Il coronavirus e la Sardegna: l’epidemia come allegoria e come certificazione della subalternità

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Sull’epidemia di COVD-19, l’Italia e in particolare il suo sistema mediatico e politico hanno dato il peggio di sé. E non è detto che si sia toccato il fondo.

Adesso gli stessi propalatori di allarmismo si sono repentinamente trasformati in dispensatori di ottimismo. Sia nel primo caso, sia nel secondo, solo in base a miserabili calcoli di bottega.

Il problema è che l’epidemia esiste. Non è la peste (che per altro è di origine batterica), non è nemmeno una patologia così grave come si temeva inizialmente. Tuttavia sarebbe sciocco sottovalutare un virus nuovo e così altamente contagioso.

Non tanto per i suoi effetti sulla massa della popolazione, quanto per quelli sulle fasce a rischio, come ormai pare accertato dai primi studi sistematici e statisticamente significativi.

Quello che risulta inaccettabile è il modo in cui si è risposto all’emergenza. L’impressione è che si sia puntato molto sull’effetto scenico e mediatico, sulla propaganda, sul fare qualcosa di visibile, pur di dare l’impressione di saper gestire la situazione.

Al centro e alla base delle decisioni non c’è stata la necessità di tutelare la salute dei cittadini, in particolare di quelli più a rischio, né l’urgenza di fornire informazioni puntuali e di carattere pratico e operativo, tanto ai cittadini quanto alle amministrazioni stesse.

La retorica e i dispositivi che hanno prevalso sono stati quelli del controllo, della militarizzazione e dell’attacco ai diritti e alla cultura.

Non mi dilungo oltre su questi aspetti, perché c’è già chi lo ha fatto con lucidità e solide argomentazioni, a cui mi limito ad associarmi.

Vorrei invece sottolineare come anche in questo caso in Sardegna non ci siamo fatti scappare l’occasione per dimostrare la nostra incapacità di affrontare qualsiasi circostanza con discernimento.

La Sardegna non registra alcun caso di contagio. Non c’è alcun problema attuale di gestione di un’emergenza.

Va benissimo attrezzarsi e predisporre tutte le misure idonee, per il caso che si debba affrontare il peggio. Tuttavia le nostre autorità sembrano fondamentalmente in balia degli eventi e senza alcuna capacità autonoma di valutazione e di decisione.

Riporto in proposito il parere di un amministratore locale, il sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis, dopo l’incontro tra amministrazione regionale e sindaci tenutosi ieri a Cagliari, riprendendolo dal suo profilo FB:

Grande adunata di sindaci sardi, stamane. Tutti convocati da Regione e Protezione civile a Cagliari, in Fiera. Motivo dell’assembramento: istruirsi sul coronavirus.
Mi aspettavo un incontro operativo. Tipo: cosa deve fare un sindaco un momento dopo la scoperta che uno dei suoi compaesani è contagiato? Diciamo che di operativo c’è stato poco.
Secondo liturgia, i politici (tre assessori regionali) hanno parlato prima dei tecnici. Dai politici, molte raccomandazioni, molti auspici. Dai tecnici, molta informazione e appunto poca operatività.
Tra una spilletta di Alberto da Giussano e un po’ d’italiano abborracciato, dalla platea non si è levato nemmeno un timido applauso. Non c’era proprio l’aria della scampagnata. E ho l’impressione che chi stava sul palco avesse bisogno di rassicurazione più ancora dei sindaci. Come a dire: guardate, è tutto a posto, è tutto pronto, niente può andare storto.
Il mio vicino di poltrona era sindaco e anche medico. Così, alla domanda di cui sopra, abbiamo dato risposta assieme, elaborando le nozioni che venivano dai relatori. Per il resto, tanta speranza. Che il virus se ne stia alla larga. Soprattutto, che il sistema non abbia fragilità nascoste. Perché in certe situazioni la buona volontà non basta.

Addirittura peggio della politica sta facendo l’informazione sarda. Auto-relegatasi in una nicchia provinciale, non riesce ad affrancarsi dal discorso mainstream dei mass media italiani. Restando sempre un passo indietro.

Mentre ormai le parole d’ordine in Italia sono “sminuire”, “tranquillizzare”, “ridimensionare” (deriva che rischia di essere a sua volta molto pericolosa), in Sardegna siamo ancora in pieno allarmismo. O al più in mezzo al guado.

