Autodeterminazione vs. cleptocrazia

Nel continuo gioco tra fattori storici (condizioni ambientali, demografia, tecnologia, stratificazione culturale, accidenti politici) si creano situazioni di equilibrio o di conflitto a seconda che alcuni fattori o un fattore in particolare prevalgano sugli altri. L’equilibrio è sempre temporaneo, ma può essere accentuato dal fatto che le soluzioni praticate in certi casi si rivelino particolarmente efficaci.

Gli stessi fattori possono dare adito a esiti diversi se il loro mix varia o varia il loro peso relativo. Per questo la civiltà europea moderna, pure così forte e vincente su scala globale, presenta comunque al suo interno una certa varietà.

L’economia di tipo capitalista, fattore storico decisivo, ha trovato diverse modalità di adattamento e di sviluppo nelle diverse situazioni locali. Benché il suo meccanismo, così brutale nella sua essenzialità, sia sempre il medesimo, dove ha trovato altri fattori forti non ha potuto prendere il sopravvento in modo indiscriminato e totalitario o lo ha fatto al prezzo di qualche cedimento.

Così conosciamo società capitaliste avanzate e ricche che però presentano forme di riequilibrio piuttosto robuste (da quella anglosassone a quelle scandinave o a quella francese, per fare degli esempi assortiti). Altrove invece la debolezza relativa degli altri fattori storici ha tradotto il successo dell’economia di tipo capitalista in ordinamenti politici e sociali squilibrati, fragili, poco efficienti. Pensiamo ai tanti paesi che hanno conquistato l’indipendenza dopo la decolonizzazione. Ma pensiamo anche all’Italia.

In questi casi il meccanismo dell’accumulo primario e dell’estrazione di valore dalle risorse e dal lavoro ha assunto varie gradazioni di autoritarismo politico, garanzia di un equilibrio altrimenti non ottenibile tramite meccanismi compensatori affidati alla dialettica sociale. Le forme dell’articolazione sociale e della gestione e distribuzione delle risorse hanno dunque preso la strada della cleptocrazia, il dominio dei ladri. Una condizione instabile e poco efficiente che però riesce a riprodursi grazie alle disparità di accesso alle risorse, alla tecnologia e alle informazioni.

La cleptocrazia è un esito storicamente piuttosto diffuso sia in termini diacronici (ossia lungo il corso del tempo), sia sincronici (ossia dando uno sguardo d’insieme al nostro presente). È un regime a cui tende naturalmente il capitalismo, propenso al monopolio tanto dei mezzi di produzione, quanto dell’estrazione del valore economico. Niente di strano che regimi politici rigidi e molto gerarchizzati si siano rivelati situazioni ideali allo sviluppo capitalista, persino laddove siano nati in antitesi alle economie capitaliste di tipo occidentale, borghese e liberale.

L’esempio della Cina è sotto gli occhi di tutti, ma pensiamo anche alla rapidissima crescita del Giappone moderno, dagli anni Settanta del XIX secolo in poi. I regimi di tipo fascista tra le due guerre mondiali non costituirono affatto un ostacolo allo sviluppo del capitalismo, benché la loro retorica osteggiasse strumentalmente la cosiddetta plutocrazia (specialmente quella di stampo anglosassone, attribuita però astutamente a una potentissima quanto evanescente lobby giudaico-massonica).

Le condizioni storiche concrete – e tra esse in particolare i rapporti di forza – hanno un peso che non si può eludere. Si possono solo affrontare o subire passivamente. Nella nostra situazione, in Sardegna, siamo esposti ai peggiori esiti della cleptocrazia italiana, senza poter opporre ad essa alcun altro fattore storico. Non la robustezza e la coesione demografica, non una articolazione sociale viva e dinamica, non una consapevolezza culturale diffusa, non una classe dirigente propriamente detta.

Caliamo in questa situazione deficitaria i fatti contingenti. Il governo italiano si appresta a decidere la sede di stoccaggio delle scorie nucleari accumulate su tutto il territorio statale. Si appresta anche a varare una riforma costituzionale di stampo autoritario e centralista, che ottunderà ulteriormente le autonomie locali. Il sistema claptocratico italiano sta gettando le basi per la propria perpetuazione, sacrificando le vite di milioni di cittadini, intere porzioni di territorio, beni comuni, diritti.

Come ci poniamo, come Sardegna, davanti a queste sfide? Il governo regionale del meno peggio o del voto utile si sta rivelando compiutamente per quel che si sapeva già sarebbe stato:  dipendentismo applicato. Essendo un governo di secchioni, tale applicazione sarà pedissequa e pignola come non mai, molto di più che nel caso degli avventurieri del cosiddetto centrodestra. E non sarà certo meno classista. Ce ne vuole a risultare più dannosi della giunta Cappellacci! Ma se c’è una cosa che non spaventa il PD sardo e i suoi satelliti è il senso del ridicolo. C’è solo da confidare che la residua parte sana di questa aggregazione sappia trovare il modo di staccarsene e contribuire positivamente al nostro percorso di emancipazione collettiva.

