Il vecchio Marx, i beni comuni e una nuova prospettiva politica

In tempi burrascosi si naviga a vista. Tuttavia avere lo sguardo lungo e prevedere i possibili sviluppi aiuta a uscire meglio dalla tempesta e a navigare con sicurezza anche in acque più calme.

Purtroppo una serie di fattori storici, che fanno pienamente parte delle turbolenze in cui ci troviamo, rendono difficile discernere con lucidità gli elementi essenziali, strutturali di un possibile percorso politico prossimo venturo. Le categorie che hanno egemonizzato il dibattito e le realizzazioni pratiche degli ultimi duecento anni mostrano i loro limiti, più per esaurimento della spinta propulsiva che hanno incarnato che per perdita di significato.

Concetti come libertà, eguaglianza, diritti civili e umani, socialismo, liberalismo, conservatorismo, destra e sinistra oggi dicono pochissimo a una vasta area della cittadinanza europea e occidentale, senza per altro che siano riusciti davvero a conformare a sé le culture altre su cui fino a ieri hanno esercitato un rapporto egemonico.

Bisogna dunque fare affidamento sulla cara vecchia storia e sul suo metodo di studio, per cercare di discernere processi e tendenze ed anche per cercare di capire qualcosa della portata storica reale di ideologie, apparati concettuali, armamentari mentali diffusi e ancora apparentemente preponderanti dalle nostre parti.

Al lume dell’analisi storica non si può non riconoscere che la prevalenza egemonica del capitalismo stia ormai mostrando i suoi limiti concreti. Benché sia ancora difficile mettere in discussione i precetti fondamentali della contemporaneità, così come veicolati e imposti dalle agenzie di formazione e informazione dominanti, i risultati pratici sono evidenti.

Aver esteso la logica del capitale da una funzione economica e sociale (la produzione e la distribuzione commerciale di beni e servizi) a tutti gli ambiti della convivenza umana sta distruggendo il pianeta su cui viviamo e al contempo sta impoverendo la grandissima parte dell’umanità.

Persino nei paesi ricchi la polarizzazione tra la frazione più ricca della popolazione e quella più povera ha subito una accelerazione netta in questi ultimi quarant’anni e continua ad accelerare. Le crisi – e l’ultima in particolare – sono dei momenti di ulteriore radicalizzazione di questa divaricazione socio-economica.

Al contempo, la consapevolezza diffusa di questi fenomeni, delle loro cause e del loro reale andamento è bassissima. La complessità del mondo è di molto superiore alla portata degli strumenti critici disponibili presso la porzione maggioritaria dell’umanità, persino di quella più fortunata.

Il rapporto tra complessità e capacità di comprensione non si è affatto ridotto in età contemporanea (salvo per brevi parentesi, tipo il primo trentennio dopo la II Guerra mondiale). Rispetto alla comprensione degli eventi che poteva avere la popolazione nell’Ancien Règime o nel medioevo, i progressi in questo senso sono stati pochi e saltuari.

D’altra parte, anche le ricette alternative prodotte dalla modernità non si sono dimostrate efficaci. È vero che dal punto di vista economico le tesi di Marx (ed Engels) si stanno rivelando particolarmente preveggenti e ben fondate. Tuttavia, sul versante più propriamente politico, c’è da sottolineare una loro debolezza di fondo, dovuta al fatto di non aver saputo assegnare la giusta portata a tutti gli elementi strategici e strutturali dei processi storici.

Focalizzare il discorso solo sui rapporti di produzione, estromettendo dal quadro dell’analisi scientifica e dal novero dei nodi strutturali altri tipi di rapporti e di relazioni, ha impoverito l’analisi e indebolito la prospettiva politica del socialismo scientifico. Per questo il dogma della rivoluzione proletaria, della presa del potere e dell’applicazione sistematica del socialismo reale ha dato frutti controversi e spesso drammatici.

La realtà – per dirla in estrema sintesi – è che al capitalismo privato si è per lo più sostituita una forma di capitalismo di stato, con un prelievo di pluslavoro e plusvalore centralizzato anziché diffuso. Se una parte di tale prelievo è stato restituito alle popolazioni soggette sotto forma di servizi gratuiti ed altri benefici ridistributivi, il prezzo pagato sotto forma di perdita di libertà, condizionamento delle relazioni personali e indottrinamento culturale è stato fin troppo alto.

Di sicuro non è stata affatto intaccata la logica profonda del capitale e delle sue pulsioni imperialiste. Tanto che in un paese grande e oggi potente come la Cina, che pure si definisce una Repubblica popolare e fa del comunismo la sua ideologia ufficiale, ormai è evidente la deriva capitalista in atto da decenni (ivi inclusa la spinta alla conquista di porzioni di mondo esterno, conquista non militare ma sicuramente commerciale), senza che questo però abbia minimamente attenuato l’autoritarismo centralista del potere costituito.

Il nodo è rilevante, perché attiene alla possibilità storica di togliere l’egemonia (culturale e politica oltre che economica) alla logica del capitale, ormai fatta sistema di dominio, per sostituirla con una logica diversa, più emancipativa e al contempo non distruttiva per le condizioni della vita umana sul pianeta Terra.

Articolare un discorso esaustivo non è facile e di sicuro non è questa la sede per allestire una tesi così impegnativa. Tuttavia, anche ragionando in un’ottica glocale, partendo dalla Sardegna e ampliando lo sguardo sul mondo, qualche elemento di riflessione emerge con una certa forza.