Allarmismo impotente e fatalista, per altro. Che appunto spinge a fare scelte “tanto per fare”. D’altronde, se l’hanno fatto “in continente”, nel “resto della penisola”, allora dobbiamo farlo anche noi.

Non si parte dai dati di realtà, dalla precisa coscienza di ciò che accade qui e ora a noi, ma si proietta la propria azione e il senso del proprio stesso essere al mondo dentro una dimensione fittizia, aliena, ma in qualche modo rassicurante.

Rassicurante, perché deresponsabilizzante.

Naturalmente, la prima e più urgente misura da prendere è di restringere gli spazi culturali e le occasioni di incontro non finalizzate al consumo e al profitto.

Scrive in proposito Cristiano Sabino (come docente, prima ancora che come militante politico):

Nelle scuole sarde stanno vietando le gite scolastiche e le riunioni con più di 40 persone. Quelle con meno vanno bene perché il corona virus non va alle feste dove c’è poca gente da contagiare, mica é un tipo che si scomoda per poca roba!
Però alle macchinette che ogni giorno riversano cibo spazzatura i ragazzi ci vanno e creano capannelli di 50-60 persone. Nei bagni nessuno usa non dico l’amuchina, ma nemmeno il sapone che non c’è nelle scuole. La classe docente riveste il ruolo di untori professionali visto che i docenti vanno di classe pollaio in classe pollaio (30 ragazzi in stanzini dove il corona virus organizza rave party) e svolgono la stessa funzione delle rotte commerciali veneziane con la peste del Trecento.
Ora lo sappiamo. Quando e se arriverà un virus davvero pericoloso meglio fuggire via subito in Supramonte.. E comunque semus acontzos!

Sul divieto delle gite scolastiche verso le zone in cui sono presenti focolai di contagio non ci sarebbe niente da dire. Vengono vietate le gite fuori dalla Sardegna in generale? Be’, prendiamolo come un supplemento di prudenza.

Mi dà da pensare, però, che non si sia pensato di optare, trasformando un problema in un’opportunità, per dei viaggi di istruzione nell’isola.

Quanti studenti sardi hanno dimestichezza con la geografia e la storia della Sardegna? Non poteva essere questa l’occasione per visitare luoghi e imparare qualcosa sulla nostra terra?

Mi piacerebbe sapere se qualche dirigente scolastico ci ha pensato. La politica di sicuro non lo ha suggerito.

Sul resto, direi che c’è poco da commentare.

Qualcuno lancia allarmistiche previsioni per la stagione turistica. Anche qui, vorrei capire su quali basi e perché.

È una preoccupazione tremendamente cinica, dato che subordina la questione sanitaria e la sorte dei possibili malati a una considerazione meramente utilitarista.

Eppure, cinismo per cinismo, a nessuno è venuto in mente che potrebbe essere invece l’occasione per lucrare sulle disgrazie altrui, proprio in virtù della nostra posizione geografica.

Il cinismo sciorinato dalla nostra classe politica coloniale è sempre vittimista e passivo.

L’idea di essere ineludibilmente dipendenti, periferici, vincolati ad interessi e volontà altrui è così forte da sopire anche gli ultimi barlumi di istinto di sopravvivenza.

Tutto questo ha poco a che fare con l’emergenza della COVD-19, che di suo merita attenzione e giuste misure di contenimento.

Un contenimento che – dobbiamo augurarci – non patirà, in caso di necessità reale, lo smantellamento e la privatizzazione del servizio sanitario sardo (vedi alla voce “Mater Olbia”, per dire).

E che auspicabilmente non sarà basato, nel caso, solo sull’incremento della militarizzazione e degli apparati di controllo e repressione, già enormemente sovradimensionati sull’isola.

Tutto questo ha invece a che fare con il grado di estrema debilitazione a cui sono ridotti il nostro tessuto sociale e culturale e la nostra politica.

Ennesima dimostrazione che la subalternità e la colonizzazione culturale sono pericolose in quanto tali e su più fronti, sia in regime di ordinaria amministrazione (posto che ci sia qualcosa di ordinario, nella condizione storica della Sardegna), sia – a maggior ragione – in casi di necessità straordinarie.

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