Identificazione plurale, diritti, democrazia

Tutte le dottrine – che siano di derivazione religiosa, filosofica o politica – tendono a semplificare radicalmente il processo di identificazione individuale e collettiva. Si assume un aspetto (spirituale, materiale, relazionale) come fondante per la personalità di ciascuno e intorno ad esso si costruisce un canone etico e pragmatico. Così (semplificando), per il cristiano l’essenza della vita umana è la salvezza dell’anima, il rapporto col peccato e con Dio; per un musulmano è il rispetto della regola dettata da Dio medesimo a Maometto; per un marxista il fondamento della persona e delle sue relazioni è il rapporto di produzione; per il liberista è l’interesse materiale individuale; per il nazionalista è l’appartenenza a una stirpe o a un sistema linguistico o a una religione o a un territorio o a una combinazione di questi elementi (a seconda di quale venga assunto come distintivo). E si potrebbe andare avanti.

L’assolutizzazione di un fattore di identificazione e la sua elevazione a norma universale genera conseguenze positive in termini pratici, in molte circostanze. Per questo ha avuto un certo successo storico. Fa parte della natura umana esaltare tratti comuni e identificarsi in un gruppo, con cui si condividono valori e prassi.

La consanguineità, la necessità di cooperazione e la condivisione di abitudini quotidiane sono il primo stadio dell’appartenenza sin da epoche remote. Siamo animali sociali e viviamo dentro sistemi di relazioni, per di più mediate da processi intellettivi e cognitivi complessi e da un linguaggio simbolico. Tali caratteristiche evolutive si articolano in modi eterogenei in rapporto con i fattori geografici, economici e demografici, quindi storici.

Il problema nasce quando i processi di identificazione diventano complessi e, da fattori evolutivi favorevoli (in quanto garantiscono la sopravvivenza degli individui e dei gruppi umani), diventano fattori di conflitto distruttivi. In questo senso la radicalizzazione dei singoli elementi costitutivi dell’identificazione contribuisce a rendere il conflitto più probabile e in genere inevitabile, oltre che spesso cruento.

Questo perché la dialettica interna alle società umane è incomprimibile. A dispetto di quanto sostengono le ideologie reazionarie o totalitarie, non esistono società perfette e omogenee, quelle società – per capirci – in cui regnerebbe un “naturale” equilibrio se non intervenissero fattori esterni (una minoranza non assimilabile, una popolazione confinante portatrice di fattori di identificazione diversi, ecc.).

Nel mondo contemporaneo verifichiamo quanto sia inconciliabile qualsiasi pretesa egemonica di tipo ideologico (in senso lato) con la pace e l’equilibrio nelle relazioni (tra singoli, tra gruppi familiari e/o locali e tra interi popoli). Questo vale persino per le ideologie “di liberazione” (sociale, etnica, religiosa, ecc.), che cioè intendono porsi in opposizione all’ideologia dominante. Tant’è vero che la regola storica è che le rivoluzioni producono prevalentemente nuovi sistemi di dominio (e dunque di discriminazione e di oppressione), semplicemente sostituendo un’egemonia a un’altra.

Quella che manca, oggi, è una diffusa e condivisa accettazione della complessità e del pluralismo dei processi di identificazione. Se ci facciamo caso, anche nel dibattito pubblico quotidiano prevale diffusamente la reciproca delegittimazione, spesso basata sul pregiudiziale disconoscimento dell’identificazione altrui.

Così capita di essere in disaccordo sui valori di partenza e sugli elementi di identificazione individuali di qualcuno e invece condividerne obiettivi pratici e scelte concrete. O viceversa: condividere valori di riferimento, parole d’ordine e concetti astratti e poi essere in totale disaccordo sul piano pratico.

Questo non è strano, per quanto possa essere di difficile comprensione, bensì discende dalla nostra stessa natura di animali sociali complessi e dalla nostra relazione dialettica interspecifica (tra di noi) e col mondo (nelle sue varie componenti: climatiche, geografiche, biologiche, ecc.).

Tale lezione è una di quelle più difficili da comunicare, prima ancora che da imparare. Viola la dogmatica di tutte le ideologie esistenti, dunque è passibile di condanna da ciascuna di esse.

Eppure il grado di evoluzione a cui è giunta la specie umana, la sua crescita demografica e il suo impatto sul pianeta in cui viviamo (l’unico disponibile) ci richiamano a una presa d’atto: la complessità non si può fuggire e non si può comprimere; o la si accoglie e ci si convive, facendone una riserva di ricchezza e di possibilità, oppure si cerca artificiosamente di rimuoverla, con esiti potenzialmente catastrofici (almeno su scala umana).

In soldoni, ciascuno di noi è portatore di una identificazione complessa, che non si può ridurre a un solo elemento, ma che si forma e si evolve sulla base di influenze e di fattori molteplici. La pretesa di ridurre la nostra appartenenza alla categoria del nostro lavoro, o a quella della nostra fede (o non fede) religiosa, o a quella della lingua usata (o non usata, a volte), o alla comunità storica di cui facciamo parte, o al gruppo dei consanguinei, ecc. è una pretesa inconciliabile con lo stadio a cui è arrivata la nostra forma di convivenza sul pianeta.

Del che è necessario tenere conto anche nell’elaborazione di orizzonti e di progetti politici. Solo in questo modo, infatti, è possibile declinare concretamente diritti umani e civili e realizzare in termini pratici, storici, una forma realmente dispiegata di democrazia. Altrimenti diritti e democrazia rimangono semplici formule retoriche buone a mascherare rapporti di dominio e di discriminazione.

In Sardegna dovremmo affrettarci a metabolizzare un approccio pluralista e complesso alla nostra condizione storica. Il tempo per le differenziazioni semplicistiche (per lo più indotte) è terminato. Le categorie di pensiero e di appartenenza che ci sono state inculcate nel corso degli ultimi duecento anni mostrano ormai tutti i loro limiti e la loro pericolosità pratica.

Questo deve essere chiaro soprattutto a chi dichiara di volersi impegnare per la nostra emancipazione collettiva. Chi faccia prevalere distinguo di comodo, posizioni dogmatiche, fattori di identificazione di natura essenzialista e discriminante, sugli aspetti pragmatici e sugli obiettivi praticabili, non sta evidentemente lavorando a tale scopo, ma solo a perpetuare o a conquistare una propria posizione di vantaggio individuale, quasi sempre – è inevitabile – a discapito di interessi più ampi e diffusi. Il che, molto semplicemente, non possiamo più permettercelo.