Intanto è evidente che è urgente ridimensionare la logica del capitale alla sua collocazione eminentemente produttiva, riducendola al suo ruolo di funzione economica, dentro un quadro più vasto e complesso in cui l’economia di mercato non sia la sola variabile indipendente e comunque preponderante.

Il che è facile a dirsi ma difficilissimo a farsi, quando si rifletta sulla portata sovranazionale degli interessi dominanti. Speculazione finanziaria, land grabbing, razzia di ogni possibile risorsa, accumulazione incontrollata di profitti e privilegi, sono la regola che governa il mondo, sottomettendo a sé qualsiasi altro fattore economico, culturale e politico. Nondimeno, quale che sia il grado di difficoltà, si tratta di un passaggio obbligato.

In questo senso non è tanto la proprietà privata dei mezzi di produzione il vero problema, dato che, se pure la proprietà diventa statale, la logica che presiede al funzionamento del meccanismo sostanzialmente rimane uguale. Il problema strategico e strutturale è la sottrazione di una vasta parte dei beni e delle risorse disponibili, così come delle relazioni interpersonali e intercomunitarie, alla logica del capitale.

In questa ottica ci viene in soccorso una già ampia produzione intellettuale, specie in ambito economico, che mette al centro del suo obiettivo i beni comuni. Lì si gioca una partita decisiva. Che la politica istituzionale e i mass media principali non abbiano ancora accolto e tanto meno legittimato questa diversa impostazione la dice lunga sulla strada ancora da fare e sugli assetti di potere da intaccare, prima di vedere qualche esito pratico di questo diverso discorso. Eppure le basi teoriche esistono già (si vedano gli studi di Elinor Ostrom, mai troppo citata da queste parti, o la riflessione giuridica, sociologica e informatica in materia, ormai diffusa a livello internazionale).

C’è da rispolverare il concetto di eguaglianza, articolandolo in sincronia con quello di libertà. Libertà intesa nella sua giusta accezione di possibilità concrete di realizzazione, di “capacità” (e qui hanno qualcosa da dirci gli studi di Amartya Sen e di altri), nonché da collocare dentro la nostra realtà storica, fatta di relazioni e di connessioni, e non sul piano puramente astratto in cui è stato facile fin qui far prevalere il dogma fallace dell’individualismo come motore dell’evoluzione umana.

Un altro fattore strutturale è il nostro rapporto col pianeta che ci ospita, con le sue risorse e col territorio. Anche qui la logica del capitale è da confinare nei suoi più corretti ambiti di applicazione pratica, restituendo valore a tutto ciò che non è suscettibile di essere mercificato e sottoposto al perseguimento del profitto privato.

Ci sono elementi e valori non comprimibili dentro l’aspettativa di un guadagno materiale limitato nel tempo, nello spazio e nella soggettività che se ne giova (che è il succo della massimizzazione del profitto). Il che è collegato con la questione dei diritti, anch’essa da riprendere in mano non per depotenziarla e ridurla a variabile dipendente, ma per ricollocarla al centro dei discorsi precettivi e normativi che regolano la nostra convivenza, a tutti i livelli.

Tutto ciò può assumere le vesti di un recupero di idee e tesi già emerse nel corso del Novecento, ovvero può condurre a nuove teorizzazioni sistematiche. Questo è un compito collettivo, in cui ha un ruolo da giocare il processo di convergenza (culturale, informatico, tecnologico) a cui stiamo già assistendo e in qualche misura prendendo parte, quasi sempre inconsapevolmente.

Processo non neutro e a cui per altro non è estranea la logica del capitale (pensiamo alla questione cruciale dei social network, della loro pervasività e della sottrazione tacita e camuffata, ma enorme, di pluslavoro e plusvalore su cui si basa la loro fortuna economica), ma anche le potenzialità nuove e per ora solo intuite che i nuovi media ci offrono.

Dentro una prospettiva di riformulazione teorica così grande c’è spazio per gli esperimenti pratici e la Sardegna in questo senso è uno spazio adatto a realizzarli.

Per vari aspetti sull’isola siamo a un crocevia storico delicato, simile a quello vissuto tra XVIII e XIX secolo o alla fine della Prima guerra mondiale. C’è la possibilità di occupare il vuoto politico e culturale di questi anni con qualcosa di nuovo e al contempo legato alla nostra storia.

Nel farlo va evitato di lasciare campo libero alle pulsioni reazionarie, violente e semplificatrici pure largamente presenti in Sardegna, come nello scenario europeo attuale. Sono pulsioni di solito rivestite di una forte retorica nazionalista.

Va evitato anche che i grandi interessi internazionali facciano di noi un mero oggetto storico senza personalità, più di quanto siamo stati fin qui. Per quanto la sfida sia enorme, bisogna ammettere che non abbiamo molta altra scelta.

L’alternativa sarebbe la rassegnazione, o il ripiegamento sul gioco di potere delle forze dominanti (opzione preferita da alcune compagini politiche minori, pure portatrici – a parole – di istanze emancipative); ma si tratta di una alternativa miope e alla fine complice delle forze che si dichiara di voler combattere. Invece possiamo pensare decisamente più in grande e con lo sguardo aperto su tutto il mondo e sul futuro, senza calcoli tattici di convenienza immediata spacciati per visione strategica. Possiamo e dobbiamo.