I conti con la realtà

È inevitabile che il disastro sardo di questi giorni susciti reazioni forti. Non solo di commozione e di cordoglio, ma anche di rabbia. È inevitabile, perché c’è la precisa coscienza dell’ingiustizia, dell’enormità sproporzionata degli effetti, rispetto a una pur eccezionale dimensione delle cause. Spesso è una rabbia cieca, senza parole. E in queste ore è anche tenuta a freno dall’urgenza dell’azione, dell’aiuto materiale.

Sulle responsabilità politiche e culturali si è già detto qualcosa di sacrosanto e sarà necessario tornarci su, non solo in termini analitici ma anche propositivi. Almeno in presenza di una tragedia come questa le chiacchiere dei propagandisti della speculazione rapace saranno ridotte alla loro infima dimensione. Bisognerà che ci restino.

Si può invece tentare di dire qualcosa su un certo tipo di normalizzazione retorica dell’evento, in atto un po’ dovunque, ma soprattutto nei mass media italiani principali. Si percepisce, ma in certi casi è esplicita, l’imposizione di una cornice concettuale ben precisa attraverso cui filtrare i fatti e le loro conseguenze. Quelli che si applicano in dosi massicce sono i soliti stereotipi tossici, con un esito molto chiaro: la riduzione dei sardi a mero oggetto storico senza voce, a elemento passivo del corso degli eventi, senza una personalità compiuta, debitore a qualcun altro della propria sopravvivenza.

Questa cornice è stata applicata dalle stesse autorità italiane a vario livello. Il capo della Protezione Civile, il signor Franco Gabrielli, si è risentito molto delle critiche alla macchina della prevenzione e a quella dei soccorsi, addossando senza tanti giri di parole la responsabilità ai sardi stessi. I sardi, con i loro sindaci in testa, dovrebbero fare meno sagre e pensare di più alla prevenzione, ha dichiarato. E sul fatto che la prevenzione e la cura del territorio lascino spesso a desiderare, da noi, per colpa nostra, non ha tutti i torti. È però altamente significativo che abbia fatto accenno alle sagre. Spia di una visione folklorizzata di un intero popolo. Non dovremmo stupircene. L’arroganza da sceriffo con cui questo signore ha respinto tutte le critiche e ha affrontato la questione dice tante cose su come sia considerata la Sardegna in Italia.

Il governo, dal canto suo, ha generosamente concesso uno stanziamento di 20 milioni di euro per le prime spese di emergenza. Venti milioni di euro, rispetto alla vagonata di miliardi mai restituiti nella famigerata (e sostanzialmente non ancora risolta) Vertenza entrate, sono una goccia nel mare. E risultano anche doppiamente offensivi, se si considera che gran parte degli interventi di solidarietà e primo soccorso sono già stati avviati spontaneamente sul nostro territorio dalla popolazione stessa.

Quel che dovrebbe fare il governo, in realtà, non è l’elemosina, ma è levare le tende. Levare le tende col suo 60% di servitù militari italiane concentrate sul suolo sardo (senza nessuna ricaduta positiva nemmeno in fatto di soccorsi). Far cadere il patto di stabilità, ottusamente calato a soffocare le amministrazioni locali e quella regionale. Togliere le grinfie dei grandi interessi italiani sulle nostre risorse (pensiamo solo a ENEL e ENI e a quale ruolo abbiano avuto e abbiano ancora nei nostri disagi energetici). Restituirci il controllo del nostro patrimonio storico e archeologico. Ridarci la libertà di movimento e di relazione col resto d’Europa e del Mediterraneo, sia in termini materiali, sia istituzionali. E, magari, stanziare pure i fondi per le bonifiche dei siti inquinati, specie dove vi sia una responsabilità diretta del medesimo governo italiano, ma anche laddove lo stato debba sopperire alla latitanza delle aziende che hanno inquinato e poi sono scappate col bottino, senza ripulire.

I sardi sanno badare a se stessi. Contrariamente alla narrazione sminuente che in queste ore ci hanno propinato i mass media e gli esponenti governativi, nemmeno oggi siamo stati lì ad aspettare sostegno e tutela da fuori o da chissà chi. E non c’è da stupirsi. I sardi hanno sempre badato a se stessi, in un modo o nell’altro. Se lasciati in pace, persino con qualche esito notevole in fatto di civiltà. Anche nella presente emergenza nessuno si è attardato a piangersi addosso, non ci siamo fatti smontare dal luogo comune della divisione atavica e della nostra stupidità congenita: niente locos y mal unidos, stavolta. Non venite a raccontarcela ancora, la favola dei sardi sprovveduti, separati uno dall’altro dall’ottusa incapacità di fare squadra, di fare comunità. Sono balle smentite da una realtà evidente. A dispetto di chi, anche tra noi, anche oggi, le reitera e le rilancia, incurante dei fatti.

A consegnare la nostra politica dipendentista e rapace al suo destino di residuato storico ci penseremo nei prossimi mesi. In questo momento dobbiamo respingere con forza e anche con un orgoglio – una volta tanto giustificato – i tentativi di costringerci dentro una narrazione mortifera e una condizione storica subalterna. Se una lezione si potrà trarre dalla devastazione avvenuta, sarà che dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Per quel che è successo, anche solo per omissione e per noncuranza; e per quel che sarà. Da soggetto attivo della nostra storia, nel bene e nel male. Con la nostra voce e con il nostro sguardo aperto senza paura sul mondo.

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