Qualche idea per un salto di qualità della politica in Sardegna

La crisi di governo italiana ha accentrato l’attenzione di chi segue le vicende politiche in Sardegna. Forse dovremmo riflettere su tanto trasporto emotivo e intellettivo. È giusto interessarsi della politica, anche di quella italiana, ma forse bisognerebbe uscire dall’illusione di essere parte integrante di quel contesto.

Le vicende politiche italiane toccano anche la Sardegna, è chiaro. Magari non fosse così! Ma è pur sempre necessario tener presente che la Sardegna, per lo stato italiano e chi lo dirige, è pur sempre un’appendice periferica di pochissima rilevanza, se non in termini bassamente strumentali.

Molto più importante, dunque, concentrarci sulla politica nostrana, di quello che fa, di quello che non fa, di quel che dovrebbe essere. Proprio la crisi politica italiana può fornirci uno stimolo ulteriore per una riflessione strategica slegata dalla contingenza e orientata a dotare l’isola di una prospettiva per i prossimi anni che non sia fatta di attendismo, diversivi, affari opachi, lobbysmo di bassa lega (o Lega) e sempiterna subalternità. A partire da un ragionamento approfondito e possibilmente trasparente sulla questione del cosiddetto recovery plan.

Un tema di rilievo, perché dall’esito di questa partita dipendono molte cose nel contesto italiano e bisogna capire come e in che termini la Sardegna abbia qualcosa da aspettarsi, nel bene e nel male.

Noto che invece tale tema è sostanzialmente ignorato dalla politica, dai mass media, dall’intellettualità e dall’opinione pubblica isolane. Le uniche due analisi svolte al riguardo sono quelle di Enrico Lobina e di Cristiano Sabino, al di fuori del dibattito istituzionale e anche di quello giornalistico.

Le osservazioni fatte in queste due analisi sono convincenti e dovrebbero essere un campanello d’allarme per chiunque abbia a cuore la sorte dell’isola nei prossimi anni. Ma non tanto per via della – scontata? – esclusione della Sardegna da qualsiasi possibile beneficio della valanga di soldi (e di debiti) in arrivo dall’Unione Europea, quanto piuttosto perché ancora una volta questa circostanza ci chiama a una riflessione ulteriore e più profonda su ciò che deve essere la politica in Sardegna da qui in avanti.

Siamo troppo abituati a pretendere che sia qualcun altro a risolvere i nostri problemi. Persino le grandi campagne di opinione e di proposta politica a cui mass media e istituzioni sarde si stanno dedicando in questi mesi – dall’insularità in costituzione alla preistoria sarda Patrimonio dell’UNESCO – si basano sul costante presupposto della nostra subalternità. Non sono dunque affatto orientate ad una emancipazione storica di natura strutturale e strategica, bensì, al contrario, a certificare e confermare la nostra dipendenza.

Senza ritornare sulle cose già dette in proposito, che restano drammaticamente valide, occorrerebbe fare un passo avanti nel ridisegnare le priorità e le prospettive dell’isola alla luce dei processi storici in corso. Uno sforzo di ragionamento e di progettualità che difficilmente è alla portata della nostra classe politica istituzionale, mediocre e subalterna come non mai, ma che proprio per questo deve coinvolgere energie intellettuali e sociali esterne al Palazzo e in opposizione ad esso.

Rinfacciare allo Stato patrigno che non abbia intenzione di fare investimenti significativi in Sardegna serve a poco, oltre a non essere una novità. Caso mai si dovrebbe fare un bilancio delle necessità strategiche per i prossimi decenni e, su queste base, avanzare delle richieste puntuali, circostanziate e non negoziabili al governo centrale; non come compensazione di una inferiorità congenita e insuperabile senza tutele esterne, ma come risarcimento storico.

Una richiesta, non una supplica col cappello in mano. Con la coscienza e la dichiarata premessa che si tratta di una negoziazione tra soggetti paritetici, di una messa in discussione di un rapporto sbilanciato e iniquo per troppo tempo tollerato.

Per inscenare una simile partita diplomatica con lo stato italiano servirebbe una classe politica all’altezza, o, diciamo pure, una classe politica pur che sia. Non ne disponiamo, dovremo fare senza, inventandoci qualcosa. Ma soprattutto dovremmo avere le idee chiare su cosa ci serve, appunto, e su quali sono le modalità politiche e pragmatiche per ottenerlo.

Bisognerebbe saldare tra loro aspirazioni macroscopiche, di natura storica, con un percorso realistico di conquiste ottenibili nelle condizioni date. Una giusta miscela di tattica e strategia riversata dentro il contenitore della realtà fattuale.

In questo senso, più che le legittime aspettative su investimenti infrastrutturali, di cui certamente la Sardegna ha bisogno, sarebbe forse più strategico pensare a investimenti a più ampio spettro, specie di natura immateriale; per esempio nell’ambito scolastico e universitario, tenendo conto dell’evoluzione contemporanea delle dinamiche di apprendimento e socializzazione delle conoscenze (che non sono più quelle di cento o di cinquanta anni fa), e nell’ambito sociale e in quello produttivo.

