La rivolta dell’oggetto: la letteratura sarda attuale come fonte di emancipazione collettiva

piciocus de crobi

Prendo spunto dalla lettura dell’ultimo romanzo di Francesco Abate, I delitti della salina (Einaudi – Stile Libero, 2020), e dalle suggestioni che ne ho tratto per riprendere il filo di un ragionamento già avviato in passato e che continua a sembrarmi importante e ancora da sviluppare compiutamente.

Da alcuni anni si fa riferimento alla letteratura sarda contemporanea in termini problematici, senza riuscire a collocarla e classificarla in modo soddisfacente nel panorama della letteratura italiana, europea, “occidentale”.

La collocazione nell’ambito della letteratura italiana è estremamente complicata e a mio avviso del tutto inutile e fuorviante. Non si verrà mai a capo di questo enigma, per il semplice motivo che la letteratura sarda è una letteratura nazionale a sé stante, posto che abbia ragion d’essere una classificazione di questo tipo. Io non credo che ne abbia molta, non con una rilevanza decisiva comunque; ma, dato che si tratta di una categoria molto usata, allora vediamo di usarla in modo appropriato e coerente.

Come argomentato in passato, se si considera la letteratura sarda attuale come una declinazione regionalista e provinciale della letteratura italiana non se ne comprendono motivazioni, temi, problemi, riferimenti.

Il fatto stesso che la Sardegna, con il suo milione e seicentomila abitanti, abbia una tale densità letteraria, resta un mistero, per molti osservatori. In Italia questo dato è per lo più rimosso. Così com’è rimossa la natura sbilanciata e coloniale dal rapporto tra ambito culturale italiano e ambito culturale sardo.

La letteratura sarda è una letteratura meticcia, assimilabile alla letteratura creola o a quelle di altri luoghi post-coloniali, più che ad altri modelli europei. Non si può nemmeno paragonare ad altre letterature proprie di comunità storiche senza stato, come quella basca o quella catalana, dato che in Sardegna, a differenza di queste comunità, non esiste una scolarizzazione in sardo (o, per dire, in gallurese) e sussiste un complicato problema di mancata standardizzazione linguistica (necessaria, a dispetto di quanto pensano in molti, che magari la lingua la studiano ma non la praticano; ma è un altro discorso).

Ancora oggi in Italia e anche in Sardegna si fa fatica a prendere le cose per come sono. Il dominio del “come se” ci pone in una condizione simile a coloro che dovevano giustificare i fenomeni astronomici tramite il modello tolemaico, aggiungendo complicazioni a complicazioni, piuttosto che sostituirlo con uno più preciso nel descrivere la realtà.

Così capita di imbattersi in ricostruzioni e giudizi che si basano su un’idea preconcetta di letteratura sarda, a volte senza referente concreto, una letteratura sarda che non esiste più o non è mai esistita. L’idea che la letteratura sarda sia una letteratura regionale particolarmente ossessionata dalla propria collocazione geografica, per esempio, discende essa stessa da un pregiudizio e dalla rimozione del problema coloniale.

A nessun* scrittore o scrittrice nordamerican* verrebbe rimproverata l’ambientazione nordamericana delle sue storie, urbana o provinciale che sia. Così come ad autori e autrici di altri contesti considerati “normali” si rimprovererebbe mai che ambientino i propri racconti nei loro luoghi. Ambientare una storia scritta in italiano a Roma, Milano, Bologna o Napoli non costituisce un problema per nessuno. Suona sempre un po’ strano ed esotico invece che autori e autrici sard* insistano a collocare le loro storie in Sardegna. Posso testimoniarlo direttamente: nel corso delle presentazioni del mio romanzo La vincita mi è stato chiesto più volte, a me nuorese, come mai avessi scelto di ambientare la vicenda a Nuoro (per altro, un luogo letterario ormai sostanzialmente classico).

L’ambientazione sarda delle storie di autori ed autrici sard* alla fine viene giustificata in molti modi, alcuni anche fantasiosi, ma sempre a debita distanza dalla radice della questione. Allo stesso modo risulta sempre difficile accettare che la letteratura sarda *non* abbia come oggetto gli stereotipi e le caratterizzazioni razziali che, nella narrazione dominante e nel nostro stesso mito identitario, definiscono la Sardegna e la sardità. Esotico, pittoresco, storie cupe di violenza bruta, ambientazioni rurali, forme di relazione ancestrali, permanenze culturali a-storiche, banditismo e pastorizia: di questi elementi dovrebbe nutrirsi la “vera” letteratura sarda, per essere etichettata come tale. Questa stessa caratterizzazione fittizia viene spesso usata come buon motivo per liquidarla, ipso facto, come mediocre, senza nemmeno sincerarsi che tale descrizione corrisponda alla realtà.

Ma la letteratura sarda, da moltissimo tempo, è anche e soprattutto qualcosa di diverso e di molto più vario. Intanto le ambientazioni sono spesso cittadine e contemporanee, senza tante concessione ai cliché. Ovvero trattano con la giusta disinvoltura la relazione dialettica tra città e paese, tra le diverse dimensioni antropiche e antropologiche presenti in Sardegna.

Le tematiche e le formule narrative sono estremamente eterogenee. Dall’intreccio noir al romanzo di formazione, dal realismo magico alla fantascienza e al romanzo storico, non c’è genere o stile che la letteratura sarda non abbia esplorato nell’ultimo mezzo secolo.