Tale percorso naturalmente ha bisogno di robuste dosi di realtà. Gli slogan e gli appelli identitari servono a ben poco. Forse solo a confortare qualche animo in debito di autoidentificazione. Tutta la prosopopea sugli elementi costitutivi della vera sardità, su ciò che legittima o non legittima a “dirsi sardi”, mi pare il sintomo di un’insicurezza di fondo, che viene sublimata e quindi proiettata verso l’esterno sotto forma ideologica.

Può la nostra autodeterminazione camminare solo sulle gambe dei precetti identitari? Non credo proprio. Con ciò voglio forse negare che le questioni culturali abbiano un peso in Sardegna? Niente affatto. Semplicemente è sbagliato credere – e pretendere di imporre – che assumendo il nostro mito identitario – elaborato dentro la nostra condizione di dipendenza e subalternità e a sua giustificazione – si possa automaticamente ottenere il nostro riscatto storico. È una drammatica illusione. Senza considerare i pericoli di chiusura, oscurantismo, violenza che le ideologie basate su discriminanti razziali o culturali si portano inevitabilmente appresso. Ma è un discorso già fatto. Lo richiamo qui solo per ribadirne la problematicità.

Come dovrebbe avvenire il nostro processo di autodeterminazione? Selezionando i veri sardi dai finti sardi e operando una pulizia etnica? Chiaramente no. Naturalmente, essere stati deprivati di una vera memoria collettiva, non aver mai imparato a collocarci nel tempo e nello spazio (prima di tutto per carenza di nozioni storiche minime), aver subito un fortissimo stigma negativo sugli aspetti più evidenti della nostra stratificazione culturale (a cominciare dal nostro patrimonio linguistico) sono tutti fatti che hanno un peso notevole. Ma non esclusivo.

L’autodeterminazione della Sardegna non è una necessità storica perché l’Italia maligna ci ha tolto la nostra lingua. Lo è perché stiamo morendo. Il discorso culturale deve essere inserito dentro il percorso di autodeterminazione, non esserne la cornice. E deve esservi inserito insieme alle necessità concrete, vitali, dei Sardi. Dei Sardi che, nel sistema cleptocratico in cui viviamo, costituiscono al contempo la maggioranza della popolazione e anche la parte più debole della medesima.

Non è un percorso facile, perché la dipendenza socio-economica e la subalternità culturale si autoalimentano e producono anche una sorta di potenti anticorpi contro la responsabilizzazione e le aspirazioni emancipative. Molti Sardi sono al contempo vittime e complici dell’attuale sistema di dominio. Come detto altre volte, sono nella stessa condizione dei tossici: sanno che stanno contribuendo alla propria dissoluzione fisica ma, anziché un rimedio, chiedono un’altra dose.

Se la condizione che si prospetta, presentando come auspicabile la nostra autodeterminazione, non è anche appetibile sul piano della convenienza materiale, temo che l’aspirazione all’autodeterminazione rimarrà appannagio di una minoranza più o meno illuminata dei Sardi. Purtroppo lo slogan di Antoni Simon Mossa, secondo cui è meglio una repubblica di straccioni che una colonia di miserabili, ha un suo potente fascino evocativo, ma al lato pragmatico è difficilmente spendibile. Deve essere chiaro che l’attuale condizione è un processo di estinzione già in corso, non una situazione contingente a cui rimediare con qualche stratagemma fantasioso. Stiamo parlando di questioni strutturali. E di queste bisogna occuparsi. Al discorso va aggiunta, insomma, la parte pragmatica, riguardante i fattori concreti, i modelli produttivi, l’utilizzo delle risorse, le forme di redistribuzione e le dinamiche sociali.

I giochetti tattici della politica italiana in questo percorso non dovrebbero nemmeno entrarci. Non si tratta di conquistare posti di sottogoverno o clientele nelle ASL e nelle varie categorie sindacali. Non si tratta nemmeno di garantirsi un po’ di visibilità personale o di gruppo o di partito, per aspirazioni corporative o interessi di parte. Stiamo parlando di questioni di portata storica. Chi fa politica oggi in Sardegna, anche in senso lato, chi partecipa, a qualsiasi titolo, al dibattito pubblico, deve porsi in termini molto responsabili davanti a tale sfida. Non negando le differenze e nemmeno il conflitto, ma portandoli alla luce in termini chiari, senza paura, senza attaccarci ad appartenenze fittizie buone solo per annullare, in modo fuorviante, la distanza tra interessi confliggenti. Non è detto che si rivelerà un gioco a somma zero. Chi oggi prospera nella situazione di dipendenza e degrado, avrà qualcosa da perdere dalla nostra liberazione, inutile negarlo.

È necessario trovare una via percorribile perché entro una o due generazioni non finiamo per essere di meno, più poveri, più vecchi, più ignoranti e più malati, ma possibilmente demograficamente vitali, economicamente robusti, culturalmente ricchi e socialmente giusti. Questa è la sfida politica sul tappeto e non la scopriamo oggi. Bisogna vedere se ne siamo all’altezza.

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