Ma questo è già un discorso circostanziato. La cosa fondamentale, a monte, è fare chiarezza sui termini della questione e pretendere che tutta la politica sarda, interna o esterna al Palazzo che sia, dichiari in modo onesto e vincolante da che parte si schiera.

Perché l’unico salto di qualità decisivo possibile, a questo punto, è proprio quello di cui accennavo più sopra: assumere il ruolo di controparte paritetica verso lo stato italiano e porre tale dialettica come costitutiva della politica sarda del prossimo futuro.

Il che comporta anche di dover chiarire in modo esplicito e conclusivo se si intende giocare la partita dentro i rapporti di forza, i vincoli politici e le sudditanze della politica coloniale italiana nell’isola o si intende esserne avversari e alternativi.

Non c’è più posto per le ambiguità. Chi ammira e vorrebbe imitare i successi del PSdAz ridotto a dependance proconsolare della Lega di Salvini ha già fatto la sua scelta. Chi ritiene che sia possibile allearsi con i partiti italiani e le loro diramazioni clientelari locali, o con i satelliti feudali che prosperano dentro questi meccanismi di potere, ha già fatto la sua scelta.

Precisiamo questo, tuttavia: una cosa è ritenere vantaggioso e anzi prioritario essere cooptati dentro il meccanismo della politica coloniale, al fine di “entrare” a Palazzo, un’altra è considerare accettabile e per certi versi auspicabile accogliere pezzi sparsi fuoriusciti da quel meccanismo per renderli funzionali a una prospettiva alternativa. Certo, si tratta di operazioni delicate, in cui serve molta capacità di discernimento politico e una certa finezza nel pesare le persone. Però va anche detto che in Sardegna ci si conosce tutt*. Sappiamo vita, morte e miracoli di chiunque, specie se questo chiunque fa politica da molto tempo. Per farsi fregare bisogna essere molto ingenui o banalmente complici. E l’intransigenza va esercitata con intelligenza. Nessuno è senza peccato. Bisogna saper essere magnanimi.

La realtà è più complicata e sfumata di come ci piacerebbe, perciò non si può ragionare in termini sempre e solo binari, meramente astratti o “identitari”. Per altro, il personale politico di cui disponiamo, in generale, non è tanto e non è di grande livello, quindi bisogna adeguare le aspettative alla cruda realtà. Detto questo, l’intransigenza verso gli egoismi e la cialtronaggine, verso gli istinti reazionari e i cedimenti etici mi pare invece sempre e comunque necessaria.

Chiarire il quadro politico è indispensabile, anche per potersi presentare alla cittadinanza con un minimo di credibilità. Va precisato l’orizzonte di valori e di obiettivi dentro cui ci si muove e vanno precisate le modalità con cui si intende procedere. Vanno riconosciuti i conflitti reali presenti nella nostra collettività, ne vanno indicati i termini, le radici storiche e le possibili soluzioni progressive, rivolte in avanti. È fondamentale distinguersi da chi considera la cittadinanza solo come una massa indistinta di pedine da utilizzare alla bisogna, con l’inganno o con la blandizie, solo per procurarsi qualche vantaggio particolare. Che è poi l’idea di politica che va per la maggiore. Ecco, deve essere ben chiaro che ci si oppone a questa cosa e che si intende rappresentare tutt’altro. A cominciare da un diverso coinvolgimento dei cittadini.

Non esistendo più la forma partito, come corpo sociale intermedio e di mediazione, né un sindacalismo adeguato ai processi sociali attuali, vanno trovate altre strade per far partecipare la cittadinanza ai processi politici, cominciando dalle comunità locali e dalle lotte sulle partite strategiche più urgenti, imparando ad ascoltare.

Direi anche di non trascurare, fin d’ora, la pianificazione di una partecipazione attiva e robusta alle prossime sfide elettorali. Anche senza fare dell’elettoralismo e dell'”entrismo a ogni costo” una bandiera, non possiamo sottrarci all’evidente necessità di pesare dentro la politica così com’è oggi. Il che implica la partecipazione alle elezioni e una partecipazione che sia a sua volta chiara negli obiettivi e riconoscibile. Senza compromessi o accordi opachi. Non importa se non si “vince” subito. Non possiamo ragionare come i politicanti che dominano la scena, per cui il raggiungimento di una poltrona a corte è la condizione essenziale per fare politica. Ma non dobbiamo nemmeno giocare da perdenti o da dilettanti. È difficile, ma va fatto.

In più, dobbiamo essere consapevoli che le ambizioni solipsistiche non portano da nessuna parte e che i conflitti personali, le rivalità, gli screzi sedimentati e la contrapposizioni settarie sono solo un danno. Impossibile essere tutt* amic*. Impossibile trovare un accordo su tutto con tutt*. Bisogna assumersi la fatica di incontrarsi e di legittimarsi, soprattutto tra simili e tra vicini. E trovare un modo di fare le cose insieme, senza pretendere l’annichilimento delle soggettività altrui.

