Povertà culturale peggio delle privazioni materiali

La Sardegna soffre molto di più di una poderosa miseria culturale che di scarsità di risorse materiali. E ne soffre in particolare in quella che dovrebbe essere la sua classe dirigente. Il discorso è complesso e va al di là del diffuso malcontento verso una classe politica inadeguata (e comunque sostenuta fin qui dal voto degli stessi sardi). È un problema di sistema, che trova nella mediocrità politica un suo esito storico particolarmente visibile, e in quanto tale facile bersaglio della critica, ma che non è affatto l’unico fattore e forse nemmeno il più importante.

È una zavorra che ci opprime da molto. La radice storica di questa incultura fattasi sistema di dominio è da cercare – come già altre volte evidenziato – nelle conseguenze del fallimento della stagione rivoluzionaria sarda. Da allora la classe dominante sull’isola si è riprodotta ed è stata selezionata sulla base della sua conformità al sistema di potere vigente e della sua sostanziale rinuncia a diventare una vera classe dirigente. In questo blocco storico sociale non rientrano solo coloro che hanno di volta in volta occupato ruoli politico-istituzionali, ma anche tutta la vasta classe amministrativo-burocratica, i grandi appaltatori e speculatori che hanno beneficiato del sistema di gestione delle risorse sarde e la classe intellettuale ed accademica. La vecchia aristocrazia ha avuto modo di riciclarsi secondo forme più moderne insieme alla grande borghesia già legata al sistema di potere feudale. La mentalità e la weltanschauung di questa congrega sociale hanno determinato in larga misura sia la nascita e l’imporsi del nostro mito identitario, sia le scelte politiche ed economiche strategiche riguardanti la Sardegna e la loro articolazione sul territorio, sia ancora la selezione di una classe intellettuale organica al sistema di potere così conformato.

Non si è dunque mai verificata, negli ultimi duecento anni, la formazione in Sardegna di una classe dirigente che fosse insieme preparata, al passo con le acquisizioni teoriche e politiche internazionali, e disposta ad accollarsi la responsabilità di governare l’isola in nome e per conto dei suoi reali interessi strategici, delle sue necessità strutturali, della valorizzazione delle risorse del territorio.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il dibattito teorico e politico in Sardegna è in una condizione penosa. Negli ultimi vent’anni gli unici apporti originali e propositivi sono venuti da eretici del pensiero dominante (dominante in Sardegna, come provincia periferica e senza personalità dell’Italia) o dall’ambito politico indipendentista.  A livello accademico non c’è stato alcun apporto utile, bensì mera opposizione e ottusa conservazione, col sacrificio delle tante intelligenze pure passate per le aule dei due atenei sardi. Persino il notevole talento creativo espresso dalla Sardegna in tutti gli ambiti artistici ha pagato pegno alla pressante pretesa di conformismo e di a-politicità (che poi significa complicità o accondiscendenza col potere), adeguandovisi e facendone dei valori rivendicati come buoni e giusti.

Naturalmente, l’ambito creativo e artistico, quando è così fertile e produttivo come in Sardegna, genera – anche suo malgrado – nuove visioni e pensiero critico. Ma il pessimo funzionamento delle agenzie formative e precise scelte politiche hanno sempre anestetizzato i possibili esiti emancipativi della nostra produzione artistica e letteraria. Discorso diverso merita la cultura popolare, costantemente minacciata di essere relegata nell’ambito mortifero del folklore regionale (a volte con qualche successo). Ma è un tema diverso. Lasciamolo da parte, in questo frangente, nonostante il suo legame con la questione in oggetto.

Oggi come oggi in Sardegna manca totalmente una adeguata elaborazione teorica e una produzione di senso che funzioni sia da base contenutistica per il discorso politico, sia da contraltare critico al medesimo. In campo economico siamo privi di una visione generale che riconnetta le questioni strategiche sarde a quelle globali e le analizzi in base alle acquisizioni teoriche più recenti (basti pensare a tutto il pensiero economico sui beni comuni e sulla povertà, da Elinor Ostrom a Esther Duflo, tanto per fare esempi banali). Per bene che vada, i ruoli di spicco dell’università sarda in materia economica sono occupati da riproduttori di tesi liberiste, di scuola neoclassica o marginalista, poco utili a imbastire un dibattito teorico produttivo riguardo alla condizione e alle necessità della Sardegna. In ambito teorico-politico siamo messi anche peggio, salvo rarissime eccezioni che purtroppo confermano la regola. Le scienze umane, l’antropologia, la sociolologia e la storia sono egemonizzate da una sorta di “pensiero debole” e rinunciatario che occupa il campo del discorso pubblico e relega ai margini o costringe all’esilio (fisico o figurato che sia) le produzioni teoriche non conformi alla scuola dominante. La linguistica è militarmente presidiata dalla glottologia ottocentesca, con una netta prevalenza del conservatorismo più oscurantista, per giunta ossessivamente italocentrico e italianocentrico.

