Deposito unico nucleare italiano e risveglio politico in Sardegna

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La pubblicazione della mappa dei potenziali siti adatti allo stoccaggio nucleare in territorio italiano ha suscitato una levata di scudi unanime nella politica sarda.

Quando l’intero arco politico rappresentato in Consiglio regionale (ossia, NON l’intero arco politico sardo) si esprime così compattamente, di solito dipende dalla sostanziale innocuità della questione affrontata o dalla sua manipolabilità come strumento di propaganda.

Benché il tema sia forte e sentito, anche questo mi pare l’ennesimo caso in cui tale condizione è rispettata. Il modo in cui si discute di scorie nucleari in Sardegna è totalmente strumentale e completamente inutile.

Vale anche, ma in misura minore (e poi dirò perché), per la mobilitazione dei sindaci (oggi a Cagliari per questo motivo).

La campagna di sensibilizzazione contro il rischio che la Sardegna diventi (oltre al resto anche) la pattumiera atomica dell’Italia è di lunga data. In molti ricorderanno la vasta mobilitazione del 2003, preludio al clamoroso esito delle elezioni regionali dell’anno successivo.

Anche in anni più recenti, al rinnovarsi della minaccia, si è sempre verificato un nuovo spirito di attivismo politico diffuso, fino al referendum del 2011, col suo esito così netto (60% di partecipazione al voto, 98% di contrarietà al nucleare in Sardegna).

Per lo più, tali campagne sono state promosse e animate dall’ambito politico indipendentista, inevitabilmente più sensibile al tema e soprattutto più libero dei partiti italiani nell’isola, sempre condizionati dalle direttive centrali e dalle necessità di carriera dei suoi esponenti. Tuttavia, la mobilitazione ha sempre coinvolto anche altre fasce sociali e politiche (dall’ambientalismo, all’anti-militarismo, ecc.).

Nella presente circostanza si segnala invece una certa freddezza di ciò che resta dell’indipendentismo organizzato e di quello diffuso. Non è un dato stupefacente, è normale che questa variegata area politica non senta la particolare necessità di ribadire con veemenza le proprie posizioni storiche sul tema. Atteggiamento a cui si aggiunge anche qualche analisi meno umorale e più ponderata, rispetto alla reazione scomposta della politica di Palazzo nostrana.

Politica di Palazzo nostrana di solito pacificamente subalterna rispetto alla politica italiana. Il sussulto di questi giorni appare dunque un giochetto delle parti facile facile e a buon mercato, data la quasi certezza che il deposito unico italiano non sarà realizzato nell’isola.

Dico questo, perché gli stessi criteri che presiedono alla scelta e alla classificazione dei vari siti fatta dal governo sembrano collocare le possibili ubicazioni sarde piuttosto indietro nell’indice di preferibilità. Il che non è strano, se si affronta la cosa in termini razionali, scientifici e pragmatici. Già solo il fatto di dover spostare una massa consistente di materiali radioattivi via mare e poi via terra su strade spesso disagevoli dovrebbe portare a escludere la Sardegna. Inoltre, se è vero il basso (ma non inesistente) rischio sismico, non si può dire lo stesso per il rischio idrogeologico.

La minaccia, dunque, appare più teorica che concreta (benché dal governo italiano sia lecito aspettarsi di tutto, quando si tratta di Sardegna). Che la politica coloniale e subalterna nostrana non sia stata lì ad analizzare attentamente i documenti ma sia saltata su come un sol uomo per ergersi a paladina della dignità dell’isola, a ben guardare è uno spettacolo persino grottesco.

Nessuna delle forze politiche e delle personalità che hanno affrontato la questione in questi giorni è mai apparsa così attiva su alcuno dei fronti strategici che potrebbero sollecitare altrettanta verve autodeterminazionista. Non sulla questione trasporti (se non per proferire qualche banalità), non sulla questione energetica, non sulla questione del patrimonio storico-archeologico, non sulla questione scolastica, non sulla questione linguistica, non su quella dell’occupazione militare. E potremmo anche proseguire più nel dettaglio, in tutti gli ambiti possibili immaginabili.

