Occuparsi dello scenario politico sardo, di questi tempi, può sembrare una perdita di tempo, se non una sorta di perversione. Se non fosse che anche le meschinerie che si ammucchiano e si aggrovigliano quaggiù sono legate a dinamiche e processi ben più ampi e significativi, spesso senza che molti dei protagonisti delle cronache diano l’impressione di rendersene conto. L’idea di una Sardegna come luogo “speciale”, fuori dalla Storia, d’altronde è un costrutto ideologico del tutto infondato, lo sappiamo (o no?). Occupiamocene, dunque.
Il fenomeno su cui vorrei soffermarmi è stato notato – con un certo ritardo – anche da altri. Per esempio il direttore di Sardegna24, il quotidiano di area “soriana”: Giovanni Maria Bellu. Nel suo editoriale del 9 agosto, Bellu mostra di aver or ora scoperto una strana tandenza nell’ambito dei partiti politici sardi, ovvero sia una certa rincorsa a ridefinirsi, a rifarsi un’immagine, virando su tonalità retoriche “nazionalitarie”, neo-sardiste, dice Bellu. A suo dire si tratta di una tattica pre-elettorale, buona per sfuggire le proprie responsabilità o per gettare un po’ di fumo negli occhi a un elettorato che evidentemente si presume congenitamente immaturo e facilmente raggirabile.
Non escludo affatto che le riserve di Giommaria Bellu siano in parte fondate. La mediocrità teorica, pragmatica ed etica delle nomenclature partitiche sarde è palese, senza che sia nemmeno necessario dilungarsi in esempi e dimostrazioni. Cercare di ricollocarsi, nel tentativo di sembrare altro, diversi da se stessi, in fondo è un modo come un altro per potersi ripresentare agli elettori e continuare a fare il proprio mestiere: giochi di potere, favori, clientele, arraffamento di prebende, ecc.
Tuttavia, il direttore di Sardegna24 dimostra una certa superficialità, limitando le sue obiezioni a questo livello del discorso, ed elude almeno un paio di questioncelle che invece dovrebbe tenere ben presenti, dato il suo ruolo.
La prima questione è che le sue riserve potrebbero essere estese pari pari anche ad altre forze politiche, non necessariamente di centro-destra. Qui sia l’editoriale in questione, sia i pezzi della cronaca politica ad esso correlati, peccano di una certa tendenziosità. Perché se c’è qualcuno che ha mangiato la foglia prima degli altri sulla faccenda del richiamo identitario come strumento di consenso elettorale questi è proprio Renato Soru. Senza volerne negare alcuni indubbi meriti (a volte “preterintenzionali”, ma tant’è), Soru rappresenta la più chiara riedizione del modello sardista lussiano, seguito fin nei minimi particolari, come una lezione imparata a dovere. Persino il recente appello al presidente della repubblica italiana Napolitano come unico possibile garante dei diritti dei sardi (sic!) suona molto sardista, molto “nazione fallita”. Del resto Soru non ha mai nascosto il proprio risentimento verso i sardi, rei di non averlo riconfermato alla guida della “regione” nel 2009, in questo precursore del suo successore (se mi è consentito il gioco di parole) nel ritenere i sardi un problema per la Sardegna. Le strizzatine d’occhio alla prospettiva indipendentista comunque – ospitate anche sulle pagine di Sardegna24 – sono ultimamente venute anche da esimi rappresentanti del centrosinistra (vedi Massimo Dadea, per esempio) e a voler pensare male potrebbero essere sospette anche queste non meno delle altre.
Una seconda questione, più generale, è quella che riguarda una chiara tendenza storica che Giommaria Bellu o ignora (per adesso) o rimuove. Si tratta di un processo di acquisizione di consapevolezza collettiva che gli osservatori più attenti hanno individuato da tempo e che ha avuto una prima manifestazione evidente nel 2003, in occasione della prima minacciata destinazione alla Sardegna delle centrali e delle scorie nucleari italiane. La stessa vittoria elettorale di Soru l’anno dopo fu in gran parte favorita da questa emersione di un senso politico “nazionale” nell’opinione pubblica sarda. Il processo non si è mai arrestato, anche grazie all’azione di forze politiche indipendentiste dinamiche e politicamente all’avanguardia rispetto al restante ambiente dei partiti sardi. Ma qui potrei essere di parte e non approfondisco il discorso.
Rimanendo sul piano delle constatazioni e dell’analisi storica, è indubbio che negli ultimi dieci anni si sia verificata una maturazione del senso di appartenenza a una collettività storica non solo culturalmente “altra” rispetto all’Italia (tale identificazione, sia pure in termini ambigui, è molto presente presso tutti i sardi, anche se non soprattutto tra i sardi della diaspora), ma anche portatrice di necessità, di diritti e di aspettative sempre meno conciliabili col quadro di dipendenza formale e sostanziale dallo stato italiano.
La crisi socio-economico attuale incide solo in parte su questo processo. Anzi, per certi versi ne è un freno (al contrario di quanto sembra ritenere Bellu e, prima di lui, altri autorevoli quanto mal informati osservatori), esaltando in tanti casi gli istinti assistenzialisti, gli appelli all’aiuto, al sostegno da parte dei centri di potere che si presume possano concederli, in primis lo stesso stato italiano. Del resto i pellegrinaggi a Roma, o presso un ministro, o al cospetto del Presidente del Consiglio o del Presidente della Repubblica, o sotto qualche palazzo istituzionale, sono una costante di questi stessi anni e mesi.
I segnali dunque non sono sempre coerenti e univoci, ma presi complessivamente dimostrano sia la crescente insofferenza verso una forma di dipendenza socio-economica, giuridica e culturale sempre meno giustificata, alla luce delle evidenti difficoltà di vita di tanti sardi, sia la maggiore diffusione di una narrazione di noi stessi meno subalterna, più nostra (prodromo letterario di tale fenomeno può essere considerato Passavamo sulla terra leggeri, di Sergio Atzeni, che rappresenta una cesura culturale dal peso sottostimato, fino ad oggi) e di un diffuso (e confuso, spesso) desiderio di autodeterminazione.
Il fatto che in larghi settori dell’intellighentsia, dell’università e dei mass media sardi tale processo in corso non solo sia misconosciuto ma spesso e volentieri apertamente contrastato segnala un grave ritardo del sistema di costruzione di senso, dell’apparato di assemblaggio della pubblica opinione nostrani. Un ritardo tanto più colpevole in quanto in molti casi riguarda gruppi, categorie o singole personalità che pure si presentano come promotori dell’emancipazione socio-culturale dei sardi (in questo, Massimo Dadea coglie nel segno, sollecitando la sinistra sarda a interrogarsi sulla prospettiva indipendentista, senza rifiutarla a priori come è stato fino a pochissimo tempo fa).
Insomma, si ha l’impressione che anche Giovanni Maria Bellu – al pari di altri – non sappia leggere in profondità la realtà su cui posa lo sguardo, forse per limiti di natura “generazionale”, di formazione politica, di auto-identificazione. Relegando la virata nazionalitaria e para o pseudo-indipendentista di tanta classe politica sarda nel campo della mera tattica elettorale butta il bambino con l’acqua sporca. Forse per paura che il bambino diventi grande e non possa più essere tenuto sotto controllo. Il problema è che il bambino c’è e visto come va il mondo sarà bene che cresca in fretta e possibilmente sano. Vediamo di essere bravi genitori.