esito positivo. È un peccato e soprattutto un problema di cui meriterebbe discutere in modo onesto e approfondito.

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