La politica podataria sarda, così cialtronesca e accomodante in tutte le partite decisive, si risveglia oggi bellicosa, sicura di non correre alcun rischio. Se il deposito unico verrà ubicato in Sardegna, potrà non fare alcunché ma vantarsi della propria presa di posizione (inutile, ma a favore di telecamera). Se invece non se ne farà nulla, potrà intestarsi il successo.

Per i sindaci e le sindache vale grosso modo lo stesso discorso, ma con qualche differenza. Le amministrazioni locali sono ancora e sempre le uniche che in qualche modo rispondano alla cittadinanza prima che ai propri capi (locali e/o oltremarini). Quando pure non si tratta di amministrazioni indipendentiste o comunque svincolate da tali forme di dipendenza. La forza e la credibilità di sindache e sindaci resiste al discredito generalizzato della politica di questi anni, quindi le loro prese di posizione, specie se così condivise, hanno tutt’altro peso.

L’obiezione, tuttavia, anche in questo caso è inevitabile. Se misuriamo l’entità reale del rischio che si vuole scongiurare, il pericolo nucleare per i nostri territori non è il primo della lista. Purtroppo abbiamo a che fare da fin troppo tempo con rischi magari apparentemente minori, in linea teorica, ma concretamente molto più reali e attuali.

Per giunta, l’impeto con cui si respinge la sola possibilità che qualche comune sardo possa ospitare le scorie nucleari italiane è inversamente proporzionale alla forza delle motivazioni. Addurre, come prima argomentazione, il pericolo di danneggiare il comparto turistico, è di una debolezza politica imbarazzante. Non va bene, è un modo di alimentare il dibattito pubblico troppo povero e miope. Possibile che a sindache e sindaci non vengano in mente obiezioni più solide e storicamente più fondate?

In ogni caso, l’afflato politico messo in campo su questa tematica potrebbe essere speso con altrettanta e forse maggiore aspettativa di successo anche su altre partite. La subalternità della politica sarda, anche a livello locale, si manifesta molto più facilmente e con esiti molto più concreti in mille altre cose ed è da queste che dovremmo partire per rovesciare la nostra condizione storica.

Non basta una battaglia, per lo più retorica e simbolica, a riscattare anni di passività, di mancanza di visione, di conformismo al ribasso. Le nostre comunità locali sono state amministrate male per troppo tempo e in molti modi doversi, a prescindere dalla questione nucleare. Di questo bisognerebbe ragionare e farsi carico.

Così, se la mobilitazione anti-nucleare avrà un senso, lo avrà, al di là della questione specifica, prima di tutto se servirà a farci recuperare un minimo di attenzione per la politica, in tutti i suoi risvolti, per la partecipazione attiva, per la coltivazione di buone idee e buone prassi da applicare all’amministrazione ordinaria delle nostre comunità e a tutti i livelli.

Il rischio che la Sardegna tra pochi decenni sia una terra ancora più derelitta e la sua popolazione più povera, ridotta ai minimi termini, anziana, malata è già presente e confermato dalle tendenze in atto. Non c’è bisogno di aggiungerci il rischio nucleare, per essere allarmati. Scongiurare tale pericolo non ci basterà comunque a salvarci da tutti gli altri problemi strutturali di cui soffriamo. E che non abbiamo mai affrontato con la necessaria enfasi e il necessario impegno.

D’altronde, dalla politica fallimentare e sottomessa che domina la scena sarda non possiamo legittimamente aspettarci niente di buono, nemmeno (o tanto meno) in situazioni di emergenza. Lo vediamo bene con la crisi covid19. Farci affidamento per una resistenza difficile e problematica a una decisione strategica del governo, mi pare illusorio. Non è una politica selezionata per risolvere i problemi, men che meno per opporsi alle decisioni prese a Roma (o Milano, o chissà dove altro). La lotta di popolo, consapevole, informata, coordinata, sarà l’unica risposta davvero efficace contro l’eventuale condanna nucleare. La stessa lotta che è necessaria per affrontare i problemi già sul tappeto e per perseguire una compiuta e reale democrazia nell’isola.

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