Doppia festa, nessuna festa?

È destino che in questi giorni si accavallino in Sardegna festività e ricorrenze di sapore diverso e concorrente. Il 1° maggio è l’emblema di una scissione quasi ostentata tra noi e il resto del mondo. Mentre in molti luoghi del pianeta si celebra il lavoro, da noi, sul nostro piccolo “quasi continente”, si festeggia un martire della cristianità di diciassette secoli fa.

Il concorso di pubblico sarà straripante, per le vie di Stampace e lungo la via Roma, a Castel di Calari, e si annuncia una crescente presenza mass-mediatica internazionale. Del resto lo spettacolo è suggestivo, non c’è dubbio.

La riserva, non del tutto confessabile per riguardo alla sensibilità di anime pie e di conformisti armati fino ai denti, è dovuta a due considerazioni.

Primo: l’oscuramento della festa del lavoro non è esattamente un bel segnale. Non lo è mai, ma meno che mai in quest’epoca di sottrazione di diritti di cittadinanza e di allontanamento del mondo del lavoro dalle decisioni sul nostro stesso futuro.

Secondo: sciogliere voti ed esprimere venerazione per un patrono potrebbe anche andare. Trattasi di tradizioni che contribuiscono all’auto-identificazione di un popolo. Non staremo certo qui a metterne in discussione la valenza simbolica e le connotazioni antropologiche. Tuttavia, nel nostro caso, la scelta come nostro santo protettore di un milite romano, venuto in Sardegna per contrastare con le armi le aspirazini di libertà dei sardi non sottomessi, e poi convertitosi inopinatamente al cristianesimo e trucidato in quel di Nora (fatti suoi personali, verrebbe da dire), emana un sentore poco piacevole di accettazione di un destino di sconfitta. Il che contrasta alquanto con la prosopopea rivendicazionista e cripto-indipendentista delle celebrazioni di tre giorni fa (sa die de sa Sardigna, per chi avesse memoria corta). Se a ciò aggiungiamo la prossima venuta del papa a sancire il patronato generale sui sardi della Madonna di Bonaria, il sospetto si fa ancor più corposo. Il colle della Buona Aria, ossia al di sopra dei miasmi malarici della piana circostante, fu la testa di ponte degli eserciti dell’Infante Alfonso di Aragona nella guerra di conquista intrapresa, su autorizzazione papale, nel 1323. È un altro simbolo dalle connotazioni poco piacevoli, quanto meno ambigue, nei confronti di qualsiasi pretesa di legittimazione dei sardi come soggetto storico.

Ma forse questi sono pensieri troppo maliziosi, dovuti ad un eccesso di conoscenza storica. La consoscenza fa male, si sa, e la storia ancor peggio. Godiamoci i festeggiamenti odierni, dunque, e abbandoniamo lo scetticismo laico. Almeno fino a domani.

Viva i lavoratori e viva Santu Efis!