Insomma, non c’è ambito teorico che, a livello istituzionale, si renda meritevole per qualche contributo positivo e fattivo al discorso pubblico, sia esso mass mediatico o politico. Da quella parte non arriva alcuno stimolo risolutivo ed emancipativo, quasi si trattasse, anzichè di una funzione vitale di un organismo sano, piuttosto di un corpo estraneo parassita, che succhia risorse senza produrre alcun vantaggio all’organismo ospitante.

Laddove vi siano competenze o potenziale di crescita culturale, alla fine sulle buone volontà di innovare strumenti e orizzonti prevale comunque sempre l’istinto di autoconservazione dell’apparato di potere. Del che ovviamente risente l’ambito politico istituzionale, rimasto indietro rispetto alla sfida che questi tempi ci pongono con crescente urgenza. Naturalmente questo aspetto non preoccupa eccessivamente chi ha occupato fin qui i ruoli istituzionali, dato che nessuno di loro è mai stato messo lì per prender davvero decisioni dagli esiti efficaci. Quando si è presentata la possibilità che ciò accadesse, ciò è successo a dispetto del sistema di potere dominante e quest’ultimo ha trovato rapidamente gli anticorpi più efficaci per normalizzare la situazione.

La Sardegna si trova così in una condizione culturale paradossale. Pur possedendo un patrimnio di storia e di creatività quantitativamente e qualitativamente consistente, soffre di una diffusa ignoranza e di una estrema povertà di strumenti critici. La mancata connessione sistemica del livello di studi più alto (quello accademico) ai fattori storici e culturali espressi dal territorio (compresa la questione linguistica) ha prodotto nel tempo disgregazione e disomogeneità socioculturale, impedendo che tale connessione fosse anche un moltiplicatore di opzioni economiche, come pure dovrebbe essere in una società evoluta. I quadri universitari e i mass media anziché essere i sorveglianti critici del potere sono stati fin qui più che altro i suoi strumenti, in un continuo rapporto di vassallaggio e di clientelismo bidirezionale, regolato dalla cooptazione e dalla complicità.

Non meravigliamoci, perciò, se qualche nostro esponente politico di rilievo rilascia dichiarazioni aberranti, prende decisioni assurde e senza capo né coda o addirittura combina qualche disastro. Non è un caso e non è un’eccezione. Abbiamo ereditato un intero sistema di potere che si è retto per duecento anni su questo modello mediocre, conservatore e culturalmente povero. Il buon cittadino è costruito anche e soprattutto da una buona amministrazione e in generale da una buona classe dirigente. Ciò che in Sardegna ci manca da troppo tempo. Non si può pretendere che i cittadini siano sistematicamente migliori di chi li governa: sarebbe paradossale.

Si potrebbe anche dire basta, una buona volta, fare la fatica di provare a cambiare e vedere l’effetto che fa. Provare a investire nella scuola e nell’università, aprendole al mondo, assorbendo il flusso di informazioni e competenze che circola tutt’intorno a noi, comprese quelle prodotte o veicolate da tanti sardi emigrati, per scelta o per necessità. Provare a sostenere e mettere in rete tutti i saperi e le forme di creatività già presenti in Sardegna, facendone una fonte di arricchimento collettivo in termini spirituali e materiali. Provare infine a recuperare il senso della nostra collocazione storica e geografica, senza compiacenze etnocentriche, ma liberandoci per sempre di ogni forma di subalternità culturale. Non è facile, certo, ma non c’è nulla da perdere che non abbiamo già perso o che perderemo rapidamente, se non matura una coscienza precisa di questo problema e la volontà collettiva di farvi fronte.