Altra cosa, bisognerebbe decidersi ad abbandonare i social media e soprattutto Facebook come terreno privilegiato di discussione e di attivismo politico. Non mi stancherò mai di dirlo: Facebook è solo un pericolo e uno strumento di divisione, una perdita di tempo, una fonte di inquinamento del dibattito. Alimenta le nostre peggiori pulsioni. Non è nemmeno vero che “la gente” è lì e dunque lì bisogna agire. È una scusa, se va bene un’illusione. Non si tratta nemmeno di essere ostili alla tecnologia. La tecnologia, e quella informatica in particolare, non si esaurisce certo con Facebook. Bisogna anzi conoscerla di più e usarla meglio, con creatività.

Le leadership e i ruoli verranno stabiliti a partire dalla reale partecipazione e dal peso effettivo delle varie soggettività coinvolte. Pretendere ruoli o primazie non scaturite dalle relazioni concrete e dalla credibilità conquistata sul campo porta solo ad aspettative fuori scala e a conflitti inutili. Cerchiamo di rifletterci bene e facciamo uno sforzo di obiettività. Ci sarà posto e gloria per tutt*, in un processo sociale e politico come quello che ci aspetta nei prossimi anni. Bisogna ragionare come se dovessimo sottoporci già oggi al giudizio dei nostri figli e nipoti. Sarebbe meraviglioso non doverci vergognare.

Costruire una democrazia compiuta e un’emancipazione collettiva reale in Sardegna è un obiettivo storico grandioso, difficilissimo ma non eludibile. Perseguirlo comporta scelte difficili e coraggiose, a partire dall’accettazione storica dell’inevitabile conflitto con lo stato italiano e la sua classe dirigente, gli interessi che difende, la sua egemonia culturale. Non è nemmeno importante la veste formale che ciascun* si attende dalla conclusione di questo processo: indipendenza, confederalismo europeo, democrazia partecipativa, socialismo o altro. Ma riconoscere e farsi carico del conflitto con lo stato italiano, ribadisco, è il primo, indispensabile passo. Su tutto il resto occorrerà confrontarsi, in varia sede, e rendersi disponibili con generosità. A cominciare da… ieri.

4 Comments

  1. Magari possono non essere temi buoni per la propaganda, ma il salto di qualità passa anche dai ragionamenti su una nuova legge elettorale sarda e, su tempi più lunghi, un nuovo statuto. Certo, ripeto, non è che affascinino le masse, ma ciò non toglie che vadano elaborati, magari proprio in una prospettiva diversa, seguendo l’indicazione presente nell’articolo: “Bisogna assumersi la fatica di incontrarsi e di legittimarsi, soprattutto tra simili e tra vicini. E trovare un modo di fare le cose insieme, senza pretendere l’annichilimento delle soggettività altrui”.

    1. Ragionando dentro il contesto strettamente politico-elettorale e considerandone le dinamiche, quella della legge elettorale è una priorità assoluta. Di natura democratica. Ha dunque anche connotazioni che vanno oltre la semplice scelta di un meccanismo di voto più efficace. Non sarà un tema che appassiona le masse, ma può anche diventare una battaglia politica importante, su cui sensibilizzare i cittadini. Io ci aggiungerei anche una riforma complessiva della Regione e delle amministrazioni locali, chiaramente con tempi più lunghi.

      La questione “statuto”, che mi vede astrattamente d’accordo, la trovo invece più spinosa dal punto di vista pragmatico. Sappiamo che anche laddove si raggiungesse un forte consenso tra soggetti politici e persino tra i cittadini su una nuova formulazione dello statuto, poi il testo dovrebbe passare al vaglio del governo centrale, del parlamento e della Corte costituzionale. Qualsiasi estensione delle competenze e della sfera di autonomia della Regione, qualsiasi previsione che suonasse anche solo vagamente autodeterminazionista (e non dico apertamente indipendentista) verrebbero cassate di sicuro e senza alcuna remora. Bisogna essere coscienti di questo ostacolo e riflettere su come condurre la partita. Si potrebbe anche provarci, mettendo lo stato centrale nella condizione di dover contrastare apertamente il processo democratico sardo, ma poi bisognerebbe essere pronti a trarne tutte le conclusioni del caso e ad essere conseguenti, senza escludere alcuno scenario.

  2. La presunta battaglia per un ”nuovo Statuto” vagheggia una svolta alla catalana da cui noi indipendentisti dovremmo guardarci bene. Andrebbe a finire come dice Omar e, proprio perché consapevoli – della Storia delle lotte di liberazione nazionale, dell’attuale nostra frammentazione partitica e organizzativa rispetto ad altre Nazioni senza Stato – abbiamo il dovere di spendere al meglio le nostre energie e risorse, senza fare qualcosa ”tanto per”. Lo si fa riunendoci avendo le idee chiare, ponendo scadenze a obiettivi precisi (questo dovremmo proporre al nostro elettorato), internazionalizzando una volta per tutte la Questione nazionale Sarda – che significa allacciare solidi rapporti, imparare dalle esperienze altrui prendendo il meglio, ma con la forza di fare fino in fondo un percorso tutto nostro.

Leave a Comment

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.