Eppure questo fatto così banale ed evidente spesso viene sottaciuto o messo tra parentesi, come se invece non fosse un fattore di massima rilevanza.

Anche la lingua usata da autrici e autori isolan* è spesso fonte di spiazzamento o di incomprensione, tanto in Italia quanto in Sardegna. È consueta la mescolanza di italiano e sardo, in dosi e modalità di impiego assortite. A volte è una necessità espressiva, a volte è semplice realismo. Perché è la realtà sarda stessa ad essere meticcia e dinamica, più di quanto ci piaccia pensare. Eppure tutto ciò viene vissuto come una sorta di trauma o di problema.

A qualcuno, particolarmente affezionato alla lingua del “sì”, risulta indigesto l’uso del sardo in un testo in italiano, come una sorta di indebita interferenza “dialettale”. Ma a quanto pare vale solo per il sardo, non per i dialetti propriamente italiani. Ci sarebbe da rifletterci su. Dall’altra parte della barricata, in un certo ambiente culturale, viene considerata letteratura sarda solo quella in sardo. Si rimprovera anzi a scrittori e scrittrici isolan* il mancato uso esclusivo della lingua sarda. Il che rimanda alla semplice e decisiva questione di cui sopra: non esistono una scolarizzazione e un’alfabetizzazione in sardo che consenta di avere sia un pubblico sia una struttura editoriale e in generale culturale adeguati. Autori e autrici sono l’ultima ruota del carro, in questo problema, checché se ne pensi. E mi pare anche facilmente comprensibile.

Perché dunque sono partito dal recente romanzo di Francesco Abate, per affrontare questa disamina? Be’, intanto perché si tratta di un romanzo che partecipa pienamente della natura meticcia e del ruolo di avanguardia tipici della letteratura sarda attuale.

La stessa ambientazione delle avventure narrate è significativa e, va detto, particolarmente indovinata: la Cagliari (e dintorni) dei primi anni del XX secolo.

Un’ambientazione urbana, dunque, anche in questo caso, in cui risalta la città di Cagliari come luogo vivo, vero, e a sua volta ibrido. In consonanza con tante altre città portuali del Mediterraneo. È una Cagliari in cui si può ritrovare Genova, Barcellona, Marsiglia, Napoli, Orano, Bastia, Pola. Cambiano le dimensioni, certo, e alcune caratteristiche specifiche, ma sfido chiunque a non cogliere quella certa aria di famiglia che accomuna tutte le città che si affacciano sul mare nostrum. Non c’è niente di sorprendete né di esotico, in questo. Cagliari è così da secoli.

Quanto alla collocazione temporale, la Sardegna del primo XX secolo era un luogo pieno di problemi e di contraddizioni, ma estremamente vitale, pienamente inserito, sia pure a modo suo, nelle dinamiche del mondo circostante. Attriti sociali e culturali, vertenze sindacali, proteste popolari, rivendicazioni di autodeterminazione (“emancipazione” si diceva allora), ruolo della stampa, maneggi politici e affaristici erano ingredienti ordinari della vita del tempo. Così come il controllo repressivo delle forze dell’ordine e delle forze armate e la ferrea volontà dello stato italiano di mantenere in condizione di minorità e di subalternità l’intera isola. Con la complicità della classe dominante locale. Ma c’erano anche una grande vivacità intellettuale, creativa e artistica, che non si fermava ai confini della città maggiori, ma anzi si esprimeva in modo forte e diffuso anche in altri centri, come Nuoro (l’appellativo di “Atene sarda” è proprio di questi anni), emergendo poi anche fuori dall’isola.

Le avventure della protagonista Clara Maylin Simon – a sua volta un bel personaggio – non hanno niente di inverosimile e improbabile, se non quella giusta dose di libertà narrativa indispensabile alla riuscita letteraria. Si collocano in un contesto realistico, ben ricostruito e reso in modo efficace, senza vezzi stilistici, senza cedimenti alla bozzettistica di maniera.

Tuttavia, più che l’esito estetico di questo lavoro, certamente positivo, ma su cui è giusto che ogni lettore e lettrice possa farsi la sua idea, ciò che ne fa un caso esemplare è proprio la libertà con cui rompe gli schemi precostituiti, viola le aspettative stereotipate, spiazza il lettore prevenuto. È un esempio della “rivolta dell’oggetto” a cui la letteratura, l’arte e la musica da tempo ci richiamano con insistenza, in Sardegna.

Un richiamo che accompagna e sostiene – o dovrebbe farlo – gli studi, la riflessione teorica e ogni possibile sforzo di emancipazione democratica in atto o di là da venire. Come una fonte di suggestioni, come un invito a riappropriarci della nostra stessa realtà, quella del passato, soprattutto recente, e quella del presente. Senza mitopoiesi identitarie posticce e magari, in qualche caso, interessate. Senza la pretesa di fedeltà ad appartenenze ristrette e settarie o subalterne. Senza prescrizioni dogmatiche a cui sacrificare possibilità di lotta e di conquista collettiva.

Una lezione preziosa che può sembrare incongrua rispetto alla semplice natura di un’opera letteraria, specie una come questa, apparentemente destinata a una lettura di svago. Eppure vera ed efficace, da tenere ben presente.

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